benedetto XVI ratizinger cavalleri cesareDal 1966 al 1992 Joseph Ratzinger ha firmato diversi interventi per la nostra rivista. La sua collaborazione iniziò con un’esaustiva risposta a coloro che criticavano a oltranza le innovazioni liturgiche volute dal Concilio Vaticano II. I successivi articoli toccarono, tra gli altri, temi quali la crisi della vocazione sacerdotale negli anni ‘70 o il delicato rapporto tra cristianesimo ed ebraismo. Nell’antologia che proponiamo si evidenziano alcune peculiarità dell’orizzonte teologico del nuovo Papa. Ricordiamo inoltre che Joseph Ratzinger scrisse la Presentazione al libro di Josef Tscholl “Dio & il bello in sant’Agostino” pubblicato nel 1996 dalle Edizioni Ares (Articolo tratto da Studi cattolici numero 531 – maggio 2005).
Concludiamo poi la rassegna riportando alcuni stralci del suo saggio apparso sul numero 423 di Sc del maggio del 1996 (pp. 324-332). L’articolo raccoglieva le riflessioni svolte nel Simposio internazionale in occasione del XXX anniversario della promulgazione del Decreto conciliare Presbyterorum ordinis (Città del Vaticano, 23-28 ottobre 1995). Infine, l’ultimo intervento del card. Ratzinger, apparso sul n. 430 di Sc nel dicembre 1996 (pp. 820-830), reca il titolo Libertà & verità. Si tratta del saggio d’apertura del volume, di recente ristampato, La via della fede. Le ragioni dell’etica nell’epoca presente (Ares 2005). Il libro mette a fuoco questioni decisive per la vita della Chiesa e per il destino dell’odierna civiltà (Articolo tratto da Studi cattolici 532 – giugno 2005).

Il primo saggio di Joseph Ratzinger, tratto da una conferenza per l’81° congresso dei cattolici tedeschi, comparve sul n. 69 di Sc con il titolo Obiezioni e risposte al rinnovamento. Era il dicembre del 1966 e si era nel pieno della contestazione postconciliare. Ratzinger, allora professore all’Università di Tubinga, difese con passione le innovazioni liturgiche portate dal Concilio. Il rinnovamento liturgico, infatti, «per quanto ardentemente augurato e gioiosamente salutato», era divenuto «un importante segno di contraddizione». Nel suo articolo esponeva in primo luogo le ragioni dei contestatori, che rifiutavano in toto la novità e non accettavano l’impiego nella liturgia delle lingue nazionali in sostituzione del latino.

Erano tre le obiezioni principali degli anticonciliari così riassunte da Ratzinger:
1)            Il mistero esige il segreto di una propria lingua, il latino appunto, che è un filo di collegamento con la preghiera cristiana di ogni tempo.
2)          Non si accetta una partecipazione «attiva» della comunità alla liturgia. «Si dice che il silenzio sacro conviene al mistero meglio della parola; si invoca la quiete, che fa meglio percepire la voce di Dio, e consente un vero incontro personale col Signore».
3)          Le declamazioni di «massa» «non si addicono alla grandezza di quanto è significato dalla liturgia, per cui ostacolano, più che favorire, l’accesso dell’uomo al mistero».

Ratzinger, esposte linearmente le principali obiezioni, passava alla loro confutazione, insistendo proprio sull’equivoco legato al termine «mistero»:
«Innanzitutto non è difficile dimostrare che l’argomento del mistero non vale: infatti, esso nasconde alla base un misconoscimento profondo della natura del culto cristiano, come avviene per chi adduce l’esigenza di ritirarsi in una devozione individuale indisturbata dalla comunità. Si traviserebbe la sostanza del culto cristiano pretendendo di giudicarlo sulla base di categorie ricavate dalla storia delle religioni e pretendendo di volervi ritrovare o trasferire modi di sentire che hanno valore, appunto, nella storia delle religioni».

