Tra le sorprese interessanti della Biennale Danza c’è stato il Norwegian National Ballet, ancora poco conosciuto in Italia, con i suoi straordinari 19 danzatori, tra cui la prima ballerina australiana Samantha Lynch, una delle stelle della compagnia norvegese, ospite il 22 e 23 luglio al Teatro delle Tese con LÁHPPON/LOST, delle coreografe Elle Sofe Sara e Hlín Hjálmarsdóttir.

Un lavoro intenso, sia dal punto di vista fisico sia da quello emozionale, che rievoca la rivolta politica e religiosa di Kautokeino del 1852, città natale della stessa Sara, contro le autorità norvegesi da parte del popolo indigeno sámi, culminata nella decapitazione di due ribelli. Invitati per il ventennale del Festival Internazionale di Danza Contemporanea, dal titolo Time Does Not Exist (“Il Tempo non esiste”, 17 luglio-1 agosto), dal direttore della Biennale Danza Sir Wayne McGregor, da poco riconfermato per il biennio 2025/26 dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, LÁHPPON/LOST, creazione del 2025, ha debuttato a Venezia in prima nazionale. Un lavoro che si inserisce nell’attenzione di questa edizione del Festival verso le culture ancestrali e le loro storie di persecuzione. Basti ricordare che la compagnia australiana di teatro-danza Bangarra Dance Theatre, impegnata nel promuovere e celebrare le culture aborigene e delle isole dello Stretto di Torres, ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera con Terrain, coreografato da Frances Rings. L’artista sudafricana Mamela Nyamza che ha presentato The Herd/Less, si è conquistata invece il Leone d’argento.

LÁHPPON/LOST si apre con un uomo in pelliccia seduto a terra, sulle ginocchia divaricate, il busto eretto, che canta il joik di Aslak Hætta, uno dei ribelli uccisi. Il canto tradizionale sámi è parte integrante dello spettacolo: una sorta di cantilena malinconica e cullante, intonata da Lávre Johan Eira e dalla musicista Sara Marielle Gaup Beaska, che accompagna la danza degli interpreti. Un altro danzatore, Yoshifumi Inao, anch’egli impellicciato, entra in scena e si unisce al canto, mentre l’ensemble, in abiti tradizionali sámi, si dispone a terra sul palcoscenico. Sul fondo, un video in bianco e nero rievoca la schiavitù di questo popolo. Tristezza, rassegnazione, rabbia, nostalgia: sono tutte emozioni che, a poco a poco, avvolgono anche il pubblico, mentre gli interpreti, sulla musica di Valgeir Sigurðsson, percuotono il suolo con fruste rosse in un crescendo di gesti potenti, rabbiosi e viscerali.
La scenografa e costumista Henrik Vibskov introduce due grandi strutture mobili in legno, dentro le quali alcuni danzatori si siedono mentre un piccolo schermo proietta, in bianco e nero, altre immagini della popolazione sámi.

Le luci di Øystein Heitmann donano allo spettacolo un effetto a tratti cinematografico che amplifica la drammaticità della scrittura coreografica. Le due coreografe sono da sempre affascinate dal cinema: Elle Sofe Sara è anche regista, mentre l’islandese Hlín Hjálmarsdóttir, che ha lavorato con coreografi di fama come Mats Ek, Jiří Kylián e Ohad Naharin, utilizza spesso film e fotografie nelle sue creazioni. Il celebre film revisionista The Kautokeino Rebellion, diretto da Nils Gaup nel 2008, ha rappresentato anche per loro un momento importante per sdoganare il tabù della vergogna e del silenzio.

Alle scene corali si alternano i duetti. Molto bello quello di Anaïs Touret con Jim de Block, dove le gambe della danzatrice si aggrappano al busto del partner e la schiena inarcata sembra lanciare un grido disperato all’universo. Ma è di grande suggestione anche il passo a due di Touret con Samantha Lynch. Le due danzano con una lunga trave blu sulle spalle, in un’audace sfida di equilibrio, mentre i corpi affrontano posizioni diverse, fatte di allungamenti, slanci delle gambe e sinuosi movimenti del tronco.

Affascinante anche la sequenza del cast maschile, in gonne a cerchio con disegni bianchi e neri, così come quella delle donne in tutine screziate, protagoniste dell’unico brano sulle punte dell’intero spettacolo. Con l’avvicinarsi della tragedia che annuncia il sacrificio del giovane sámi, il linguaggio coreografico si fa sempre più caotico, impulsivo e tribale. La compagnia norvegese è scattante, dinamica, tecnicamente impeccabile, tra corse, prese, slanci, salti, cadute a terra e giri sul pavimento in stile break dance. Corpi infuocati da una rabbia ancestrale, ma anche intimamente persi in una solitudine senza sbocco che, di fronte alla violenza, reagiscono con la forza dell’unità.
Bellissimo, anche se forse un po’ lungo, il rallentamento finale, con l’intera compagnia che, a piccoli passi, attraversa il palcoscenico da una parte all’altra accompagnata dal canto, mentre una coppia si sfila per poi rientrare. Dall’alto pendono ciuffi rossi, forse le anime dei caduti, mentre i corpi si ripiegano su sé stessi.

La speranza sembra rinascere dalla forza intima dell’unità: quel procedere all’unisono, quasi al rallentatore, per riscoprire il battito di un cuore che pulsa insieme, capace di fronteggiare, ancora una volta, l’umiliazione, la flagellazione e la morte, nella prospettiva di una vita finalmente riscattata e più umana.