Miguel Cuartero riflette sul significato della domenica nella vita cristiana, radicata nella tradizione biblica e distinta dal semplice weekend. La domenica è il giorno del Signore, memoria della risurrezione e tempo di culto, riposo e relazioni, da riscoprire in una società dominata dal lavoro e dalla produttività. L’autore, di formazione teologica e filosofica, ha pubblicato Nostra Signora che scioglie i nodi (San Paolo 2013) e il saggio Tommaso Moro. La luce della coscienza (Studium 2019), tradotti in più lingue. Ha tradotto la biografia di santa Laura Montoya (Shalom editrice 2022), la prima biografia della santa colombiana in lingua italiana, e pubblica numerosi articoli religiosi per siti cattolici.

Il lavoro è una delle dimensioni che caratterizzano la nostra vita. Occupa le nostre giornate, coinvolge il nostro corpo e la nostra mente, influisce sul nostro stile di vita e, di riflesso, sulle nostre relazioni, specie quelle familiari. Il lavoro è spesso fonte di preoccupazione, di stress e ansia, di stanchezza e di nervosismo, di frizioni e di contrasti. Ma può essere anche fonte di gratificazione, di realizzazione personale e di crescita professionale, spirituale e umana.

Il lavoro è «una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dal resto delle creature»1. Questo aspetto della vita umana esige, per la sua peculiare pervasività, una profonda riflessione destinata a rinnovarsi e ad aggiornarsi col passare del tempo e di pari passo con una società in continua evoluzione.

San Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, sviluppò una riflessione molto pregnante sulla spiritualità del lavoro. Vedeva la professione come un’occasione di crescita personale, come servizio alla società ma soprattutto come una seria opportunità di santificazione di sé, dell’ambiente di lavoro e dell’intera società. Una spiritualità del lavoro non può che affondare le sue radici nella sacra Scrittura.

Le sacre Scritture sottolineano come il lavoro sia un dovere per l’uomo, parte integrante della sua vocazione su questa terra. Non dunque un castigo per il peccato, ma la possibilità e la chiamata a collaborare al piano creativo di Dio che crea e chiede all’uomo di riempire la terra e soggiogarla (Gn 1,28). Il lavoro è dunque una norma di vita anche per i cristiani. San Paolo stesso, scrivendo ai tessalonicesi, invita a rifuggire l’ozio e il disordine per «lavorare in pace»: «Chi non vuol lavorare neppure mangi» (2 Tes 3,10).

L’importanza del lavoro per la vocazione umana e per la società ha fatto sì che la Chiesa non ignorasse la questione ma, al contrario, si esprimesse autorevolmente sul lavoro e sui problemi a esso connessi. In modo particolare con la nascita della società industriale, lo sviluppo del mercato e il sorgere di una mentalità materialistica la Chiesa ha voluto orientare i cristiani e mediare tra le varie posizioni più estreme. Nel 1891 papa Leone XIII pubblica l’enciclica Rerum Novarum sulla questione sociale. Questa enciclica dà il via a una serie di documenti di natura sociale in cui i Papi (solo nel ’900 Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II), hanno esposto i fondamenti della dottrina sociale della Chiesa.

Il riposo domenicale nelle sacre Scritture

Uno degli aspetti legati al lavoro, che ha una ricaduta importante e pratica nella vita sociale è quello del riposo domenicale (o sabbatico, se ci riferiamo all’Antico Testamento). Un tema che ha solide basi bibliche e che è stato più volte aspetto di pronunciamenti da parte della Chiesa. Se da una parte il lavoro è considerato parte integrante della vocazione umana, non si può permettere che ne diventi la priorità assoluta e che la sete di guadagno e il desiderio di realizzazione personale allontanino l’uomo da doveri e obblighi più nobili. In questo senso, di fronte a questo pericolo, la Chiesa ha dovuto più volte ricordare il terzo comandamento – non meno importante degli altri nove – col quale Dio chiede all’uomo di santificare le feste.

La base scritturistica è nel Libro della Genesi: nel giorno di sabato il fedele fa memoria dell’opera di creazione:

Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando (Gen 2, 2-3).

