«Affetto filiale fraterno è la radice dell’umanità». Così scriveva Ezra Pound nei suoi Cantos. E sono i primi versi a cui ho pensato ieri sera quando ho saputo della scomparsa di Mary de Rachewiltz (il 9 luglio aveva festeggiato i 101 anni), la figlia del grande poeta, autrice del formidabile memoir Discrezioni. Storia di un’educazione, infaticabile traduttrice dell’opera del padre.

Mary nel 2010

La vita di Mary meriterebbe un film. Era nata a Bressanone nel 1925, figlia naturale di Pound e di Olga Rudge, l’affascinante violinista statunitense che aveva “rapito” il cuore del poeta a Parigi nel 1923. Nei primi anni della vita Mary fu “affidata” a una coppia di contadini della Val Pusteria. Per i tempi lo scandalo della figlia di una relazione “irregolare” era difficile da accettare (Pound era sposato con Dorothy Shakespear); ma Mary avrebbe sempre ricordato con nostalgia quegli anni a stretto contatto con la natura. Gli incontri con Pound e Olga all’inizio furono limitati al tempo delle vacanze, poi si intensificarono e diventarono indimenticabili: fu così che Mary scoprì il “nido nascosto” di Venezia, la casa di Olga in calle Querini che nel 1967 avrebbe accolto anche l’intervista Rai di Pasolini a Pound. A poco a poco, la giovane Mary avrebbe iniziato a conoscere il mondo di Pound: la poesia, la musica, i classici, la ricerca della bellezza, la generosità verso gli artisti più giovani, la sua attenzione per l’economia.

L’educazione di Mary per “entrare in società” passò da un collegio di suore a Firenze, ma fu presto interrotta dalla Seconda guerra mondiale. Pound da cittadino americano si trovò con i beni congelati e a corto di risorse: Mary si ricongiunse quindi con Olga a Sant’Ambrogio, una località tra gli ulivi sopra Rapallo. Abitarono in una casa essenziale, quasi francescana, che fu il suo primo “laboratorio” di traduzione. Così, mi raccontò quell’apprendistato: «Ero una ragazza senza alcun tipo di esperienza e un po’ “saputella”; avevo fatto appena la quarta ginnasio e, tra l’altro, essendo cresciuta in Tirolo, non conoscevo bene neppure l’italiano: ma Pound si fidò di me. Per iniziare mi diede il Canto II, che era stato tradotto da Luigi Berti e pubblicato su Prospettive, la rivista di Curzio Malaparte. Iniziai a leggere la traduzione, ma mi strappò la rivista dalle mani e mi disse: “No, no, prova tu, vedi se puoi far di meglio”». Pound ebbe sempre uno speciale talento per riconoscere i talenti letterari, da Eliot a Joyce. E fu così anche per Mary.

E fu proprio in quella casa che nel maggio del 1945 Pound fu prelevato da due partigiani e consegnato alle truppe statunitensi. Da quel momento iniziò la tragica vicenda del poeta prima in “in gabbia” di Pisa e poi per 13 anni nel manicomio criminale di Washington. Ma iniziò così anche il nuovo corso di Mary che da quel giorno si sarebbe consacrata alla salvaguardia della memoria del padre e alla traduzione dei suoi Cantos, culminata nel Meridiano uscito nel 1985.

Ho avuto la fortuna di frequentare a lungo Mary. Pensavo che in Italia non ci fosse miglior interprete per affrontare “il mistero” dei Cantos. Così le scrissi mandandole una manciata di poesie per un giudizio, ma soprattutto per poterla incontrare e farmi raccontare “l’universo Ezra Pound”. Mi invitò a salire al castello di Brunnenburg che aveva restaurato pietra su pietra insieme al marito, l’egittologo Boris de Rachewiltz, e che era (ed è) un vero “santuario” poundiano, pieno di libri e ricordi. Mary mi offrì il più indimenticabile tè della mia vita.

Mi spiegò che eravamo seduti su una sedia che era stata di Yeats e su una che aveva realizzato suo padre perché nel castello non c’erano sedie comode… Mi mostrò delle lettere di Hemingway. I disegni di Henri Gaudier-Brzeska. La mandibola di uno squalo che sempre Hemingway aveva mandato a Pound. Degli appunti dei Cantos su foglietti («Se hai due pani / vendine uno e con la mercede / compera subito giacinti / per nutrire la tua anima»). Era un mosaico di storie da raccontare e che ho cercato di raccogliere nel libro Ho cercato di scrivere paradiso. Ezra Pound nelle parole della figlia. Una conversazione che mi richiese nove estati di lavoro ma che risultò la mia vera università: «Scriva bene, chiaro, preciso, secondo le regole di Ezra Pound», «niente pettegolezzi», «non usi parole inutili», «incontri i maestri, finché sono vivi»).

Così mi compendiò i Cantos: «Pound ha dato all’America, e in un certo senso al mondo, un’epica che equivale alla Divina Commedia di Dante… è l’epica necessaria per il futuro». Mary è sempre stata innamorata dei Cantos, ma è sempre stata innamorata della poesia e come poetessa andrebbe riscoperta (e anche come traduttrice di Robinson Jefferson, Denise Levertov, Marianne Moore, Cummings…); e per fortuna, l’editore Bertoni ha pubblicato Processo in verso, il corpus delle sue poesie italiane curato da Massimo Bacigalupo. Quando le chiesi perché prediligesse la poesia alla prosa mi confidò: «Perché è più concentrata, perché il poeta non tergiversa. Scava, dialogando con sé stesso e chiarificandosi la coscienza. Nella grande poesia si può dire tutto una volta per sempre. Così come hanno fatto i Tragici greci o Shakespeare». Come ha fatto anche Pound. Nell’ultimo messaggio che conservo mi scrisse:

«Caro A.R. sono contenta che sia tornato alla POESIA: toccare il buio per avere luce».

Mi sembra un congedo bellissimo. Addio, dolce Mary i cui occhi azzurri ricordavano i laghi alpini.

 

Scarica il quaderno mongorafico dedicato a Mary de Rachewiltz pubblicato sul numero di Studi cattolici di Luglio/agosto 2015. Clicca qui: Applausi a Mary de Rachewiltz