Alto, magro e sorridente, con quel tipico aplomb inglese, non gesticola troppo mentre parla, solo ogni tanto muove le sue grandi mani da scultore come se ancora stesse plasmando l’argilla per dar forma alle sue opere. Sean Henry (Woking 1965) è stato il primo scultore a vincere il Premio Villiers David nel 1998, particolarmente amato in Gran Bretagna, Stati Uniti e nei Paesi scandinavi. Le sue sculture sono esposte in gallerie, collezioni private ma soprattutto in spazi pubblici: memorabile la solitaria figura seduta nelle North York Moors (ora allo Yorkshire Sculpture Park), oltre che l’incredibile installazione di 28 statue del 2024 nella cattedrale di Ely nel Cambridgeshire: «Originariamente era una chiesa cattolica», spiega Henry, «poi con la Riforma è diventata protestante e tutte le statue sono state eliminate. Mi hanno chiesto di riempire quegli spazi vuoti con alcune delle mie figure, per me è stata un’esperienza unica».
- Gruppo di sculture realizzate tra il 1999 e il 2024. Installazione presso Ely Cathedral, 2024. Copyright © Sean Henry
- S. Henry, Seated Figure, 2019. In progress. Copyright © Sean Henry
- Gruppo di sculture realizzate tra il 1999 e il 2024. Installazione presso Ely Cathedral, 2024. Copyright © Sean Henry
Le sue sculture non sono nuove al pubblico italiano: fu Lamberto Fabbri, già presidente e direttore artistico del Circolo degli artisti, a presentarlo per la prima volta nella mostra The centre of the Universe (dicembre 1998-gennaio 1999), a cura di Beatrice Buscaroli. L’amicizia con Fabbri si consolidò nel preziosissimo libro The song I am about to sing (Il cenacolo delle arti, 2018) e, nel dicembre dell’anno appena passato, si è rinnovato con il libro Amori, Amore, in cui i disegni di Henry accompagnano testi di Ovidio scelti e tradotti dal poeta Roberto Mussapi. Colpiscono nelle sue opere i cambiamenti di scala, per cui le proporzioni non sono mai a grandezza naturale, ma ingigantite o ridotte, mettendo in crisi la nostra comprensione della realtà e creando un contrasto fisico e psicologico.

S. Henry, Catafalque, 2011. Installazione presso Salisbury Cathedral. Copyright © Sean Henry
Molta parte della critica definisce la tua arte iperrealista, rifacendosi a quella corrente artistica che cerca di riprodurre la realtà nel modo più verosimile possibile.
Iperrealisti sono Duane Hanson o Ron Mueck, non io. Penso che la mia arte in qualche modo abbia a che fare con il realismo, ma non mi è possibile copiare la vita perché, se provassi a fare una scultura davvero vera, ancora non sarebbe vera. Prendi per esempio una testa e riproducila esattamente così com’è, sarebbe una maschera della morte. Per me è abbastanza avere la presenza di una persona, l’idea che sia lì. Qualcosa deve cambiare attraverso le mani dell’artista per evocare e non per imitare la vita.
Le tue sculture ritraggono corpi, più di uomini che di donne, tu le chiami figures (figure), proprio ad accentuare questo legame con la persona, e spesso le raffiguri in una postura seria e austera.
Il corpo è ciò in cui tutti siamo, il posto in cui viviamo. Le mie figure, infatti, si riferiscono a me tanto quanto agli altri. Anche per questo probabilmente realizzo più figure maschili che femminili: so meglio cosa si prova ad abitare un corpo maschile e, probabilmente, quando creo figure femminili sono più osservatore per cui, forse, c’è una maggiore separazione. Non c’è una risposta su che cosa siano le mie figure: sono esseri anonimi, persone nel mondo. Devo ammettere che le mie sculture preferite sono quelle che puoi mettere in una città o in una stazione ferroviaria, e la gente potrebbe non vederle, domandarsi “che cos’è?”, o vederle per caso senza aver deciso di andare in una galleria o in un museo.
- S. Henry, Hedda, 2018. Copyright © Sean Henry
- S. Henry, Embrace, 2025. Copyright © Sean Henry
Le tue sculture poste all’aperto sono soggette alle intemperie che, inevitabilmente, agiscono sull’opera modificandola. Si può dire che il passare del tempo faccia parte dell’opera stessa?
In realtà è un problema, quindi rifletto molto attentamente su dove andrà, chi se ne prenderà cura e come verrà mantenuta. Qualche opera ho dovuto ridipingerla, ma a volte le figure diventano più dure e stoiche quando la vernice sbiadisce, perciò il tempo fa parte del loro viaggio. E penso che il passare del tempo sia uno dei motivi per cui realizzo sculture: per cercare di fermarlo, perché so che le figure dureranno più a lungo di noi.
Nelle tue sculture è anche fortemente presente una dimensione onirica.
Sono molto interessato ai sogni. E, in realtà, anche questo nuovo progetto che ho realizzato con Lamberto Fabbri su Ovidio tratta di questo: sono narrazioni, ma ho avuto la sensazione che, in realtà, ciò che conta è il modo in cui vengono raccontate le storie sulle persone e cosa immaginiamo di esse. Nella mia scultura è molto importante lasciare spazio all’immaginazione. Spesso la gente si domanda “chi sono?”, per me non importa davvero chi siano perché alla fine siamo tutti anonimi.
- S. Henry, Couple, 2007. Installazione presso Newbiggin Bay. Copyright © Sean Henry
- S. Henry, Folly, 2012. Installazione presso Cass Sculpture Foundation. Ph Jonathan Stewart. Copyright © Sean Henry






