Questo romanzo Vita e morte di un poeta di Nicola Bultrini (Fazi 2025, pp. 144, € 18) – richiamo subito quanto scritto in copertina e non va dimenticato quando si leggerà il libro – racconta la vita e l’opera di Beppe Salvia, poeta nato a Potenza nel 1954 ma operante a Roma tra fine anni Settanta e primi Ottanta e che ha inciso nel rinnovamento della poesia italiana.

 

Vita breve la sua, a cui ha posto fine lui stesso, gettandosi dalla finestra di casa sua sabato 6 aprile 1985, in  via del Fontanile Arenato. «Ho sempre avuto l’impressione che abitasse in quella via perché il nome gli piaceva. Un nome liricamente simbolico» scrisse ai tempi l’amico e sodale Marco Lodoli.

L’opera di Nicola Bultrini mette a fuoco ancora meglio e direi in maniera decisiva il ruolo di Salvia, quanto sia stato determinante ai tempi e come fosse seguito, illuminando così un percorso, che è stato però un punto di riferimento per coevi e poeti appena successivi.

Il libro si presenta con una raffinata copertina dove si staglia, inciso nell’eleganza del bianco, un autoritratto di Salvia dal disegno tanto lieve quanto espressivo. Superata la copertina, e iniziando la lettura, si rivela persuasiva la scelta dell’autore: il narrato si fonda su tre registri di scrittura (narrativo, saggistico e lirico), intrecciati con la qualità di far emergere o l’uno o l’altro a seconda del momento, ma anche tenerli tutti belli e appaiati. Un’opzione che dona un solido sostegno all’io di questo romanzo. Brillante poi farlo diventare doppio. Ce n’è uno che narra come compartecipe, testimone diretto; di fianco staziona l’io biografico che di quelle vicende, non vissute, comunque si è nutrito nella sua formazione, un io marchigiano d’origine ma romano d’adozione non solo letteraria che s’integra al primo, contiguo per discendenza culturale e volontà di poesia, come compagno di viaggio e formazione seppure a posteriori. Lo si comprende via via che le pagine scorrono, con una modalità di relazione molto intrigante e convincente.

A riguardo, paradigmatico il capitolo “Tuscolo”. Vi si racconta come sia nata una performance di lettura a Tuscolo, autunno del 1983, con quelle sue rovine che «Claudio le aveva in testa da quando era bambino». Quel Claudio (Damiani) «aveva sempre voglia di fare, di inventare situazioni poetiche. Come Sant’Agata dei Goti, o Braci».

Situazioni poetiche: questo è un lato distintivo, nella capitale come in Italia tutta di questa generazione di poeti. Erano a Roma gli anni del Beat ’72, del laboratorio di poesia di Elio Pagliarani, dell’happening poetico di Castelporziano, della galleria d’arte “Sant’Agata de’ Goti”, uno spazio di ricerca e di discussione.

Bultrini insiste e osserva come Claudio «ne parlò con Beppe, che fu subito d’accordo». Le pagine scorrono veloci nel racconto di quella serata, sempre con il punto di vista di quel primo io. Poi con naturale leggerezza la storia si sposta nel tempo e nella prospettiva. «Ci sono tornato poco tempo fa al Tuscolo, volevo mostrare il luogo a mia moglie. In realtà avevo il desiderio di rivederlo»: ed è l’io che nella realtà biografica non l’aveva vissuto con Salvia a palesare il “desiderio di rivederlo”.

Sono costruite per lo più così le pagine di questo libro, tutte da scorrere abbandonandosi con piacevolezza alle prospettive differenziate, efficaci e originali. Così, sembra quasi che il poeta Beppe Salvia sia ancora più vivo oggi dopo la continua e finora inesausta azione memoriale degli amici. E c’è anche quella parte dell’io d’autore che se ne è abbeverato a pieni sorsi di questi ambienti e del milieu culturale descritto. Lo vediamo annotare i fatti e le voci di tutti quelli che Salvia l’hanno frequentato in vita nei salotti, nei bar, nelle gallerie d’arte, e che hanno dibattuto d’arte e poesia in un’Italia in preda agli Anni di piombo, al tramonto di un’idea di rinnovamento sociale, politico e culturale, frustrato a Roma come nell’Italia intera, nelle attese di una nuova primavera.

Beppe Salvia (1954-1985)

La necessità poetica era quella di voltare pagina rispetto al Novecento ma senza tradirlo, abbandonando le macerie provocate dagli sperimentalismi neoavanguardistici, provando un modo di scrivere che sapesse anche di antico. Quell’antico sublimato anche nelle riviste romane di allora, delle quali Beppe Salvia era magna pars, come Braci e Prato Pagano.

La realtà culturale dell’epoca c’è, segnata da grandi eventi che Bultrini riporta con tratto più saggistico, come l’esordio di Milo De Angelis nel 1976 con Somiglianze e la sua rivista Niebo fondata nel 1977, o il Festival internazionale dei poeti del 1979, alla spiaggia di Castel Porziano, e i primi importanti riconoscimenti di Salvia, come la pubblicazione di sue poe­sie per Nuovi Argomenti e le recensioni positive anche da parte di padri rifiutati come Andrea Zanzotto, che di Salvia scrive: «La sua poesia, che ha una luce di giovinezza e di alba e nello stesso tempo qualcosa appunto di terribilmente teso verso lontananze imprendibili, lascia una parola lacerata fra gli uomini e la volontà di riprendere contatto con il “cuore” del mondo».

Ma si deve annoverare, come ricorda ai lettori di oggi Nicola Bultrini, «uno stato di disagio, difficile da spiegare, e che non aveva niente a che fare con la poesia o con gli artisti. C’era qualcosa che non tornava nel suo vivere, un’ansietà che non trovava requie neppure nei versi. Per fronteggiarlo, Beppe cominciò a miscelare farmaci e psicofarmaci, che finivano per alterare l’immagine assennata che voleva dare di sé».

E se un po’ tutti gli altri “ragazzi-poeti” frequentavano l’università, si laureavano, trovavano un lavoro, si sposavano, Salvia è una grande schubertiana incompiuta, incapace di costruirsi altrimenti, con quel rigoglioso sgorgare della sua poesia e le inesauste letture, tra le mura del suo appartamento in via del Fontanile Arenato, Roma.