Ratzinger continuava la sua esposizione sottolineando come il culto cristiano consista «essenzialmente nell’annuncio della buona novella di Dio alla comunità riunita in assemblea, accettazione di esso da parte della comunità che risponde, parola della Chiesa rivolta a Dio comunitariamente e che interferisce con l’annuncio».
E proseguiva: «L’annuncio di ciò che Cristo ha compiuto per noi nell’ultima Cena costituisce, allo stesso tempo, una lode a Dio il quale, attraverso Cristo, ha voluto agire in questa forma nei nostri confronti: è il memoriale dell’azione salvifica di Dio, per mezzo del quale ricordiamo ciò che si è compiuto e ci uniamo a esso; ma è anche un appello indirizzato a Dio perché porti a termine e completi ciò che allora è stato iniziato. Qui si fondono intimamente professione di fede e di speranza, azione di grazia e di supplica, annuncio e preghiera.

«Ecco perché, in forza della struttura stessa di questo linguaggio, la liturgia è costruita sulla corrispondenza dell’“io” e del “voi”, che sempre si fondono nel “noi” comune della Chiesa, la quale per mezzo di Cristo si trova al cospetto di Dio. In una liturgia così strutturata, la lingua non ha la funzione di velare, bensì di scoprire; e non può significare un isolamento nel silenzio della preghiera individuale, bensì l’avvicinamento degli uni agli altri per riunirsi nel “noi” dei figli di Dio che dicono insieme: “Padre nostro”».

Secondo Ratzinger, la riforma del Concilio aveva restituito alla parola il suo senso proprio, e l’aveva purificata da un carattere che rischiava di essere prevalentemente rituale. Continuava il suo intervento ricordando che nel IV secolo la Chiesa aveva voluto che nella liturgia la lingua latina sostituisse quella greca, divenuta ormai incomprensibile.

E puntualizzava: «La nostra opinione è che la liturgia non consiste nel riempirci del sentimento del sacro, per mezzo di fremiti e di allusioni, bensì nel metterci di fronte alla spada tagliente della parola di Dio. Essa non vuole disporci in un’atmosfera di solennità e di bellezza, dove poterci raccogliere e meditare in pace, bensì introdurci nel “noi” dei figli di Dio, e di qui nell’umiliazione (Kénosi) di Dio che è disceso nella vita quotidiana».

L’intervento di Ratzinger si concludeva con un appello all’interno della Chiesa per accogliere la riforma con un profondo desiderio di comprensione: «La crisi del rinnovamento liturgico si deve appunto a un’insufficienza di carità. L’aiuto reciproco di cui parla san Paolo, l’immensità dell’amore, di cui parla sant’Agostino, possono consentire la maturazione del vero rinnovamento del culto cristiano. Perché il culto più autentico dei cristiani è l’amore».