Dio stesso si è riposato dalla fatica lasciando all’uomo un giorno di libertà e di ringraziamento nel quale interrompere le proprie attività. L’onorare il riposo e la festa è tanto importante da diventare un vero e proprio comandamento.

Nel capitolo 5 del Libro del Deuteronomio in cui vengono esposti i dieci comandamenti, il terzo è oggetto di grande attenzione da parte dell’autore biblico che riserva a questo precetto uno spazio maggiore rispetto a tutti gli altri comandamenti e un’insistenza del tutto particolare (Dt 5, 12-15). In questo testo l’osservanza religiosa del sabato non è collegata con la creazione ma con l’esodo, con la liberazione del popolo di Israele dall’Egitto. In entrambi i casi – Genesi e Deuteronomio – il giorno del sabato è dedicato alla memoria del piano di salvezza operato da Dio (creazione/Pasqua), alla sua onnipotenza e alla sua misericordia. Diversi passi del Libro dell’Esodo, dei Numeri e del Levitico impongono il dovere di osservare il sabato come giorno sacro di «assoluto riposo e di riunione sacra» (Lv 23, 3).

Il sabato per il popolo di Israele

Il popolo di Israele ha sviluppato un modo del tutto peculiare di rispettare il sabato: innanzitutto osservando il comandamento, senza considerarlo per nulla inferiore agli altri. Il sabato è stato oggetto di riflessione, di studio e di approfondimento da parte dei saggi e dei rabbini lungo la storia. Abraham Joshua Heschel, professore di mistica ebraica, considerato uno dei massimi pensatori dell’ebraismo contemporaneo, ha dedicato al sabato un testo diventato ormai un classico della letteratura ebraica: Il sabato. Il suo significato per l’uomo moderno (Garzanti 1999). Per Heschel vivere il sabato è un modo per ridare il giusto onore al tempo (essere), in una società, quella della tecnica, che lo ha sacrificato per conquistare lo spazio (avere). Nel sabato si celebra il tempo, si santifica il tempo e si rifiuta la profanità delle “cose”. «Chi desidera entrare nella santità del giorno deve prima deporre la profanità e il chiasso del commercio, il giogo della fatica».

Israele riconosce che il lavoro non è tutto: è il rapporto con Dio a definire l’uomo, non il lavoro. L’uomo è infatti «più grande di ciò che fa».

L’istituzione del sabato, durante il quale l’israelita sospende ogni attività e si dedica, con la propria famiglia, solo a Dio, è fatta per ricordagli questa sua originaria superiorità, la sua costitutiva libertà di fronte a ogni impegno e ogni vincolo; e per ricordargli la fondamentale uguaglianza di ogni uomo: chi ha Dio come Signore, non può avere un uomo come padrone2.

Vivere il sabato in tutto il suo splendore come un giorno di festa è per un ebreo vivere un giorno «da principe» (J. Halperin), da uomo amato che è padrone e non schiavo delle cose, degli affari e del commercio, legami di dipendenza che, per quel giorno, vengono rotti. Il sabato diventa così al tempo stesso memoriale di eventi passati e anticipazione delle cose future: ricorda l’opera di liberazione dalla schiavitù e anticipa la libertà promessa. Il sabato è dunque il giorno della libertà, dell’affrancamento dalla schiavitù e dai legami della quotidianità, il giorno della rinuncia agli idoli che pretendono il posto di Dio nel cuore dell’uomo.

La domenica dei cristiani

Con un decreto del 7 marzo 321 l’imperatore Costantino stabilì che il primo giorno della settimana (il giorno del Sole, Dies Solis) fosse dedicato al riposo settimanale3. I cristiani, che in un primo momento, rifacendosi alla tradizione giudaica, avevano considerato il sabato come giorno di festa, iniziarono a onorare la domenica come giorno di riposo. Molte delle caratteristiche del sabato giudaico sono state trasferite e assunte dal cristianesimo alla domenica, definito «giorno del Signore» – Dominica dies (Ap 1, 10) – e «Pasqua della settimana». È all’alba di questo giorno (il primo della settimana) che il Signore Gesù è risorto dai morti. Per questo, fin dai tempi apostolici, ebbe un ruolo privilegiato all’interno del calendario. È in questo giorno che la comunità cristiana si riunisce nel nome del Signore per ascoltare la parola di Dio e celebrare il sacrificio di Cristo.

