Non so perché il ricordo della mia prima lettura dell’Odissea, avvenuta alle medie, quando avevo tra i 12 e i 13 anni, è così sbiadito. Forse colpa della traduzione, in versi sciolti, quasi prosaici, privi del ritmo solenne, debordante, musicale e misterioso che aveva dato alla sua Iliade Vincenzo Monti. Letta da me soltanto un anno prima con un entusiasmo, quello sì, indimenticabile.

O forse colpa di un protagonista maturo, che sin dall’inizio veniva presentato come uomo di molto ingegno e molte astuzie, che ai miei occhi di bambino valevano molto meno dell’eroismo crudo e ribelle di Achille, e anche di quello rassegnato e colmo di umana pietà di Ettore. Fatto sta che a scuola non mi appassionai alla lettura dell’Odissea. Stranamente, mi occorse crescere molto e riflettere molto per capire come e perché cambia tanto la voce di Omero, e per godermi in tutta la loro portata la bellezza e l’incanto del poema che racconta di Ulisse.

Allora, al fuori della scuola, ero già un lettore avidissimo di libri: ero nella prima fase, quella dei libri di avventura o delle riduzioni per l’infanzia dei grandi classici del romanzo occidentale.

Nella casa immensa e mal ridotta dove abitavo con i miei a Porto Maurizio, una stanza era adibita a biblioteca. A una parete stavano scaffali che si andavano via via riempiendo di copertine multicolori, sull’altra parete si aprivano due finestre dai vetri a rombo color viola e verde, che proiettavano all’interno una luce fuori del tempo, propizia ai voli della fantasia verso universi lontani. Era il mio regno. I libri mi venivano regalati dai miei genitori, era il dono che preferivo in maniera esclusiva. Già allora, quando non avevo coscienza teorica di cosa fosse la letteratura, i libri erano i migliori compagni che potessi desiderare, i depositari delle mie passioni.

Arrivai a mettere insieme una bibliotechina che comprendeva libri di Jules Verne, Mark Twain, Louis Stevenson, Daniel De Foe, Jonathan Swift, Charles Dickens. Subito le mie preferenze andarono ai personaggi viaggiatori, a Robinson Crusoe, a Lemuel Gulliver. L’isola del tesoro, che mi fu regalato a Natale, assorbì in modo così travolgente la mia attenzione, che per tutta la giornata di festa me ne stetti con Jim Hawkins e con Long John Silver, incurante di tutto il resto, e non smisi di leggere sinché il libro non fu finito. Oliver Twist mi commosse già troppo. Poi qualcuno mi regalò La capanna dello Zio Tom, e fu il disastro: mi presero una pena e un’angoscia che somatizzai in dolori lancinanti ai talloni. Smisi di leggere, e il libro andò addirittura perduto.

Allora, in quella fase preletteraria della mia vita, non potevo rendermi conto che gli eroi che amavo nei romanzi di avventura, e persino quelli di cui seguivo con fervore le storie nei fumetti, soprattutto nell’Intrepido, allora il mio preferito, avevano proprio nell’Odissea un precedente decisivo, un archetipo colossale. Non mi rendevo conto che l’Odissea è il romanzo di avventura dell’Occidente. Che è l’avventura dell’Occidente stesso, in tutte le sue declinazioni. Ulisse ha vinto, ha soppiantato Achille perché non è soltanto l’eroe dal polimorfo ingegno che affronta le difficoltà di un viaggio per mare per tornare a casa, è anche l’eroe più contraddittorio, con più ombre, con più sventure, con più amori, con più capacità di sfidare il destino, gli dèi e il mondo.

È l’eroe che dice di chiamarsi Nessuno. E così inganna il povero, goffo, tonto e crudele Polifemo. Ma nello stesso tempo inventa quel nichilismo che avrà tanta parte nella definizione della civiltà e dell’uomo d’Occidente. Tutte le stagioni della nostra storia hanno incrociato Ulisse.

Ci voleva lo spirito gotico e cristiano di Dante per farne un eroe della ricerca, della conoscenza, della sfida al mistero. Ulisse, «consigliere fraudolento» in Omero, in Dante diventa il maggior ispiratore di virtù nobili e di grandezza spirituale mai apparso nella letteratura mondiale. L’Odissea, in sintonia con lo spirito greco, è una epopea orizzontale, in cui si muovono orizzontalmente vita, passioni, personaggi, destini. La Divina Commedia è una epopea verticale, che instaura, senza rinnegare la cultura antica, anzi assumendone tanti motivi, l’idea che ogni viaggio sia un viaggio dell’anima, verso l’alto, verso la conoscenza suprema, quella di Dio.