La Chiesa nel tempo della prova

La Chiesa e il sacerdote del domani, così titolava il secondo articolo di Ratzinger comparso sul numero 108 di Sc del marzo 1970. La sua riflessione si inseriva nel contesto di scontro degli anni Settanta, che colpiva anche la Chiesa, intenta a ricomporre la frattura di generazioni e mentalità tra riformisti e conservatori. Ratzinger individuava con precisione le linee più adeguate per una teologia del sacerdozio pienamente rispondente alle caratteristiche della Rivelazione. Ecco come Benedetto XVI disegnava il difficile orizzonte di quegli anni: «La nostra epoca è sotto il segno di un radicale mutamento, di una scissione che minaccia di dividerci, coinvolgendoci nel conflitto tra le generazioni. L’unità della Chiesa, rimasta integra attraverso tanti secoli, viene oggi invocata come la luce e il riposo per i morti, con le parole che si scrivevano sui sepolcri delle catacombe agli albori del cristianesimo, ed è oggetto delle stesse suppliche con cui Gregorio Magno implorò consolazione e soccorso per sé e per i suoi alla fine delle invasioni barbariche. Questa comunità secolare che per molto tempo ha abbracciato, mediandolo, l’avvicendarsi delle generazioni e le ha rese parti di una stessa famiglia, sembra oggi scomparsa. […] Pare che nessuna tradizione, nessuna norma antica possa reggere di fronte alla furia di cambiamento. La violenta rottura con il passato divide le generazioni contrapponendole in seno alla Chiesa. Spesso quando parroci, cappellani e laici cercano di chiarir si il senso profondo del messaggio che pur dicono di servire, finiscono per dimenticare che la loro teologia è un mezzo per interpretare la stessa fede, nella quale si trova la stessa speranza. Sembra che parlino lingue oscure, che vivano in mondi diversi, come se il Concilio non fosse stato la Pentecoste tanto desiderata che spezza i vecchi legami, ma la Torre di Babele che confonde i linguaggi e annulla ogni reciproca comprensione. Il sacerdote della vecchia generazione nutre il timore che ogni novità, realizzandosi, sacrifichi la sostanza del cristianesimo, tradisca la fede. Il giovane, invece, teme che le tradizioni ricevute dal passato tradiscano le aspettative del mondo attuale, che la fede priva di contatto col mondo divenga impossibile, chiusa in schemi e in immagini valide nel passato, senza la possibilità di sviluppare la sua forza vitale nel nostro tempo. […] Il sacerdote anziano si chiede scoraggiato se non ha sbagliato tutto, se “può” fare ancora, dal momento che non esiste più un fondamento sicuro delle sue azioni. Il giovane si domanda se può adattarsi alle idee difese dai vecchi o se l’istituzione della Chiesa, nel suo complesso, non sia piuttosto un impedimento per giungere a quell’essenziale che bisogna imporre lottando contro la Chiesa stessa».

Nel clima di confusione di quegli anni venne spregiudicatamente attaccata la figura del sacerdote. Ratzinger riassumeva le accuse più velenose: secondo una parte dei contestatori, il ruolo del sacerdote andava assimilato a una professione, a un lavoro come gli altri, che, proprio come gli altri, poteva decadere, perché ormai privo di attualità. Altri affermavano che nella Chiesa del futuro non ci sarebbe più stato spazio per il culto (e quindi per il sacerdote). Dovevano permanere soltanto funzioni di natura eminentemente pratica. È semplicemente splendida la difesa del carisma sacerdotale da parte di Ratzinger. La missione del sacerdote viene, ancora una volta, analizzata secondo le parole di Paolo.

«Alla domanda “Chi è l’apostolo?”, Paolo ha risposto con impareggiabile precisione, definendolo come “ministro del Vangelo” (Rm 15). […] L’origine del suo servizio non è la nascita, bensì la vocazione. È apostolo non perché fa parte di una casta, ma perché è chiamato ad assumere la funzione di messaggero. Non il rito, ma il Vangelo è il contenuto della sua professione. In altre parole l’apostolo è inviato per portare agli uomini il messaggio di Dio, per essere a loro disposizione, per assolvere il molteplice servizio del Vangelo nella vita quotidiana. Tocca a lui dire una parola di conforto ai vecchi e malati, destare la coscienza dei bambini, soccorrere gli adulti insegnando la preghiera e l’ordine della vita; tocca a lui, infine, concedere il perdono e portare a termine il servizio comune della glorificazione di Dio e dell’affratellamento degli uomini nell’eucaristia».

«L’apostolo come ministro del Vangelo torna all’unità originaria posta da Gesù, parola e sacrificio realizzati in una persona sola. L’apostolo ha per modello Gesù, fino al punto che la sovrapposizione di parola e sacrificio che si realizza in Gesù, Logos crocifisso, facendo di lui un vero sacerdote, resta anche il suo metro. Nella lettera ai Filippesi (2, 17) Paolo descrive il proprio martirio come liturgia. Non si tratta per lui d’un processo esteriore cui può mancare la partecipazione personale. Secondo Paolo l’io deve far parte integrante della liturgia e l’essenza dell’apostolato esige che quando uno sente la vocazione rinunci a sé, abbandonandosi totalmente all’autore delle vocazioni».

