Pubblichiamo un estratto dal nuovo volume della collana Ares dei Profili: William Faulkner. Il vortice dell’origine di Francesco Baucia (pp. 208, € 16).
Una buona sceneggiatura, diceva Alfred Hitchcock, dovrebbe contenere solo scene madri. Seguendo questo principio, se si volesse scrivere un film sull’ultima parte della vita di Faulkner, bisognerebbe retrocedere con un flashback dai mesi di preparazione de La regina delle piramidi a un mattino di novembre del 1950, un venerdì.
Forse con il primo mint julep della giornata già pronto sulla scrivania, lo scrittore si affretta nella dispensa della cucina di Rowan Oak, dove c’è il telefono di casa, per rispondere a una chiamata. Dall’altra parte c’è il corrispondente da New York del quotidiano svedese Dagens Nyheter. Gli annuncia che l’Accademia di Svezia lo ha premiato con il Nobel per il 1949. Il giornalista, Sven Ahman, chiede a Faulkner una reazione a caldo sulla notizia e una previsione su quando pensa di andare a Stoccolma a ritirare il premio. La risposta è preceduta da un silenzio. Faulkner soppesa tra sé quanto gli è appena stato comunicato. Il Nobel è un traguardo che sembrava impossibile al rampollo di una famiglia decaduta di una regione depressa e sconfitta, al dandy adolescente di provincia, all’allievo traballante di Sherwood Anderson, al giovane uomo rifiutato dalla donna a cui si sentiva destinato, al padre di famiglia assillato dai debiti, allo sceneggiatore incostante e alcolizzato, allo scrittore i cui romanzi finivano presto fuori catalogo. A un semplice contadino – come si definisce con Ahman rompendo il silenzio – che per via dei suoi impegni in campagna non può assentarsi per troppo tempo da casa e che quindi, pur ringraziando, non intende andare in Europa per le cerimonie del Nobel.
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