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I tormenti dell’usurpatore. Il “Macbeth” dei Muti, una discesa negli abissi della coscienza
Musica · Arti e spettacoloSc 784

I tormenti dell’usurpatore. Il “Macbeth” dei Muti, una discesa negli abissi della coscienza

di Paolo Piro

giugno 2026

Poche opere come Macbeth hanno segnato la carriera di Riccardo Muti. Da oltre cinquant’anni il maestro continua a sondare i segreti di una partitura in cui il giovane Verdi, pur nel solco del melodramma tradizionale, raggiunge una pregnanza drammatica inedita, degna dei lavori più maturi. Non è un caso se, tra i tredici titoli dei cosiddetti “anni di galera” – l’intenso periodo di creatività tra il Nabucco (1842) e la stagione dei capolavori inaugurata dal Rigoletto (1851), in cui l’impatto esteriore prevale generalmente sullo scavo psicologico – Macbeth è quello che Verdi riprenderà quasi vent’anni dopo la creazione (1847), per la ripresa parigina del 1865, con poche ma sostanziali modifiche. Si tratta di cambiamenti mirati, che non stravolgono la partitura d’origine, ma testimoniano una sensibilità più acuta. Per volontà dello stesso compositore vanno considerati definitivi, e Muti non ha mai fatto deroghe, consapevole della sintesi mirabile tra foga giovanile e maturità teatrale esaltata da Verdi con quei pochi ritocchi.

La storia comincia nel 1975 al Maggio Musicale Fiorentino, dove il giovane direttore esordisce nell’opera con una visione tutta fuoco e fiamme, immortalata l’anno successivo dalla storica incisione per Emi, ancora oggi riferimento imprescindibile della discografia.

Un approccio via via approfondito – e per certi versi radicalizzato – fino alla leggendaria prima della Scala, il 7 dicembre 1997, in cui un Muti all’apice della maturità artistica si impone come l’erede moderno di Toscanini, trovando una tensione espressiva, un impeto drammatico, un’urgenza febbrile che non hanno uguali, per di più con un’eleganza ideale del fraseggio e una poesia ineffabile delle atmosfere. È una cifra distintiva di Muti, questa capacità di esaltare la finezza dell’ordito orchestrale senza mai indugiare sul dettaglio fine a sè stesso, restando ancorato all’unità del discorso e al servizio della progressione drammatica.

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