C’è un filo rosso che attraversa la vita di Lamberto Fabbri: la ricerca ostinata della bellezza. Non quella superficiale, ma una bellezza che inquieta, interroga, costringe a guardare oltre. Con grande generosità mi apre le porte della sua casa e del suo studio, pieno di libri e di opere d’arte, ognuno con una storia che mi racconta con entusiasmo. Sculture, dipinti, ceramiche – la prima grande passione di Fabbri – sono stati scelti con cura oppure donatigli da artisti che hanno avuto la fortuna di incontrarlo nel proprio percorso.
Lui è un vero “amante delle arti” che, con passione e dedizione, crea a sua volta splendide opere editoriali – chiamarli libri sarebbe riduttivo – pensate nei minimi dettagli nella forma e nel contenuto, per esaltarne il più profondo significato che custodiscono.
Nel suo racconto, arte, musica, poesia e spiritualità si intrecciano, come parti di un unico discorso, come risposta all’esistenza.

Lamberto Fabbri
Dal vecchio granaio al MoMA
Nei primi anni Novanta, racconta, «un amico mi mostrò un vecchio granaio del Seicento a Faenza. Ho capito subito che poteva diventare un luogo per artisti». Nasce così il Circolo degli Artisti, che Fabbri guiderà fino al 2006. In pochi anni diventa un crocevia internazionale: quasi 200 concerti, 160 mostre, oltre 150 pubblicazioni. Sul palco e negli spazi espositivi passano grandi nomi del jazz e dell’arte contemporanea, ma anche poeti Ue Un ritratto dicritici. «I grandi li riconosci subito, hanno un’aura», dice. Ed è proprio quell’aura il criterio che continua a orientare la sua attività di mecenate delle arti.
Attorno a quel granaio si forma una comunità irripetibile: si discute d’arte bevendo vino, nascono idee, collaborazioni, amicizie. Con Alberto Cappi prende vita la collana editoriale “Nightingale’s”, che porta quei libri d’artista realizzati a Faenza – con materiali pregiati e cura artigianale – fino a istituzioni come il MoMA e il Guggenheim. I primi lavori editoriali prendono avvio con la pubblicazione di testi inediti di Luzi, Zanzotto, Sanguineti, intrecciando parola e immagine.
Tra tutte le iniziative, è la grande antologica dedicata a William Congdon nel 1996 a segnare il suo percorso: oltre 300 dipinti a olio e un centinaio di disegni, esposti tra il Palazzo delle Esposizioni di Faenza e il Circolo degli Artisti, con una sezione inaugurale anche al Complesso di San Giovanni in Monte per l’apertura della sede europea dell’Università di Bologna. Ancora oggi, ricorda Fabbri, è considerata dalla critica la più importante mostra mai realizzata sull’artista, superiore anche a quelle di Milano e Madrid.
Dopo la chiusura del Circolo nel 2006, l’esperienza non si interrompe ma prosegue con il Cenacolo delle Arti, naturale evoluzione di quella comunità. Qui rimane viva una rete di artisti e intellettuali attraverso mostre, libri e incontri, attorno alla quale si raccolgono firme come Giuseppe Conte, Davide Rondoni, Gian Ruggero Manzoni, Roberto Mussapi, Giovanni Gastel, e artisti tra cui Hidetoshi Nagasawa, Luigi Ontani, Giuliano Della Casa, Joan Crous. Un lavoro prezioso riconosciuto anche da figure come Federico Zeri.
Una bellezza “etica”
«Se un artista non cerca un’anima nel mondo, è un decoratore. E molta arte contemporanea è arredamento».
Per Fabbri, l’opera nasce sempre da una tensione interiore. Parlando, per esempio, della scultura di Sean Henry – presentata in Italia dallo stesso Fabbri a fine anni Novanta – insiste sulle deformazioni e proporzioni alterate delle sue sculture: mani grandi, corpi tesi, forme che non imitano la realtà ma traducono una visione. «L’artista trasferisce la propria dimensione nella materia», spiega. Ma quella visione diventa arte solo quando si apre fino a farsi universale.
Il discorso scivola naturalmente nella spiritualità. «C’è una differenza enorme tra un Dio che devi raggiungere e un Dio che viene verso di te», osserva, citando con commozione figure fuori dagli schemi come padre Angelo Pansa, testimoni concreti di un “oltre” essenziale.
È una bellezza etica, che si manifesta nei dettagli e nelle piccole cose del quotidiano: una luce al mattino, un giardino, un bambino.
Tra i racconti di aneddoti, incontri e telefonate inattese, mi mostra lettere di artisti e personalità della cultura che ne sottolineano l’umanità e la generosità. «Il re dei re, il più folle dei folli, il cardine dei cardinali, il maestro dei maestri, il regista de’ registrati snob delle arti grafiche rare e sante d’Italia», lo definisce acutamente Eduardo Alamaro.
Alla fine, con quell’accento romagnolo che lo contraddistingue e il sorriso pieno sulle labbra, Fabbri mi dice: «Non capisco niente, però sento il bello».