Partendo dalla recente distinzione tra “giovani anziani” (65-74 anni), “anziani” (75-84 anni) e “grandi anziani” (over 85), vengono evidenziate le correlazioni, soprattutto in Italia, tra longevità e calo della fecondità, tra l’anziano come risorsa socio-economica e come “peso” sanitario, dedicando una particolare attenzione alle diverse forme di “ageismo” (pregiudizio, disprezzo e discriminazione verso una persona in ragione della sua età) e al delicato quanto urgente problema della non autosufficienza. Antonio Monteleone è specialista in Urologia e ha l’attestato Corgesan Sda Bocconi (1995). Ricopre importanti ruoli in Associazioni dei gestori dei servizi sociosanitari. È coautore di alcune ricerche in campo sociale e autore di libri e articoli sui servizi per gli anziani e del copione di uno spettacolo teatrale: Quotidianità di un dramma. Convivere con la demenza.

I “nuovi anziani” sono una categoria sorta nel 2018, in occasione del 63° Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg). Infatti, in quell’occasione è stato suggerito di innalzare la soglia che definisce l’ingresso nella terza età da 65 a 75 anni. Questa proposta trova fondamento nel miglioramento significativo, rispetto al passato, delle condizioni fisiche e cognitive delle persone che le porta a rimanere proficuamente in società e nel mondo del lavoro. La nuova definizione, ovviamente, tiene conto dell’aumento dell’aspettativa di vita e della più robusta salute nei Paesi sviluppati e ha avuto conseguenze sull’età pensionabile nel senso che, se
l’Istat rileva un incremento della speranza di vita a 65 anni, i requisiti anagrafici (e contributivi per la pensione anticipata) aumentano di conseguenza per mantenere la sostenibilità del sistema. Ovviamente l’aspettativa di vita influenza anche l’importo dell’assegno. Più tardi si va in pensione, più alto è il coefficiente applicato al montante contributivo, traducendosi in una mensilità più elevata.

La modalità definitoria non si limita alla spiegazione precedente. In gerontologia e nelle politiche sociali è stato coniato il termine quarta età per indicare la fascia di popolazione composta dai “grandi anziani”, generalmente identificati come le persone di età superiore agli 85 anni. In questa fase della vita aumentano in modo rilevante la fragilità e la presenza multipla di patologie croniche che compromettono spesso e pesantemente l’autonomia. Nel 2025, il numero dei grandi anziani ha raggiunto i 2 milioni e 410mila individui (+90mila in un anno) costituendo il 4,1% della popolazione totale [1]. La longevità non rispetta la parità di genere: le donne arrivano a rappresentare il 64,6% dei grandi anziani e l’82,4% degli ultracentenari, nonostante ci sia un vantaggio numerico a favore dei maschi alla nascita; vantaggio che, lungo tutto l’arco della vita, si erode per una mortalità maschile più elevata (cardiopatie, tumori, incidenti, comportamenti a rischio). La vita più lunga è però impiegata generosamente dato che l’89,3% dei caregiver è donna, contro solo il 10,7% di uomini [2].
Gli ultra 85enni, dunque, sono in costante crescita e sono una sfida crescente per i sistemi sanitari e sociali, che devono garantire una presa in carico tempestiva e una rete di servizi di prossimità con una focalizzazione sull’assistenza domiciliare [3].

Pertanto la classificazione dell’anzianità attuale è questa:

  •  “giovani anziani” (65-74 anni),
  • “anziani” (75-84 anni),
  • “grandi anziani” o “quarta età” (85 anni e oltre).

Essere anziani in Italia non equivale a essere nonni o bisnonni. Essendo l’Italia al vertice nella Ue per longevità, insieme alla Svezia (nel 2025 aspettativa di vita: Donne ~85,5 anni, Uomini ~81,4 anni), si potrebbe supporre abbondanza di nipoti e pronipoti. Non è così. Con il tasso di fecondità a 1,13, un figlio unico ha il 50% di probabilità statistica di non avere nipoti se a sua volta genera un solo figlio o nessuno.

Attualmente per ogni bambino sotto i 6 anni ci sono circa sei persone con almeno 65 anni, segnalando un invecchiamento strutturale e che si automantiene creando crescente tensione intergenerazionale.

Altri dati statistici rafforzano l’affermazione su nonni e bisnonni [4]. Nel 2025, l’Italia ha registrato un nuovo minimo storico di natalità con una proiezione di circa 342.000-357.000 nati a fine anno. Il tasso di fecondità è sceso a 1,13 figli per donna, mentre nei primi mesi del 2025 i decessi mostravano una leggera flessione, con proiezioni che indicavano un calo rispetto ai 483mila del 2024. Anche se domani il tasso di fecondità salisse miracolosamente a 2,1, il numero assoluto di nascite resterebbe basso per decenni, perché le potenziali madri (le donne in età fertile) sono sempre meno a causa del crollo delle nascite iniziato negli anni Settanta.