Difendere la vita a ogni costo

Il 18 e 19 dicembre 1987 si svolse a Roma il convegno Il diritto alla vita e l’Europa organizzato dal Movimento per la Vita universitario, dal Movimento per la Vita italiano, dall’Accademia Ippocratica e dal Movimento di Solidarietà Civile. Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, tenne un intervento in difesa della vita, che venne pubblicato integralmente sul numero 323 di Sc (gennaio 1988).

Le sue riflessioni iniziali invitavano a non considerare irrimediabilmente persa la battaglia per il rispetto e la tutela della vita appena concepita e non ancora nata. E chiamava subito in causa il forte monito posto nel libro della Genesi dopo il diluvio. Una pagina da lui stesso definita di «impressionante eloquenza»: «E più che mai domanderò conto del vostro sangue, ossia della vostra vita; ne domanderò conto a ogni essere vivente. A ciascun suo simile domanderò conto della vita dell’uomo, a ognuno di suo fratello. Chiunque spargerà il sangue di un uomo, dall’uomo sarà sparso il suo sangue, perché a immagine di Dio l’uomo fu fatto» (Gn 9,5-6).

Nel commentare questo passo Ratzinger ribadiva la sacralità della vita umana e la sua inviolabilità senza eccezioni e si soffermava in particolare su due conclusioni essenziali:
1)         «Non esistono “piccoli omicidi”: il rispetto di ogni vita umana è condizione essenziale perché sia possibile una vita sociale degna di questo nome;
2)         «Quando nella sua coscienza l’uomo perde il rispetto per la vita come cosa sacra, inevitabilmente egli finisce per smarrire anche la sua stessa identità».
Ratzinger focalizzava la sua riflessione sul tema dell’aborto, spesso «invocato come parte costitutiva del diritto alla libertà per la donna, per l’uomo e per la società». Dopo aver enucleato i principali «diritti» che, secondo i fautori dell’aborto, avrebbero legittimato tale pratica, Ratzinger ribadiva: «Il fatto è che l’esercizio di questi diritti reali viene rivendicato a detrimento della vita di un essere umano innocente, i cui diritti invece non vengono neppure presi in considerazione. Si diventa in tal modo ciechi di fronte al diritto alla vita di un altro, del più piccolo e del più debole, di chi non ha voce. I diritti di alcuni vengono affermati a scapito del fondamentale diritto alla vita di un altro. Ogni legalizzazione dell’aborto implica perciò l’idea che è la forza che fonda il diritto. Così, inavvertitamente per i più, ma realmente, vengono minate le basi stesse di un’autentica democrazia fondata sull’ordine della giustizia».

Il catechismo e gli ebrei

La giornalista Lisa Billig intervistò per Sc Joseph Ratzinger nell’ottobre del 1990 (Gli Ebrei nel catechismo universale, n. 356). Si era nella fase conclusiva della preparazione del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica e la giornalista pose una serie di domande sul delicato rapporto tra cristianesimo ed ebraismo alla luce proprio del nuovo Catechismo. Nel rispondere ai quesiti Ratzinger sottolineava come il dialogo interreligioso esigesse la sicurezza della propria identità nonché il rispetto per quella altrui. Si augurava, inoltre, che il Catechismo, di cui era allora imminente la pubblicazione, risultasse uno strumento di dialogo.