Nel 1988, papa Giovanni Paolo II scrisse una lettera apostolica intitolata Dies Domini sulla santificazione della domenica, per inviare i cristiani a «riscoprire con nuovo vigore il senso della domenica» e sottolineare «le ragioni per viverla come vero “giorno del Signore” anche nelle nuove circostanze del nostro tempo». Un giorno che, scrive il Pontefice, rivela il senso profondo del tempo.

Mentre giustifica il desiderio di rilassamento, di svago e di riposo come comune a tutti gli uomini, papa Giovanni Paolo II invita i cristiani a non confondere la domenica con il weekend, a causa del profondo significato spirituale del giorno del Signore: quello di allargare e alzare lo sguardo verso il cielo. «Purtroppo, quando la domenica perde il significato originario e si riduce a puro “fine settimana”, può capitare che l’uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il cielo».

Essendo il giorno della risurrezione di Cristo, la domenica è per i cristiani l’anticipo della vita senza fine, della pienezza del tempo, dell’«ottavo giorno», come chiamato dai Padri della Chiesa, che prefigura e annuncia la vita eterna. Per questo il Papa polacco afferma che «anche nel contesto delle difficoltà del nostro tempo, l’identità di questo giorno debba essere salvaguardata e soprattutto profondamente vissuta».

Il modo di vivere la domenica dice molto sull’essere e vivere da cristiano: «La celebrazione della domenica cristiana, per i significati che evoca e le dimensioni che implica, in rapporto ai fondamenti stessi della fede, rimane un elemento qualificante dell’identità cristiana»4.

Nel dicembre 2017, durante l’Udienza Generale, papa Francesco parlò delle società secolarizzate che hanno smarrito il senso cristiano della domenica e invitato a ravvivare la consapevolezza del senso della festa e del riposo domenicale. Il considerare la domenica come giorno universale di riposo è un «apporto specifico» del cristianesimo. La domenica come giorno di astensione dal lavoro è frutto dell’invito cristiano a vivere da figli e non da schiavi, a non rimanere «condannati ad essere dominati dalla stanchezza del quotidiano, con le sue preoccupazioni, e dalla paura del domani».

La domenica nel Magistero della Chiesa

Il Concilio vaticano II, nella costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia ha sottolineato il ruolo centrale della domenica nella vita cristiana: «La domenica è il giorno di festa primordiale che deve essere proposto e inculcato alla pietà dei fedeli, in modo che divenga anche giorno di gioia e di astensione dal lavoro».

Il Codice di Diritto Canonico al cap. IV (canone 1247) pone l’obbligo per tutti i fedeli di partecipare alla messa la domenica e alle altre feste di precetto, chiedendo inoltre che i cristiani «si astengano da quei lavori e da quegli affari che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo». Ricorda anche l’obbligo di osservare i giorni festivi come il Natale, l’Epifania, l’Ascensione, l’Immacolata, la festa dei santi Pietro e Paolo e quella di tutti i santi.

Il Catechismo della Chiesa cattolica dedica diversi paragrafi al terzo comandamento (2168-2195). Nel ricordare l’importanza della domenica come «giorno del Signore» e «compimento del sabato», il Catechismo sottolinea che la celebrazione domenicale «sta al centro della vita della Chiesa» e rappresenta un obbligo per i cristiani: «Coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave».

Inoltre il Catechismo invita i fedeli ad astenersi dal lavoro sia nel giorno di domenica che negli altri giorni festivi di precetto eccezion fatta per le opere di utilità sociale e le esigenze familiari che «costituiscono giustificazioni legittime di fronte al precetto del riposo domenicale». Su questo però il Catechismo chiama a vigilare affinché le «legittime giustificazioni non creino abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute».

