Sono rari i maestri capaci di trasformare la storia meno conosciuta in autentica letteratura e Peter Hopkirk è uno di questi.

Ciascuna opera dello scrittore inglese mescola sapientemente un lavoro d’archivio senza eguali sull’operato dei servizi segreti, il racconto di episodi storici a lungo trascurati o ritenuti minori, la corsa all’egemonia delle grandi potenze coloniali e un affascinante ritratto delle tante declinazioni di Oriente che si susseguono di volta in volta nelle varie storie, con un tocco esotico e magnetico. Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, pubblicato in Italia in prima edizione da Settecolori, ora con Medhelan (pp. 580, € 32), non fa eccezione.

Febbre d’Oriente

Il primo nucleo tematico dell’opera è una sintesi delle mire del II Reich tedesco sull’impero ottomano; la febbre d’Oriente dell’ultima potenza europea affacciatasi alla corsa sfrenata e predatoria del colonialismo.

I piani trionfalistici del kaiser Guglielmo II, usciti quasi dalla fantasia di un bambino capriccioso, paiono potersi concretizzare grazie alla strabiliante efficienza del genio militare tedesco, a una diplomazia accorta e alla spregiudicatezza, nascosta al mondo, di figure poliedriche e misteriose, al tempo stesso militari, esploratori e agenti dei servizi segreti.

Sono questi i protagonisti delle opere di Hopkirk, i giganti dimenticati del grande gioco, dai diversi lati delle barricate. Il piano tedesco per l’egemonia in Oriente passa per diversi piani: dalla manifestazione della superiorità tecnologica, che avrebbe dovuto tradursi nella realizzazione della ferrovia Berlino-Baghdad, a vere e proprie battaglie culturali, con la chiamata alla guerra santa di tutti i musulmani contro gli inglesi, nei territori delle colonie britanniche.

Il kaiser, presentandosi come il tutore dell’Islam, avrebbe esteso la sua influenza sul declinante impero ottomano e, contestualmente, avrebbe destabilizzato il dominio britannico, facendo sollevare e ribollire l’India. Il piano tedesco è una strategia di lungo periodo, tanto che il rapporto paternalistico con Costantinopoli quasi precede l’unificazione dell’impero del kaiser, ma lo scoppio del primo conflitto mondiale rende più urgente l’attuazione del trionfale disegno, misto di visione misticheggiante e scrupolosa metodicità.

Una missione impossibile

Hopkirk racconta della corsa contro il tempo di un manipolo di soldati tedeschi, guidati dal capitano Niedermayer, in una missione segreta per convincere l’emiro dell’Afghanistan a rompere la politica di neutralità e a unirsi nella lotta contro gli inglesi in difesa dell’Islam.

Il viaggio del capitano tedesco e dei suoi uomini, in condizioni disperate, stupisce i servizi segreti di tutto il mondo per la straordinaria resistenza a ogni sorta di condizione climatica avversa e per la velocità di percorrenza.

Gli inglesi, a conoscenza della missione, anche se non della sua specifica finalità, restano col fiato sospeso, nel timore che truppe tedesche ben più numerose possano percorrere lo stesso tragitto e minacciare i confini dell’India.

Giunti finalmente a Herat, residenza temporanea del sovrano, l’attenzione si sposta sul potente emiro dell’Afghanistan, politico abilissimo e perfettamente consapevole della posta in gioco.

Le grandi potenze del mondo premono ai suoi confini, chi per portarlo dalla propria parte nella lotta contro gli inglesi e chi per convincerlo a rimanere fedele a una totale neutralità nei confronti dei diversi schieramenti in campo. Per qualche tempo, sembra che le cancellerie e i servizi segreti di tutto il mondo restino sospesi, in trepidante attesa di una reazione, di un solo cenno dell’emiro. I tedeschi sono convinti che il coinvolgimento dell’Afghanistan possa scatenare la guerra santa islamica contro l’impero britannico, minare il potere di Londra e rilanciare l’Impero ottomano a guida tedesca, spostando nettamente a favore degli Imperi centrali gli equilibri della guerra.

