Nell’anniversario della nascita di don Luigi Giussani (15/10/1922 – 22/02/2005), pubblichiamo l’invito alla lettura di Davide Prosperi, presidente di Comunione e Liberazione, al libro Carissimo don Gius (Ares 2026), l’epistolario “postumo” di Peppino Zola con il suo padre nella fede.

Invito alla lettura 

Il racconto di un’appartenenza 

C’è un fattore portante da cui ogni giudizio autentico sulla vita e sulla storia deve ripartire, come una sorta di architrave che sorregge tutta l’impalcatura dell’esistenza umana. Per lo meno, così si può dire del metodo educativo di don Giussani, il fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, destinatario delle lettere postume contenute in questo testo. Questo fattore è l’esperienza, che – sempre secondo Giussani – non si riduce al mero “provare”, ma «soprattutto coincide col giudizio dato su quel che si prova» (Il senso religioso, p. 7). Non un’idea, non una teoria, dunque, ma un evento che accade e che intercetta la libertà dell’uomo, mettendola in movimento. È precisamente questo il cuore del libro di Giuseppe Zola: una testimonianza viva, grata e appassionata di un uomo che ha fatto un incontro eccezionale che gli ha cambiato la vita. Zola si sorprende e si entusiasma nell’osservare che è quello stesso incontro che continua a cambiare la vita di tanti, giovani e meno giovani, generando un popolo. 

Don Giussani alla lavagna durante una lezione

Non si può dire che queste pagine descrivano appena il riemergere di un ricordo, e nemmeno che abbiano una pretesa di definire un’operazione culturale o commemorativa. Sono piuttosto il racconto di una appartenenza, di un cammino personale dentro una storia di popolo. E, proprio per questo, risultano profondamente attuali. In un tempo in cui spesso anche tra i cristiani si insinua la tentazione di ridurre la fede a schema, a dimensione intimistica slegata dalla vita sociale, oppure a schieramento o reazione, ciò che emerge qui è il criterio semplice e decisivo che don Giussani ci ha consegnato: ripartire sempre da Cristo, presente nella storia attraverso la Chiesa. 

Colpisce, leggendo, come tutto venga ricondotto con chiarezza a questo elemento originario. Le divisioni, le fatiche, le incomprensioni – che pure attraversano inesorabilmente la vita di ogni realtà umana – non sono negate, ma giudicate. E il giudizio su di esse non nasce da una strategia o da un equilibrio organizzativo, bensì da un ritorno all’essenziale. Quando si perde l’origine, anche le forme migliori finiscono per irrigidirsi, producendo inevitabilmente contrapposizioni; quando invece l’origine è viva, allora tutto può essere assunto, purificato e rilanciato. 

Per questo, il richiamo all’importanza di rimanere fedeli al metodo – così centrale nell’esperienza di Comunione e Liberazione – attraversa tutto il libro. Il cristianesimo non è mai stato, per don Giussani, un discorso su Cristo, ma è generato dall’impatto di questo fenomeno sulla vita dell’uomo che, seguendo il linguaggio dell’autore, chiameremo l’«avvenimento» della Sua presenza oggi. E tale presenza si rende accessibile dentro una compagnia umana, in cui l’unità non è un ideale da costruire, ma un fatto da riconoscere e custodire. Da qui nasce anche quella valorizzazione dell’autorità che Zola riprende con insistenza: che ci sia qualcuno – a prescindere da chi questo sia – chiamato a svolgere una funzione autorevole nella compagnia rappresenta la condizione perché la libertà stessa possa compiersi. Indubbiamente, questo accento si pone in forte discontinuità con la mentalità odierna prevalente, talora perfino in certi ambienti della Chiesa, che vede il rapporto con l’autorità come limite alla libertà individuale. 

In questo senso, appare particolarmente significativa l’insistenza sul carattere “popolare” dell’esperienza di CL. Il movimento non è mai stato un’élite, né un progetto per pochi, ma un popolo generato da un incontro. E un popolo vive solo se attraversa il tempo, cioè se sa tenere insieme le generazioni. Il tema dell’alleanza tra giovani e anziani, che affiora in queste pagine, non è allora un aspetto sociologico, ma una dimensione essenziale dell’esperienza cristiana: è nel passaggio della testimonianza che si verifica la verità di ciò che abbiamo incontrato. Questa sottolineatura rimanda a un saggio poco conosciuto e ancor meno valorizzato di Romano Guardini, Le età della vita, che invece è un testo che sarebbe assai utile riprendere nel tempo in cui viviamo, con l’età media che da anni continua ad alzarsi in Europa. 

Un altro elemento che merita di essere sottolineato è lo sguardo con cui viene accolto il cammino della Chiesa. L’approvazione del nuovo Statuto della Fraternità di Comunione e Liberazione, ad esempio, è letta non semplicemente come un atto giuridico, ma come un segno – il segno di una appartenenza più grande, che ci precede e ci sostiene: quella alla Chiesa universale, guidata da Pietro. È un riconoscimento, questo, che ci invita a una gratitudine più consapevole e a una responsabilità più matura. 

Infine, ciò che colpisce maggiormente è il tono di fondo che attraversa tutto il testo: una letizia. Non ingenua, non superficiale, ma radicata nella certezza del bene ricevuto. È la stessa letizia che don Giussani indicava come segno della verità di un’esperienza, e in particolare dell’esperienza cristiana: una gioia che resiste, che attraversa le circostanze e che, proprio per questo, diventa testimonianza. 

Questo libro, dunque, è prezioso non solo per chi ha condiviso direttamente la storia raccontata, ma per chiunque desideri comprendere che cosa significhi oggi vivere la fede come esperienza autenticamente personale, quindi comunionale.  

È da qui che può rinascere tutto.