Il 24 settembre 2026, a St. Louis, sarà beatificato Fulton J. Sheen: il vescovo che parlava al mondo attraverso un microfono e una lavagna, e che al comunismo oppose non l’odio, ma una diagnosi.
Fulton J. Sheen scriveva benissimo. Ci sono santi che insieme al dono della santità non hanno avuto quello della parola. Lui sì: sia che parlasse di zanzare che invadono una stanza, sia che parlasse del marxismo che invade la Russia, era affascinante. Giovedì 24 settembre 2026, alle due del pomeriggio, ora del centro, il Dome at America’s Center di St. Louis, nel Missouri, ospiterà una Messa di beatificazione. Il beatificando è l’arcivescovo statunitense Fulton John Sheen; a presiedere, per papa Leone XIV, il cardinale Luis Antonio G. Tagle, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione. Si chiude un’attesa accidentata: venerabile dal 2012, miracolo riconosciuto nel 2019, Sheen doveva essere beatificato a Peoria il 21 dicembre di quell’anno, e la cerimonia fu sospesa a poche settimane dalla data.
Peter John Sheen nasce a El Paso, Illinois, l’8 maggio 1895, in una famiglia di origine irlandese, e prende il nome con cui il mondo lo conoscerà dal cognome da ragazza della madre. Ordinato sacerdote a Peoria nel 1919, studia a Washington, a Roma e a Lovanio, dove è il primo americano a vincere il premio Cardinal Mercier per il miglior trattato filosofico. Insegna poi filosofia alla Catholic University of America per 24 anni. Dal 1930 conduce sulla NBC The Catholic Hour: 20 anni di domeniche sera e, al culmine, 4 milioni di ascoltatori a settimana.
Poi arriva la televisione. Life Is Worth Living debutta il 12 febbraio 1952 su una rete minore, la DuMont, in tre stazioni. Sheen parla a braccio, senza copione, con una lavagna che gli “angeli”, i tecnici di studio, ripuliscono fuori campo. Le stazioni arriveranno a 169, più di qualsiasi altro programma regolare della rete. Va in onda il martedì alle 20, contro Milton Berle e Frank Sinatra, e regge il confronto. Nel 1952 vince l’Emmy come personalità televisiva più straordinaria e ringrazia così: «Credo sia ora di rendere omaggio ai miei quattro autori: Matteo, Marco, Luca e Giovanni». Le stime più generose parlano di 30 milioni di spettatori a settimana, in larga maggioranza non cattolici. Non prese un dollaro per quel programma e dei proventi televisivi donò 10 milioni alle missioni.
Qui sta la parte che oggi si tende a semplificare. Sheen fu uno dei più temuti avversari del comunismo, ma il suo anticomunismo non era un patriottismo travestito da teologia: era un’accusa rivolta anzitutto ai propri. La tesi è nel libro del 1948, Communism and the Conscience of the West, e l’autore la dichiara nella prima pagina: «L’unica idea di questo libro è che la filosofia del comunismo, e in una certa misura la Rivoluzione comunista, pesano sulla coscienza del mondo occidentale». Il problema russo, aggiunge, non è primariamente economico o politico ma filosofico: riguarda la natura dell’uomo. E l’Occidente quella natura l’aveva già persa per strada, avendo «perduto il concetto dell’uomo come creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio», riducendolo ad animale economico o a «un sacco fisiologico riempito di libido psicologica». Materializzato e polverizzato l’uomo, era naturale che sorgesse un totalitarismo a raccoglierne i frammenti in una nuova totalità. Il comunismo, dunque, non è un’invasione aliena: «È occidentale per origine: la sua filosofia è tedesca, la sua sociologia francese, la sua economia inglese». È «un effetto e un giudizio sul nostro mondo occidentale: un effetto, perché è nato dai nostri doveri cristiani non compiuti, dall’abbandono della casa del Padre in favore del materialismo; un giudizio, perché rivela quanto sbagliato è stato il nostro pensare». Di qui la frase che andrebbe incisa sulla soglia di ogni convegno anticomunista: «Il comunismo non va temuto perché è contro Dio, ma perché noi siamo senza Dio; non perché è forte, ma perché noi siamo deboli». Non risparmiava nemmeno l’alternativa liberale: «Il liberalismo storico è come una meridiana, che non sa segnare l’ora nel buio», parassita di una civiltà cristiana, forse soltanto «un’era di transizione fra una civiltà che era cristiana e una che sarà decisamente anticristiana».

Fulton J. Sheen, sul set di uno dei suoi programmi televisivi
Del comunismo aveva capito la cosa che più contava: che non era una teoria economica ma una fede. «Il comunismo è una religione, una resa all’assoluto», scrisse, spiegando che la sua presa sull’anima russa era stata anzitutto religiosa. Già nel 1936 aveva riassunto il metodo del fronte unito con una battuta che è tutta la sua arte oratoria: «Chi fu il primo, nella storia del cristianesimo, a usare le tattiche del fronte unito? Giuda, tradendo il Signore con un bacio». Nel febbraio 1953, in diretta, Sheen lesse la scena funebre del Giulio Cesare sostituendo i nomi: Stalin al posto di Cesare, e poi Beria, Malenkov, Vyshinsky. Concluse: «Anche Stalin dovrà un giorno incontrare il suo giudizio». Stalin morì il 5 marzo 1953. Nessuno, in America, dimenticò più quella puntata.
Eppure la sua arma vera non era l’invettiva, ma la conversione, una per una. Louis Budenz, direttore editoriale del Daily Worker, tornò alla Chiesa dopo «sei anni di sforzo tenace, corrispondenza paziente e preghiera»; Sheen gli aveva scritto: «Credo che molti comunisti siano in buona fede, e fra questi includo lei».
Lo stesso fece con Bella Dodd, dirigente del Partito comunista americano, e con Heywood Broun, Clare Boothe Luce, Henry Ford II. Il libro del 1948 è dedicato «a Maria, cuore materno del Salvatore del mondo, nella speranza orante della conversione della Russia». Vescovo di Rochester dal 1966, dimissionario nel 1969 e arcivescovo titolare di Newport, Sheen morì a New York il 9 dicembre 1979, nella sua cappella privata, in preghiera davanti al Santissimo Sacramento. Due mesi prima, il 2 ottobre, Giovanni Paolo II in visita a St. Patrick’s lo aveva chiamato a sé e abbracciato: «Hai scritto e parlato bene del Signore Gesù Cristo. Sei un figlio leale della Chiesa». È il suo epitaffio.
In italiano quel lascito è custodito dalle Edizioni Ares: I 7 sacramenti (2020), Signore, insegnaci a pregare (2021), Perché credere? in due volumi (2022 e 2023), l’autobiografia La mia vita. Un tesoro in un vaso d’argilla (2025) e, nell’anno della beatificazione, Preti. Uomini del Mistero (2026). Chi li apre scopre che il vescovo della televisione non aveva capito il comunismo studiando la Russia: l’aveva capito guardando in faccia l’Occidente. E aveva capito che non era un movimento politico, ma un atroce movimento religioso.