Nel racconto di questo episodio, Hopkirk mostra tutta la sua maestria, che si traduce nel tenere incollato il lettore in attesa di conoscere l’esito dell’incontro del capitano Niedermayer con l’emiro afgano. Un incontro il cui esito, anche se l’episodio non è noto al lettore, è in realtà scontato, perché gli equilibri del conflitto si sposteranno a favore dell’Intesa e a crollare sotto i colpi delle rivolte, fomentate dagli inglesi, sarà proprio l’Impero ottomano e non l’Impero britannico. Non importa se l’esito finale della guerra è a tutti arcinoto, l’attesa dell’incontro e dei suoi sviluppi impongono, per il sortilegio dei grandi autori, di voltare ancora un’altra pagina.

Deve essere stata la stessa sensazione degli alti comandi tedeschi, intenti a capire come stesse evolvendo il piano da cui così tanto sembrava dipendere. Questo aspetto porta a una seconda riflessione sull’interesse per le opere di Hopkirk, ossia a quanto episodi sconosciuti ai più avrebbero potuto cambiare in radice il corso della storia e di come personaggi rimasti quasi nell’anonimato – e spesso volutamente, visto il loro coinvolgimento nei servizi segreti – abbiano mosso fili più importanti di quanto si possa pensare.

È affascinante provare a immaginare la stessa dinamica al presente, con i protagonisti sconosciuti del cambio di regime in Siria, delle trattive burrascose fra Russia e Ucraina e il nuovo grande gioco delle sfere di influenze americane e cinesi.

Tornando al testo, fallito il tentativo di coinvolgere l’emiro nel conflitto, la strategia orientale tedesca sfuma lentamente e i destini del conflitto si giocano di nuovo nel verde delle foreste tra Francia e Germania, nel macello delle trincee, lontano dalla magia dell’Oriente. Del sogno tedesco, resta l’immagine con cui Hopkirk apre il primo capitolo del libro: un giovane ufficiale prussiano, seduto su un’altura del Tigri, intento a disegnare una fortezza ottomana e a riflettere sul declino della Sublime Porta. Si tratta di von Moltke, il geniale artefice, insieme a Bismark e von Roon, dei successi militari prussiani, della creazione dell’Impero e della vittoria sulla Francia nel 1870. Di quel sogno d’acciaio profumato d’Oriente, non resta che un fragile disegno, un pezzo di carta senza riscontri nella realtà.

L’Oriente di Hopkirk

Un altro aspetto caratterizzante dell’opera di Hopkirk è il costante confronto con l’Oriente, una dimensione a più facce, ma sempre connotata da alcuni tratti inconfondibili.

L’Oriente è terra di sovrani assoluti e stravaganti, talvolta in preda ai capricci di qualsiasi vizio terreno e altre volte risoluti nella missione quasi religiosa di resistere all’accerchiamento dell’Occidente. Corrompere il sovrano, rovesciare il regime o usare la forza, non ci sono molti altri mezzi per assoggettare un popolo orientale e inglobarlo nell’impero coloniale o in una più tenue sfera di influenza. In tutte le opere di Hopkirk, il rapporto con l’Oriente è figlio dell’imperialismo ritratto così bene nei suoi libri. I militari avventurieri dei diversi paesi europei, folgorati dalla bellezza e dall’esotismo orientale, secondo stilemi in parte stereotipati, vanno in avanscoperta alla ricerca di nuove Eldorado da saccheggiare. È il mondo dell’apogeo del colonialismo, che Hopkirk si limita a descrivere, senza apologie e senza condanne. Difficile, però, rimanere indifferenti al fascino delle immagini di un Oriente perduto per sempre, o forse soltanto vagheggiato. In Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, è l’Afghanistan a catturare l’immaginario del lettore, oltre all’India sempre citata come punta di diamante dell’impero britannico.