Connessa alla riduzione generale della fecondità è la posticipazione delle nascite a età sempre più avanzate (nel 2024 l’età media al parto delle madri raggiunge i 32,6 anni) in quanto più si ritardano le scelte di genitorialità, più si riduce l’arco temporale a disposizione per la realizzazione dei progetti familiari.

Se l’Italia piange l’Unione Europea non ride. I dati Eurostat [5] al primo gennaio 2025 confermano che l’Europa sta attraversando una fase di progressivo invecchiamento della popolazione, per i soliti tre fattori: la persistente bassa natalità, l’aumento della speranza di vita e il fatto che la generazione dei baby boomers è ormai anziana.

Analizzando la struttura per età nell’Unione Europea per il 2025, emerge che solo il 14,4% della popolazione ha tra 0 e 14 anni, la fascia 15-64 anni rappresenta il 63,6%, mentre gli over 65 costituiscono ben il 22%, una quota che continua a crescere costantemente.

Questa evoluzione demografica si riflette anche nel rapporto tra generazioni: attualmente, nell’Ue ci sono poco più di tre persone in età lavorativa per ogni anziano sopra i 65 anni, con un indice di dipendenza degli anziani che ha raggiunto il 34,5% [6].

Alcuni Paesi europei presentano situazioni particolarmente critiche. L’Italia, per esempio, detiene il primato per la minore percentuale di bambini (solo l’11,9% della popolazione), seguita da Malta (12,1%) e Portogallo (12,6%). Per contro, l’Italia è anche il Paese con la più alta quota di over 65, pari al 24,7%, seguita da Portogallo (24,3%) e Bulgaria (24%).

Questi dati fotografano un’Europa sempre più anziana e con pochi giovani, con l’Italia che spicca sia per la ridotta presenza di bambini sia per la forte incidenza della popolazione anziana.

I nuovi anziani hanno un ruolo sociale? Sono una risorsa o sono un peso?

Spesso invisibile o data per scontata, la “risorsa attiva” degli over 65 rappresenta un pilastro fondamentale della società italiana. Innanzitutto, il sostegno familiare e il welfare informale: nonni che custodiscono, ed educano anche, i nipoti, permettendo ai genitori di questi la conciliazione lavoro-famiglia; o assistono il coniuge o altro parente, con ore di lavoro non retribuito dal valore economico di decine di miliardi di euro l’anno. Non ci fossero, il sistema sanitario e sociale rischierebbe il collasso.

Poi c’è il volontariato e la coesione sociale, con associazioni e organizzazioni come Auser, Protezione Civile, Caritas, parrocchie e circoli culturali, tutte realtà sostenute soprattutto da un esercito di senior over 65. Un capitale umano insostituibile che tiene unite le comunità, soprattutto nei piccoli centri.

Non da ultimo, la trasmissione di saperi: dalla cultura e memoria storica (coi nipoti in particolare) ai mestieri artigianali e competenze professionali, grazie al mentoring [7] o altrimenti detto “affiancamento strutturato”.

Infine, la “senior economy”: con una spesa stabile e il controllo di gran parte della ricchezza nazionale, sono sostenuti settori come il turismo fuori stagione, i servizi per la casa, la sanità integrativa e la cultura. Allo stesso tempo, essendo gli over 65 grandi risparmiatori, forniscono liquidità preziosa al sistema bancario.

Un risorsa passiva per i truffatori

Gli over 65 rappresentano il gruppo più colpito in percentuale dalle truffe porta a porta, telefoniche e finanziarie, anche se denunciano meno. Secondo le associazioni consumeristiche, oltre il 60% delle vittime di truffe domiciliari e “dell’affetto” ha più di 65 anni.

Le truffe si distinguono per metodo e leva psicologica sfruttata. Le truffe domiciliari spesso coinvolgono falsi tecnici, lavori urgenti inesistenti o vendite aggressive. Quelle telefoniche includono finti parenti in emergenza, falsi bancari o forze dell’ordine che si fanno consegnare denaro o codici. Quelle finanziarie propongono investimenti irrealistici o rubano l’identità per ottenere prestiti a nome della vittima.

Il “peso” percepito degli anziani in Italia nasce da due fattori principali

Il primo è – lo abbiamo visto – la struttura demografica: un numero crescente di over 65 contrapposto a sempre meno giovani, che rende insostenibile nel lungo termine il modello di welfare “a ripartizione” temporale – i lavoratori di oggi finanziano le pensioni di domani – senza un rilancio della produttività, politiche efficaci per la natalità e un’immigrazione qualificata.