Nel Novecento, secolo di crisi e di ansie nullificanti, a riportare sulla terra Ulisse fu James Joyce col suo capolavoro. Lo riporta a Dublino, in una giornata spesa dal suo avatar moderno Leopold Bloom tra varie, quotidiane, scurrili, insensate, misere imprese. In una livida Dublino dove a casa lo aspetta la sua fedifraga Penelope, Molly. Un mondo sta franando e il mito di Ulisse serve a puntellare le macerie e dar loro un ordine aristotelico, letterario. Stilistico. Non spirituale. Per tornare a leggere l’Odissea dovevo aspettare che cadessero in me tutte le suggestioni joyciane. Uscire dall’universo joyciano richiedeva un abbandono del canone novecentesco e un guardare alla letteratura con uno sguardo originario. Non era facile nei tempi della mia formazione, in quella Milano anni Sessanta così dinamica e modernizzatrice, metamorfica e ideologica. E io, studente in Statale, con una cameretta al Collegio dell’Università nel grigiore di nebbie dilaganti tra Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni, lontano dal mare e ormai da tutti i sogni eroici dell’adolescenza, dovetti lottare con me stesso e con gli altri per varcare la soglia, andare per la mia nuova strada.

Ci fu una stagione in cui non avevo più letto né Omero né Dante: in cui credevo che non esistessero più libri sacri. Per mia fortuna durò poco. Compiuto nelle aule della Statale il mio corso accelerato di modernità e di nichilismo, finalmente potei tornare alla mia verità, al mio amore per i classici liberati dalla polvere che certo sapere scolastico vi aveva depositato sopra. Tornare alle origini. Dimenticare Nessuno. La cultura che non vedeva che lui è ritrovare nel loro splendore il mare, l’avventura, e l’Odissea. Dicevo che la voce di Omero cambia nell’Odissea. Ora dovevo capire come, soprattutto in relazione all’eroe dal cui nome deriva il titolo del poema. Odisseo. Per i latini e poi per noi, Ulisse.

Nell’Iliade, Ulisse non soltanto non ha un ruolo principale, ma figura spesso come un tipo losco, capace di imbrogli e tranelli, vendicativo e pronto al tradimento. Il povero Palamede, che i Greci dicevano rivaleggiasse con lui per astuzia, fu la sua principale vittima. Era lui che lo aveva smascherato quando Ulisse, per non partire per Troia, si era finto pazzo arando la sabbia della spiaggia e seminando sale: una finzione che avrebbe dovuto essere perfetta. Palamede posò Telemaco neonato sulla sabbia dove stava per passare l’aratro. Ulisse dovette fermarsi. E andare in guerra. Al campo acheo, però, mise in atto una vendetta terribile. Confezionò una lettera del re troiano Priamo in cui si ringraziava Palamede per le informazioni ricevute, la mise in un sacchetto di monete e fece in modo che il tutto venisse ritrovato nella tenda di Palamede stesso. Che, accusato ingiustamente di tradimento, venne disonorato e lapidato. Questo Ulisse non avrebbe mai occupato il ruolo centrale nell’immaginario occidentale, come poi avvenne. Tutto cambia con l’Odissea: il suo peregrinare, il suo esilio, la persecuzione che il dio Poseidone attua contro di lui lo riscattano. Le sue pene, il suo naufragio, il suo perdere tutto, navi e compagni, il suo viaggio all’Ade a parlare con le ombre fanno dimenticare che sinora è stata soltanto l’astuzia, culminata nello stratagemma del Cavallo, a connotarlo. Nell’Odissea, Ulisse non è più il duro eroe guerriero. Lo ridiventa alla fine, quando esce dal suo ultimo travestimento di mendicante, vince la gara con l’arco e compie la strage dei Proci.

Quando mi sono messo a rileggere l’Odissea, ho scelto una versione in prosa, quella per me ottima di Maria Grazia Ciani. La pura prosa accentuava l’aspetto romanzesco delle vicende del poema. E la prima cosa che mi ha colpito è la prevalenza delle figure femminili nel poema. Rispetto all’Iliade, trovavo che i personaggi femminili sono non soltanto più numerosi e ben delineati, ma che hanno una centralità strutturale nella storia. Le avventure di Ulisse non potrebbero essere quelle che sono senza di loro. Sono loro a dare senso a lui, a renderlo nuovo, attrattivo, con un fascino che non sembrava possedere prima. E così mi sono appassionato a ricostruire come Nausicaa, Circe, Calipso, Penelope diano vita a un nuovo eroe, ciascuna in maniera diversa, a volte opposta, ma sempre legata a un filo d’amore. Le donne portano nell’Odissea incanto, magia, amore. Ne fanno il contraltare della maschile e sanguinaria (e non per questo meno splendente) Iliade. Nausicaa è ancora una ragazza. Innocente, ingenua, sognatrice, con le idee chiare su come Zeus ordini di accogliere mendicanti e stranieri. Lei lo accoglie naufrago e lo guida dal padre, il re dei Feaci. Si innamora di lui? Non lo sappiamo. Ci è dato immaginarlo. Lo immaginò Goethe durante una sua visita al teatro greco di Taormina, quando, nelle pagine del suo Viaggio in Italia, annunciò che avrebbe scritto su una storia d’amore di Nausicaa e Ulisse. Poi non lo fece. Ma l’idea è tanto bella e mi colpì a tal punto che molto indegnamente lo feci io, proprio dopo avere passato un pomeriggio, sino a un tramonto rubescente, con l’Etna gigantesca sullo sfondo, in quel meraviglioso anfiteatro.

