Quant’è arduo parlare di scuola senza salmodiare ritornelli banali sui giovani d’oggi o abbandonarsi alle omelie melense sulla scuola che vorrei, ma che non c’è. Nessuno è più refrattario ai discorsoni di una platea qualunque di adolescenti. Dunque, per parlare di loro, bisogna raccontare storie più che snocciolare teorie o analisi.
Da questo punto di vista, la cronaca offre un porto sicuro. Non perché i giornali siano fonti affidabili, ma perché nella cronaca si nasconde sempre, se non il fatto, quantomeno la parvenza di un fatto e questo è abbastanza per strapparci dalla noia dei discorsi e delle idee.
Il caso più eclatante, quest’anno, è stato quello di Trescore, in provincia di Bergamo. La vicenda è nota: a marzo, un ragazzino di tredici anni ha accoltellato la sua professoressa di francese e ha scritto una lettera di chiarimento sulle motivazioni che l’hanno portato a quel gesto.
Tutto parla di orfanezza
L’incipit è folgorante: «Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre». Questa frase, da sola, dice più di quanto venga affermato nelle righe successive e rivela la tragedia dei giovani, dell’uomo di oggi.
Cosa significa l’uccisione del padre?
Sofocle, Dostoevskij e Freud avrebbero qualcosa da dire a riguardo e, siccome l’hanno fatto, non è possibile trattare la questione senza risultare banali.
Tuttavia, c’è un dato su cui vale la pena soffermarsi ed è questo: i ragazzi sono orfani perché non hanno padri capaci di riconoscerli in quanto figli. È un’affermazione tanto retorica, quanto evidente a chiunque si sieda su una cattedra. Tutto quel che dicono e fanno, ogni gesto, silenzio, grido parla di questa orfanezza. La lettera del tredicenne di Trescore lo dice chiaramente: «La mia vita è dettata da adulti a cui non importa nulla di me». Non è difficile credere a queste parole.
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