Questo giorno è dedicato al culto di Dio, alle opere di carità e al riposo del corpo e della mente. Particolarmente importante è la cura delle relazioni familiari che nella nostra società subisce sempre più le conseguenze di uno stile di vita accelerato e frammentato: «I cristiani santificheranno la domenica anche dando alla loro famiglia e ai loro parenti il tempo e le attenzioni che difficilmente si possono loro accordare negli altri giorni della settimana».

Un impegno comune: lasciare spazio a Dio

Lo spirito laicista che anima un Occidente secolarizzato ha sempre più spinto a considerare la fede come un fatto privato senza alcuna valenza nella sfera pubblica. Un’idea del lavoro che consideri il fatturato come unico obiettivo da perseguire ha fatto sì che la domenica venga considerata un giorno come gli altri. Così i contratti di lavoro del commercio consentono alle aziende di precettare i dipendenti 7 giorni su 7, senza alcun particolare riguardo per le domeniche.

A questo proposito il Catechismo chiede «un serio impegno comune» nel lavorare per osservare il «giorno del Signore» senza impedire agli altri di viverlo in pienezza. A chi è costretto a lavorare di domenica, si chiede di «riservarsi un tempo sufficiente di libertà». La Chiesa invita la politica ad assicurare ai cittadini il giusto riposo domenicale. Anche ai datori di lavoro (in modo particolare quelli che si ispirano alla Dottrina Sociale della Chiesa) chiede di vigilare per consentire ai dipendenti di godere del tempo da dedicare a Dio, alla famiglia e agli altri.

L’appello ai cristiani è chiaro: «Devono adoperarsi per far riconoscere dalle leggi le domeniche e i giorni di festa della Chiesa come giorni festivi». In questo senso la testimonianza è essenziale per «offrire un esempio pubblico di preghiera […] e difendere le loro tradizioni come un prezioso contributo alla vita spirituale della società umana».

La domenica come giubileo settimanale

In quanto giorno di riposo “sabbatico”, giorno in cui si cessa ogni attività lavorativa, la domenica può essere considerata un giubileo ordinario settimanale. Nella sua Lettera enciclica Dies Domini, pubblicata in prossimità del grande giubileo dell’anno 2000, Giovanni Paolo II segnalava che in attesa di altri giubilei e di altre date solenni «la domenica, con la sua ordinaria “solennità”, resterà a scandire il tempo del pellegrinaggio della Chiesa, fino alla domenica senza tramonto».

Un messaggio ai nostri giorni, in conclusione del giubileo della speranza. Al di là del grande evento pubblico che ci interroga oggi sul tempo e sulla storia, sul nostro vissuto da cristiani e sul futuro della Chiesa in una società sempre più assediata e dominata da una mentalità del profitto e della tecnica, il dovere di riservare del tempo a Dio diventa una sfida e una chiamata per i cristiani.

È nella quotidianità, infatti, che la vita cristiana si incarna. Entrando nelle trame e nelle dinamiche del mondo senza però lasciarsi contaminare da esso; il cristiano è chiamato a far presente Dio con la sua testimonianza di fede, vissuta attraverso gesti e parole, eventi e ricorrenze che ne determinano i momenti cruciali per la propria fede e per quella della propria comunità. Una società che si dice aperta e attenta alle esigenze di ogni gruppo – maggioritario o minoritario – non potrà non tutelare i cristiani tenendo conto dell’esigenza di vivere la fede in pienezza senza opporre ostacoli e barriere che imprigionino la fede nelle dinamiche economiche.

1 Giovanni Paolo II, enciclica Laborem Excersens, 14 settembre 1981.
2 A.M. Baggio, Lavoro e dottrina sociale cristiana, Città Nuova 2005, pp. 56-57.
3 «Nel venerabile giorno del Sole, si riposino i magistrati e gli abitanti delle città, e si lascino chiusi tutti i negozi. Nelle campagne, però, la gente sia libera legalmente di continuare il proprio lavoro, perché spesso capita che non si possa rimandare la mietitura del grano o la semina delle vigne; sia così, per timore che negando il momento giusto per tali lavori, vada perduto il momento opportuno, stabilito dal cielo» (Codice giustinianeo, 3.12.2).
4 Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Dies Domini (31 maggio 1998).