Ecco la prima riflessione che inaugurava l’intervista: «Pensiamo che l’ebraismo sia materia assai delicata, da trattarsi con molta finezza intellettuale per una duplice ragione: la prima, per mostrare la profonda continuità del messaggio di Gesù con il Vecchio Testamento, messaggio ereditato completamente dalle Sacre Scritture, nonché ovviamente per segnalare l’essenziale novità di quel messaggio, la “buona novella”; la seconda ragione, per poter investigare a fondo tutte le delicate questioni relative al processo di Gesù. E mi sembra che si siano superati quei vecchi schemi sul cosiddetto “legalismo” dei farisei, della lettura troppo ristretta del testo scritturistico, che avrebbe indotto Gesù a rompere con loro; schemi tipici di certi ambienti e gruppi cattolici che si definiscono “moderni”. Abbiamo preferito invece sottolineare come il fatto che Gesù si proclami figlio di Dio ponga il vero grande problema dell’epoca».

Nel cuore dell’intervista Lisa Billig insinuava la presenza di una contraddizione nella dottrina della Chiesa. Affermava infatti come non si potesse attuare un fruttuoso dialogo con l’ebraismo finché la Chiesa continuasse a proporsi come l’esclusiva via di salvezza per gli uomini.

Ratzinger apriva la sua risposta con un paragone:
«Israele è da sempre, e a giusto titolo, convinto di essere “il popolo” eletto. È stato il nostro unico Dio a voler così – non è vero? – all’interno di un disegno universale di salvezza, come è possibile evincere dall’Antico Testamento. Ma il fatto di essere il popolo eletto non ha impedito a Israele – grazie alla riflessione rabbinica dispiegatasi nell’età antica, medievale e soprattutto moderna – di accettare che tutti gli uomini sono ugualmente amati da Dio, pur se il popolo d’Israele è stato da Dio investito di una funzione unica ed esclusiva, quella di essere “una luce tra le genti”. Gli autori del Nuovo Testamento, direi, hanno esteso questo atto di elezione alla Chiesa cattolica. Così Israele serba la sua elezione che non gli è stata mai revocata, ma, in seguito, anche la Chiesa cattolica è stata scelta per una funzione unica. Per tal motivo non dobbiamo ritenere che, agli occhi di Dio, gli altri siano nullità o persone di poco conto. Mi sembra che la riflessione ebraica abbia già sviluppato questa profonda dialettica che, in modo un po’ diverso ma sostanzialmente identico, si ripropone nel pensiero cattolico.

Benedetto XVI & san Josemaría

Nel giugno del 1992, sul n. 376 di Sc, si riportavano ampi stralci dell’omelia che Joseph Ratzinger pronunciò il 19 maggio nella basilica dei SS. Dodici Apostoli a Roma in occasione di una delle Messe di ringraziamento per la beatificazione di Josemaría Escrivá. Riproponiamo alcuni assaggi:
«Così Josemaría è diventato un grande uomo d’azione, un uomo che ha attraversato continenti per infondere questo coraggio, il coraggio della normalità cristiana, che è la santità, la vita che ci è stata donata nel battesimo […]. Volle aprire cammini che non conducono al proprio io, ma a Dio e a realizzare la Sua volontà così in Terra come in Cielo. Nella Messa, nella quale si realizza la volontà di Dio, è presente qualcosa di terreno e di divino al tempo stesso. Poiché ciò che fa il Paradiso tale, è il fatto di essere lo spazio in cui si realizza la volontà di Dio […]. Egli sapeva che questa volontà di Dio ha un luogo concreto nel mondo; che la volontà di Dio con noi si è fatta carne di Gesù e che Gesù è rimasto nel corpo della Chiesa. Così egli sapeva che l’ubbidienza alla volontà di Dio deve incarnarsi in una quotidiana e concreta ubbidienza alla Chiesa; che solo in questo ubbidire alla presenza del Signore in persona in questo mondo si vede se noi facciamo soltanto assomigliare la nostra volontà a quella di Dio, oppure se seguiamo con una missione, una chiamata, la volontà di Dio. Per questo motivo era per lui basilare, il segno che contraddistingue la giustezza di un’opera e dell’obbedienza, agire in sintonia con la gerarchia della Chiesa, non volere e non fondare nulla senza prima aver trovato questa sintonia».