Il secondo, ancora più acuto, è la gestione della non autosufficienza: con una legge nazionale allo stadio embrionale – ne parliamo dopo – e servizi domiciliari non pienamente efficienti e in grado di rallentare un approdo in un servizio residenziale che, comunque, risulta spesso necessario, il costo umano ed economico grava quasi interamente sulle famiglie. Ciò genera un circolo vizioso di impoverimento, stress e ridimensionamento se non abbandono del lavoro, soprattutto per le donne.

In poche parole, gli anziani appaiono un onere per le casse pubbliche a causa di una demografia sfavorevole e politiche sociali e sanitarie datate. Eppure, sono una risorsa attiva e vitale per la società civile, l’economia reale e la tenuta familiare, il cui potenziale resta largamente misconosciuto.

L’Italia è un Paese a misura di anziano?

L’ageismo è una forma di pregiudizio, disprezzo e discriminazione verso una persona in ragione della sua età, soprattutto quando è anziana. Indica stereotipi concettuali (come pensiamo), emotivi (cosa proviamo) e distinzioni comportamentali (come agiamo) basati esclusivamente sull’età, rivolti agli altri o a sé stessi. È un processo di stereotipizzazione ed esclusione sociale fondato sull’età cronologica, che può colpire sia giovani sia anziani, ma con effetto particolarmente rilevante sugli over 65.

Uno studio psicologico su 301 italiani (18-60 anni) ha rilevato che i giovani (18-30) mostrano livelli più elevati di ageismo negativo e minori atteggiamenti positivi verso gli anziani rispetto agli adulti 31-60 anni [8].

Nel settore sanitario, circa 4 su 10 anziani vengono esclusi dalle terapie più avanzate e dai protocolli sperimentali senza motivazioni cliniche fondate, ma unicamente in ragione dell’età anagrafica [9]. Questa pratica persiste nonostante gli over 65 rappresentino la maggioranza dei pazienti affetti da patologie croniche, con una prevalenza che supera il 60% per quelle cardio‑cerebrovascolari e raggiunge l’80% negli ultra-ottantacinquenni. Una revisione condotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità su 422 studi, riguardante oltre 7 milioni di individui in 45 Paesi (Italia inclusa), evidenzia che nel 92% delle ricerche rivolte a studenti e professionisti sanitari si riscontrano elementi di ageismo nelle decisioni cliniche: fenomeno che risulta in crescita.

Ageismo digitale e lessicale. È assai difficile per gran parte degli anziani orientarsi tra Spid, Cie, fascicolo sanitario elettronico, prenotazioni online ecc. quando i portali sono complessi, pieni di tecnicismi e spesso in inglese. Da qui nasce la letteratura dell’“ageismo digitale”: barriere di progettazione, linguaggio poco chiaro o eccessivamente tecnico, processi di autenticazione complessi (password, Otp, captcha, riconoscimenti video) che escludono di fatto molti anziani dai servizi pubblici digitalmente mediati, generando dipendenza da familiari o altri intermediari.
Sono diffusi pregiudizi impliciti (“gli anziani non capiscono il digitale”) e pratiche comunicative inadeguate, quali l’uso di troppi anglismi e gergo tecnocratico o all’opposto l’“elderspeak”10 infantilizzante, che alimentano una sorta di ageismo culturale frenante l’alfabetizzazione e l’autonomia digitale della popolazione anziana.

Rischio di ageismo in politica? “Non è corretto dire che gli over 65 decidano da soli le scelte politiche, dato che l’elettorato è eterogeneo per reddito, istruzione e area geografica. Tuttavia, la loro elevata partecipazione al voto li rende l’elettorato più influente, spingendo i partiti a privilegiare le loro esigenze”.

Ho inserito in corsivo e tra virgolette il paragrafo precedente perché rappresenta dichiarazioni tipiche di un politologo, che darebbero ragione di un’influenza enorme, sistematica e spesso decisiva nell’indirizzare l’agenda politica e le scelte dei partiti. I politici, almeno sul piano razionale, hanno un incentivo a privilegiare decisioni che soddisfino questa fascia d’età. Ci si scontra però con alcune smentite, per esempio la realtà della riforma sulla non autosufficienza (L.33/2023), introdotta dopo anni di vuoto, è tuttora attuata senza una reale coerenza a beneficio degli anziani e delle loro famiglie. Infatti farsi carico di una persona con dipendenze nelle attività della vita quotidiana è un impegno che ricade prevalentemente, per circa due terzi, su familiari e parenti stretti [11].

