Si terrà domani alle 16,30, presso la Sala parrocchiale Santa Maria alla Fontana (Piazza Santa Maria alla Fontana, 7/11, Milano), l’incontro dedicato a Mario Iannaccone “In ricordo di un amico”. Interverranno Alessandro Rivali, don Marco Begato, Paolo Gulisano, Roberto Marchesini, Andrea Galli e Rino Cammilleri.

«Melville è stato, e in parte rimane, un enigma». Comincia così l’ultimo libro di Mario Iannaccone, Hermann Melville. Il magnifico naufragio (Ares 2026). La più completa biografia italiana dell’autore di Moby Dick è il saluto con cui Mario Arturo Iannaccone si è congedato da Edizioni Ares e dai suoi affezionati lettori. Scomparso lo scorso 19 maggio, Iannaccone lascia ai posteri un’opera fondamentale per comprendere lo scrittore statunitense più importante della storia. Oltre 600 pagine per capire come Moby Dick – insieme agli altri testi di Melville, da Bartleby lo scrivano a Benito Cereno – abbia influenzato e cambiato per sempre il corso della letteratura occidentale, costruendo attorno alla figura dell’iconica balena bianca l’emblema dell’indagine ossessiva del male. Il libro presenta in esergo due toccanti dediche alla moglie Cinzia e al figlio Walther.

In attesa dell’uscita del libro, ne anticipiamo uno splendido estratto legato proprio a Moby Dick:

Una delle principali tematiche affrontate nel romanzo di Melville riguarda il rapporto tra natura umana e follia. Attraverso la figura di Ahab, il capitano ossessionato dalla balena bianca, e attraverso i membri del suo equipaggio, spesso dominati da aspirazioni, paure o convinzioni personali, l’autore esplora la complessità della psiche e il confine sottile che separa razionalità e irrazionalità. In questo intreccio di vicende e caratteri, la follia di Ahab emerge con particolare evidenza. Alimentata dall’ossessione per Moby Dick, essa assume una forza distruttiva che lo conduce progressivamente verso un punto di non ritorno, mostrando quanto la mente umana possa diventare vulnerabile quando si lascia assorbire interamente da un’idea dominante. Anche l’equipaggio del Pequod finisce per riflettere tale fragilità: i marinai si trovano infatti a confrontarsi non soltanto con i pericoli del mare, ma anche con le conseguenze delle decisioni di un comandante sempre più prigioniero della propria ossessione. Ma Melville mette inoltre in discussione il concetto stesso di follia. Nel corso del romanzo la distinzione tra sanità mentale e pazzia appare spesso incerta. Talvolta l’ostinazione di Ahab sembra il frutto di un lucido disegno; altre volte appare invece come una forma estrema di alienazione. Analogamente, i marinai oscillano tra disciplina, superstizione, coraggio e paura, senza che sia sempre possibile distinguere nettamente il comportamento razionale da quello irrazionale. In questa prospettiva, il romanzo diventa anche un’indagine sulla condizione umana e sulla difficoltà di comprendere pienamente le motivazioni che guidano gli individui nelle loro scelte più profonde.

Nella trama di Moby Dick un ruolo centrale è svolto anche dal confronto tra l’uomo e la natura. Melville descrive le sfide e i pericoli che gli uomini affrontano nel tentativo di dominare il mondo naturale, rappresentato soprattutto dall’oceano e dalle balene. Tale confronto assume spesso la forma di una lotta impari, nella quale l’essere umano cerca di affermare la propria volontà contro forze immensamente più grandi di lui. Separati dagli abissi soltanto da uno scafo di legno, i marinai sperimentano continuamente la precarietà della propria condizione. Il romanzo mostra così i limiti del potere umano e l’illusorietà del poter controllare completamente la natura. In questo contesto il mare assume un valore simbolico particolarmente ricco. Vasto, mutevole e imprevedibile, esso rappresenta al tempo stesso libertà e minaccia, avventura e morte, conoscenza e mistero. Le sue profondità nascondono ciò che l’uomo non può conoscere pienamente, mentre la sua continua trasformazione richiama l’instabilità stessa dell’esistenza. L’oceano diventa così il luogo privilegiato dell’incertezza, nel quale l’equipaggio del Pequod è costretto a confrontarsi con paure, speranze e interrogativi che trascendono la semplice esperienza marinaresca.

Anche la balena bianca partecipa di questa dimensione simbolica. Moby Dick può apparire come una creatura reale, come una forza della natura oppure come una proiezione delle ossessioni e dei timori di chi la insegue. Proprio quest’ambiguità contribuisce alla straordinaria ricchezza interpretativa del romanzo. Nel confronto con il mare e con la balena, i personaggi si trovano infatti a misurarsi non soltanto con il mondo esterno, ma anche con gli aspetti più oscuri e sfuggenti della propria interiorità.

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Fin dalle prime recensioni il romanzo apparve difficile da classificare. Evert Duyckinck, piuttosto disorientato, osservò che l’opera sfuggiva alle categorie consuete; e la stessa impressione ebbero molti altri lettori, non tanto per gli eventi narrati quanto per l’originalità della struttura e dello stile. Moby Dick apparve a una minoranza come un’opera straordinaria e innovativa, ma molti recensori dell’epoca ne furono sconcertati. La sua originalità, la sua struttura irregolare e la sua continua mescolanza di registri mal si adattavano ai criteri con cui, intorno al 1850, si giudicava comunemente un romanzo. Molti lettori si aspettavano infatti una narrazione più lineare, realistica e moralmente edificante. La rappresentazione della natura umana, con i suoi conflitti e le sue zone oscure, unita alla presenza minacciosa e sublime del mare, contribuì a rendere l’opera tanto affascinante quanto inquietante. Le domande che il romanzo pone sull’ossessione, sulla ricerca di significato e sul confronto dell’uomo con forze che sfuggono al suo controllo continuano ancora oggi a spiegare la sua straordinaria capacità di parlare a generazioni diverse di lettori.