Il ritorno del Faust di Charles Gounod alla Scala, dopo sedici anni, è l'occasione per riscoprire un capolavoro del melodramma francese. Johannes Erath ne fa un circo dominato dalle illusioni di Mefistofele, mentre Daniele Rustioni guida una prova musicale di grande spessore. Ma sotto la seduzione del teatro e la raffinatezza della scrittura emerge soprattutto la sensibilità cattolica di Gounod: dalla tentazione alla colpa, fino alla redenzione di Margherita, il Male non ha l'ultima parola.
Un diavolo domatore di leoni. Sempre, inevitabilmente, destinato a essere domato e sconfitto. Il Teatro alla Scala chiude la stagione 25/26 con il Faust di Charles Gounod. L'opera mancava al Piermarini da sedici anni. Il grande ritorno di questo capolavoro del melodramma francese pretendeva, pertanto, una resa di livello. Fortuna ci arrise, e alla Scala si è fatto teatro come si vede.
La regia è affidata a Johannes Erath, già fattosi notare in Italia con l'acclamatissima produzione dell'Ermione di Rossini al Rof del 2025. Immediatamente riconoscibile è la formazione musicale del regista tedesco. L'idea drammaturgica segue con grazia e rara intelligenza l'andamento della scrittura di Gounod e la costruzione delle atmosfere dominanti nell'opera. Erath ambienta il melodramma in uno spazio che ha le fattezze ora di un circo, ora di un palcoscenico di varietà. Le scene di Heike Scheele, i costumi di Gesine Völlm, le luci di Fabio Antoci e i video di Bibi Abel costruiscono uno spazio mutevole, nel quale il circo diventa la metafora di un'esistenza governata dall'inganno. Mefistofele ne è il padrone assoluto. Domatore, burattinaio, direttore d'orchestra: il demonio assume di volta in volta le sembianze necessarie a manipolare il prossimo.
L'immaginario rimanda, tra gli altri, al Fellini di 8½ nei suoi fotogrammi più nostalgicamente burleschi. Era un rischio non da poco piegare quasi tre ore e mezza di musica a una lettura registica così radicale, ma tutti gli elementi sono al posto giusto: il Mefistofele burattinaio e al tempo stesso show-man, la vivace Marguerite come funambola tra l'Abisso e l'Empireo, il languente Valentin nelle vesti di un Pierrot guerriero. E poi c'è Faust, così preso dalla sua vanità da non riuscire a separarsi dal Male, tanto che alla fine la vera apoteosi è quella di Marguerite.
Sul podio, un Daniele Rustioni in stato di grazia dirige magistralmente l'Orchestra della Scala, ma soprattutto concerta con fantasia e senso profondo del teatro. Restituisce una partitura che è un vero poema per statura e brillantezza musicale e drammaturgica. L'orchestra suona così alternando l'eleganza somma delle scene di Marguerite, la possanza infernale di Mefistofele e del suo sabba e la solennità superna delle pagine celestiali: il coro delle spade e l'apoteosi sono sommi. Sempre impeccabile è poi questo Coro che è una voce unica ma dalle mille sfumature.
Il cast (la recita cui abbiamo assistito è quella dello scorso 27 ottobre) è, nel complesso, felicemente assemblato. Lo guida Vittorio Grigolo, che si trova a suo agio nelle vesti di un Faust esagitato, sprizzante di vitalità fino allo stremo. Insomma, in scena Grigolo fa Grigolo, ma questa volta ne ha ben donde. Sul piano vocale, al netto di qualche scivolone nei passaggi più impervi, il tenore romano sfoggia il tuo bel timbro con sicurezza e non senza una certa qual nobiltà, malgrado un fraseggio non sempre entusiasmante. Centrale nell'opera è certamente la figura di Marguerite, qui soavemente impersonata da Marina Rebeka, che punta più sull'aspetto malinconico e tragico del personaggio restituendo una protagonista delicata e al tempo stesso fascinosa, complice un timbro notoriamente ammaliante. Alex Esposito è un Méphistophélès scaltro, frusciante: dinamitardo in scena quanto nella resa vocale – quest'ultima sempre convincente ed espressiva. Leonino nel coro delle spade e straziante nella scena della morte Ernesto Petti nei panni di Valentin, ma con gli abiti di un Pierrot. Molto bene anche i comprimari: Marcela Rahal (Sebel), Hyeonsol Park (Marthe) e Xhieldo Hyseni (Wagner).
Gounod, il cattolico
Il dato d'interesse che colpisce maggiormente nel Faust sta nella raffinatezza assoluta della scrittura di Gounod. Il compositore francese aveva conosciuto da vicino la vita religiosa. Per qualche tempo aveva persino valutato il sacerdozio, frequentando i corsi di teologia al seminario di Saint-Sulpice. Il soggiorno romano, dopo la vittoria del Prix de Rome, lo aveva inoltre avvicinato alla polifonia di Palestrina e alla grande tradizione della musica sacra. Non è un dettaglio biografico marginale: Gounod avrebbe continuato a comporre musica religiosa per tutta la vita, dalle messe agli oratori, tra cui La Rédemption e Mors et Vita. Nel Faust questa formazione riaffiora in una scrittura che conferisce alla musica una funzione congiuntamente drammatica e spirituale.
La genialità di Gounod consiste certamente nella sensibilità drammatica e drammaturgica. Marguerite, per fare un esempio particolarmente calzante, attraversa una trasformazione psicologica che Gounod traduce con straordinaria finezza. La celebre aria dei gioielli, col suo andamento da valzer e i suoi preziosismi, restituisce la leggerezza di una ragazza sedotta dalla vanità. Ma è nella scena della chiesa che Gounod raggiunge vette estatiche: l'organo, il coro e le sonorità della tradizione religiosa, anziché offrire consolazione, diventano per Marguerite strumenti di tormento interiore. La preghiera viene sopraffatta dalle voci demoniache. La colpa si trasforma nella convinzione (errata) di non poter più essere perdonata. Il dominio di Gounod della musica sacra è saldo al punto tale da poterne sovvertire magistralmente la funzione. Infine, Marguerite rifiuta il Male e invoca il Cielo. Gli angeli annunciano la risurrezione di Cristo e la sua anima viene accolta nella salvezza. Gounod intitola significativamente Apothéose quest'ultima pagina. La musica si apre progressivamente verso l'alto, le voci si intrecciano in una luminosità crescente e il dramma individuale trova il proprio compimento in una prospettiva che supera la morte. Satana non ha mai l'ultima parola.
Un bell'esempio lo fornisce anche il blocco centrale dell'atto secondo: al travolgente e seducente Ronde du veau d'or di Méphistophélès risponde il grandioso coro delle spade, guidato da Valentin, che brandendo due spade mostra al diavolo una croce (C'est une croix qui, que l'enfer / Nous garde!). L'idolo si confronta con la Croce in uno scontro dialettico, musicale e drammaturgico la cui arena è prima di tutto il contrasto melodico (e simbolico) che definisce non solo il posizionamento ideologico del solista (Mefistofele da una parte e Valentin dall'altra), ma anche la postura della comunità che, ritrovata la Croce, abbandona gli idoli e scaccia il diavolo.