L’intero problema della non autosufficienza, non solo la demenza, al più presto va affrontato programmaticamente e adeguatamente finanziato con un approccio di sanità pubblica e una visione di breve e lungo periodo. Sono, infatti, gli anziani cronici e polipatologici a costituire la principale utenza del sistema per la salute: questa non è solo una percezione, ma è un fenomeno strutturale e misurabile, che definisce ormai l’identità stessa del Servizio Sanitario Nazionale [12]. Infatti, nel 2024 quasi la metà degli over 74 risulta soffrire di patologie croniche o di gravi limitazioni nelle attività che le persone abitualmente svolgono (48,9%)[13].

Sul breve periodo, l’enfasi più che giustificata sulla prevenzione va declinata nell’ottica sia di mantenere le persone al loro domicilio sia di prevenzione secondaria, che per definizione agisce nell’identificazione precoce di una malattia o di un rischio clinico prima che si manifesti con sintomi gravi o complicanze e ha pertanto il maggiore influsso diretto sulla riduzione di ricoveri e accessi al Pronto Soccorso.

Certamente è molto apprezzabile l’approvazione del disegno di legge che riconosce formalmente il valore sociale ed economico di chi assiste familiari non autosufficienti, garantendo loro tutele previdenziali, sostegni economici e agevolazioni lavorative. Però occorre un rapido intervento normativo che affronti la decisiva questione di come suddividere i costi della non autosufficienza tra attore pubblico, individui, famiglie sul lungo periodo.

La copertura del rischio di non autosufficienza da parte del Welfare State (o post Welfare State, se si accettano le riflessioni del Censis)[14] pongono l’Italia di fronte a un’emergenza che non è più differibile: la sostenibilità della Long Term Care (Ltc). L’introduzione di una copertura assicurativa Ltc di base obbligatoria e solidale non è solo una scelta di politica sociale lungimirante, ma un imperativo etico ed economico per l’intera collettività.

 

[1] Istat, Censimento e dinamica della popolazione – anno 2024.
[2] Sondaggio di “Caregiver familiari uniti”.
[3] Istat, Censimento e dinamica della popolazione – anno 2024.
[4] Istat, Natalità e fecondità della popolazione residente – anno 2024.
[5] Data extracted on 2 February 2026: Population structure and ageing, Eurostat.
[6] L’indice di dipendenza degli anziani è un indicatore demografico che misura il rapporto tra la popolazione anziana (di solito quella con più di 65 anni) e la popolazione in età lavorativa (generalmente compresa tra i 15 e i 64 anni). In pratica, questo indice esprime quanti anziani “dipendono” dal sostegno delle persone attive per ogni cento individui in età lavorativa. Un valore elevato dell’indice segnala che la società ha una quota crescente di persone non attive (anziani) rispetto a chi lavora, aumentando la pressione sui sistemi previdenziali, sanitari e sociali, e ponendo sfide per la sostenibilità economica e l’equilibrio tra generazioni. Per esempio, un indice di dipendenza anziani del 34,5% significa che ci sono circa 35 anziani ogni 100 persone in età lavorativa: questo dato evidenzia come il peso della popolazione anziana sulla società sia in crescita, e come il rapporto tra chi lavora e chi è in pensione si stia modificando in modo significativo.
[7] Il mentoring è una relazione di supporto e sviluppo professionale o personale in cui una persona con maggiore esperienza (il mentore) guida una meno esperta. Basato sulla fiducia e non sulla subordinazione, mira a trasferire conoscenze, competenze e valori per la crescita. Sta trovando molta diffusione nelle aziende con l’obiettivo di favorire il passaggio di conoscenze dai dipendenti senior ai nuovi assunti e, viceversa, permettere ai giovani di trasmettere competenze digitali ai colleghi più esperti (reverse mentoring).
[8] A.F. Bincoletto, L. Zanini, G.F. Spitoni, V. Lingiardi, “Negative and positive ageism in an Italian sample: how ageist beliefs relate to epistemic trust, psychological distress, and well-being”, Res Psychother 2023.
[9] “Carta di Firenze”, il primo manifesto mondiale contro l’ageismo sanitario.
[10] Dal dizionario Treccani. Elderspeak: linguaggio puerile, molto semplificato nella fonologia, nel lessico e nella sintassi, ricco di variazioni nell’intonazione della voce e di forme alterate, usato talvolta dagli adulti nel rivolgersi agli anziani.
[11] Dal Progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale (Prin) 2022 Pnrr – Capitale sociale e pratiche di cura: soggetti e strategie di intervento. Coordinamento dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in partnership con le università agli Studi di Verona e Campobasso.
[12] A. Monteleone, relazione al Convegno “Rette Alzheimer”: il punto di vista delle associazioni di categoria, 11 dicembre 2025, Liuc Università Cattaneo, Castellanza (VA).
[13] Istat, Rapporto Benessere equo e sostenibile – anno 2025.
[14] 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese – anno 2025.