Ancora una volta a oriente di Costantinopoli, il secondo grande blocco narrativo del libro di Hopkirk è ambientato nel Caucaso, terra di confine fra l’impero ottomano e la Russia, appena passata dallo zarismo al leninismo. Capitoli densi e avvincenti raccontano con dovizia di particolari una delle ultime grandi battaglie della Prima guerra mondiale: la battaglia di Baku. Il crollo dell’impero zarista, a guerra ancora aperta, porta a un risveglio della sete di indipendenza in tanti popoli e comunità ai confini dell’enorme Stato, e nel Caucaso si mescolano identità, storie e religioni, perennemente in bilico fra convivenza e conflitti fratricidi. A Baku – città piuttosto sviluppata, votata al commercio e frequentata ormai da decenni da imprenditori occidentali – si crea una tensione fortissima fra la popolazione musulmana, gli armeni e i russi. Nasce la Comune di Baku e i soviet prendono il potere per pochi mesi, con un governo guidato da 26 commissari. Le truppe ottomane incombono, premono alle porte di Baku. Mille storie sono condensate in quei pochi mesi e in quei luoghi. C’è il confronto feroce fra musulmani azeri e armeni, con sullo sfondo la tragedia del genocidio armeno consumato proprio in quegli anni. C’è l’epopea rivoluzionaria dei 26 commissari di Baku, divenuti eroi leggendari del comunismo sovietico del Caucaso. C’è l’intervento delle truppe inglesi, accorse in aiuto dei russi, ma senza alcuna volontà di sostenere la Comune, poi sostituita con un nuovo ente governativo. C’è l’ultima fiera zampata dell’impero ottomano, prima della sua dissoluzione. Le mura di Baku, in quei mesi, paiono la torre di Babele, all’interno della quale si intrecciano tante tragedie, slanci verso un futuro utopico e rigurgiti di manifestazioni di potenza.

Gli ultimi giorni di un Impero millenario

Gli eventi si susseguono rapidamente. Cade la comune di Baku, le truppe ottomane intensificano il loro assedio e il contingente inglese evacua la città, lasciando campo libero ai conquistatori. Ancora una volta, la popolazione armena finisce sotto le grinfie degli ottomani.

È l’ultima vittoria nella storia della Sublime Porta, un impero durato oltre mezzo millennio. Soltanto un mese e mezzo dopo, Costantinopoli capitola e le truppe ottomane abbandonano la città. Gli inglesi tornano a Baku da vincitori.

Nel frattempo, i 26 commissari, falliti tutti i tentativi di mettersi in salvo, vengono fucilati, in circostanze in parte ancora avvolte nel mistero e gli inglesi vengono accusati di essere i diretti responsabili dell’esecuzione. Ne nasce un mito. I 26 commissari di Baku divengono gli eroi dell’epopea sovietica in Azerbaijan, un’epica oggi del tutto dimenticata. È lo stesso Hopkirk a raccontare come, con il crollo sovietico, siano stati rapidamente smantellati, anche dalla memoria collettiva, i simboli legati ai 26 commissari. Tutto ciò si sprigiona dalla descrizione di un episodio del primo conflitto mondiale, spesso lasciato ai margini della narrazione, e raccontato con lo stile inconfondibile di un autore del tutto originale.

In questo crogiuolo di storie, il protagonista nascosto, sospettato di aver mosso fili essenziali per la fucilazione dei 26 commissari di Baku, è Reginald Teague-Jones, un agente dei servizi segreti inglesi, tra gli ultimi principi del grande gioco.

Cresciuto a Pietroburgo, inviato in giovanissima età in India al servizio dell’Indian Police e infine importante attore in area caucasica della Prima guerra mondiale. Nel 1922 cambia identità, assume il nome di Ronald Sinclair e svolge importanti missioni in Iran. Resta Ronald Sinclair fino alla fine dei suoi giorni, quasi centenario.

Nelle ultime pagine del suo libro, Hopkirk racconta il lavoro di ricerca sulla vita di Tagues-Jones, alla ricerca dei pezzi mancanti, narrando come a un certo punto fosse emersa la nuova identità con il nome di Ronald Sinclair. Lo scrittore immaginava che il personaggio a cui aveva dedicato così tante energie fosse morto da tempo, ma nel 1988 appare un necrologio sul Times in memoria di Ronald Sinclair. Dal necrologio è evidente che si tratti di quel Ronald Sinclair, ma nessuno era a conoscenza del fatto che Ronald Sinclair e c fossero la stessa persona.

Così, Hopkirk scrive un secondo necrologio e rivela al mondo la storia singolare di un grande protagonista del grande gioco. C’è tutto Hopkirk, in questo straordinario finale.