Circe è donna matura, fattucchiera, un po’ sensuale un po’ malvagia, che usa complicate arti magiche ma soccombe alla naturalezza dell’amore. La Ninfa Calipso è una personificazione della bellezza e dell’incanto. I sette anni in cui trattiene Ulisse con sé sono una eternità, la creazione magica di un mondo fuori del mondo, fatto di gioia e di piacere. Eppure Ulisse vuole fuggire anche da quello. Lo aspetta a Itaca Penelope, la sposa. Quando finalmente avviene il loro incontro, non è come ce lo aspettiamo. Riconoscono subito Ulisse sotto mentite spoglie il cane Argo e la nutrice Euriclea. Penelope no. Possibile? Che diffidenza, che reticenza la abitava? Forse 20 anni di lontananza sono troppi. Non sappiamo se i due coniugi si amano ancora. Molti miti posteriori poi li dicono ognuno per la propria strada. Ma l’amore di due anziani coniugi è il più prosaico e insieme misterioso. Come è un mistero distinguere, tra loro, chi ama di più. Io sono stupito dal fatto che, se è vera l’etimologia che fa derivare il nome Odisseo da Colui che odia o Colui che è odiato, nell’Odissea il portatore di un nome in sé terribile è amato moltissimo, sognato castamente da Nausicaa, concupito carnalmente da Circe, desiderato come compagno per l’eternità da Calipso, atteso con sottile pazienza da Penelope. Ma lui chi ama? Si concede all’ammirazione innocente di Nausicaa, cede al fascino della maliarda Circe, convive per un’intera epoca di piaceri con Calipso, torna alla fine da Penelope. Ma non sappiamo chi ami davvero. E se ami. Risulta passivo rispetto alle donne, sono loro che lo plasmano, sono loro che ne riscattano la freddezza astuta, imbrogliona cui ha affidato la sua fama precedente.

A Nausicaa, a Circe, a Calipso , a Penelope, lo stratagemma del Cavallo, che ha fatto finire Troia in un bagno di sangue e nel fuoco, non interessa. Con saggezza tutta femminile, accolgono, amano, aspettano l’uomo, prima dell’eroe. L’Odissea non è percorsa da venti di guerra. È percorsa da soffi di un ambiguo, indecifrabile vento d’amore e di magia. Di incanto e di incantesimi. Tanto è forte la presenza femminile, e del femminile, nell’Odissea, che qualcuno ha spinto la sua immaginazione a concepire una idea che mi ha subito colpito, e sulla quale continuo a fantasticare.

Il primo fu Samuel Butler, poligrafo dell’Ottocento, vivace critico dello spirito vittoriano e traduttore di entrambi i poemi omerici. Secondo Butler, l’Odissea è opera di una donna. Così il cambio di tono, di mano, l’irruzione del magico, del fantastico, dell’amore si spiegherebbe radicalmente. Una donna, e nella fattispecie una principessa siciliana di cui non sappiamo nome, provenienza, nulla se non che è di nobile stirpe e abita nell’Isola i cui luoghi tanto spesso ricorrono nelle vicende di Ulisse, e marcano il suo viaggio. Se una ipotesi come questa fosse plausibile, la poesia epica e quella lirica d’Occidente avrebbero capostipiti femminili: l’anonima principessa siciliana, e Saffo.

A noi resterebbe l’Iliade e il teatro, con la sua tutta maschile passione per il fingere e l’agire sulla scena.  L’ipotesi di Samuel Butler fu ripresa nel Novecento dall’autore inglese cui dobbiamo uno dei saggi più importanti sul mito greco, Robert Graves, che sull’idea di un’autrice dell’Odissea imbastisce un intero romanzo, La figlia di Omero. Così ogni volta che riapro il libro, sempre nell’umile traduzione in prosa pubblicata in un tascabile che tengo costantemente su uno dei miei due tavoli di lavoro, vedo Ulisse in questa nuova luce. Amato da donne. Raccontato da una donna. Non è così, nessuno studioso della questione omerica avalla questa ipotesi. Ma non è affascinante? Si sa che l’anima desidera racconti come desidera amore. Certo alla fine Ulisse ritorna l’eroe guerriero che è sempre stato. Ma il suo tendere l’arco e uccidere tutti i Proci non fa dimenticare il vagabondo, l’avventuriero, l’esule, il perseguitato, il naufrago che è «bello di fama e di sventura», ed è amato eternamente per questo.