Il ministero & la vita dei presbiteri

Nell’intervento Il ministero & la vita dei presbiteri Joseph Ratzinger affrontava la crisi dell’identità sacerdotale negli anni postconciliari; il cardinale ricordava in primo luogo la deriva interpretativa secondo cui si tendeva a comprendere sempre meno la funzione «sacrale» del sacerdote; certi orientamenti d’impronta riformista, infatti, tendevano ad accedere esclusivamente a una concezione «socio-funzionale» del presbiterato. Così si dipanavano i termini della questione: «Stavano e stanno, dunque, fronte a fronte due concezioni del ministero sacerdotale: da una parte, una visione socio- funzionale che definiva la natura del sacerdozio con il concetto di “servizio”, cioè servizio alla comunità nel compimento di una funzione al servizio della figura sociale della Chiesa. Dall’altra parte c’è una visione sacramentale-ontologica che, non negando certamente il carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però ancorato nell’esistenza del ministro sapendo anche, nello stesso tempo, che questa sua esistenza è determinata da un dono, chiamato sacramento ed elargito a lui dal Signore per mezzo della Chiesa». La riflessione di Ratzinger evitava di porre in stretta antitesi le due posizioni, e proseguiva interrogandosi se esse non potessero fecondarsi e «risolversi» reciprocamente invece di escludersi.

Il suo pensiero si innestava sul contributo offerto dal decreto Presbyterorum ordinis; il testo conciliare, se sottolineava l’aspetto ontologico dell’esistenza sacerdotale e la potestà di offrire il sacrificio, allo stesso tempo ribadiva il «primato della parola» e del ministero dell’annuncio.

Ratzinger approfondiva il suo percorso con l’esegesi di un passo del vangelo di Marco. Si tratta dell’episodio in cui il Signore, dopo essere stato cercato dalle moltitudini a causa dei miracoli, si ritira in un luogo deserto per pregare (cfr Mc 1, 35-39).

Così commenta: «È l’annuncio del regno di Dio che Gesù indica come scopo della sua venuta. E questo, dunque, deve essere anche la priorità determinante dei suoi ministri: essi vengono per annunciare il regno di Dio, e cioè: per rendere questo Dio vivente, potente e presente la priorità della nostra propria vita […]. Tale annuncio procede di pari passo con il ritirarsi in sé stesso nel raccoglimento della preghiera personale». Non c’è contrapposizione tra azione sacramentale e parola. Gesù annuncia il regno di Dio con parabole e anche sotto forma di segni, nei quali questo Regno, come potenza presente, si avvicina agli uomini. Parole e segno sono inseparabili. Proseguiva Ratzinger: «La predicazione di Gesù deve essere chiamata “sacramentale” in un senso ancora più profondo: la sua parola porta in sé la realtà dell’incarnazione e il tema della croce e risurrezione. È, in questo senso più profondo, parola-azione. Così già indica per la Chiesa la reciprocità di predicazione ed Eucaristia, ma anche di predicazione e testimonianza vissuta e sofferta».

Il sacerdote servus Christi

In un passaggio fondamentale del suo saggio, Ratzinger puntualizzava come il sacerdote, proprio per la sua condizione «sacrale», non possa mai essere considerato «separato» o «non funzionale alla comunità». Le sue considerazioni muovevano dalla definizione del sacerdote come servus Dei o servus Christi:

«Se il sacerdote viene definito come servo di Gesù Cristo, ciò significa che la sua esistenza è determinata essenzialmente come relazionale: l’essere ordinato al servizio del Signore costituisce l’essenza del suo ministero che , perciò, giunge fin dentro la sua stessa esistenza. Egli è servitore di Cristo per essere, a partire da lui, per lui e con lui, servitore degli uomini. Il suo essere in relazione a Cristo non si oppone al suo essere ordinato al servizio della comunità (della Chiesa), ma ne è il fondamento che solo le dà tutta la sua profondità.

«Il sacerdote, proprio perché appartiene a Cristo, appartiene in senso radicale agli uomini. Non sarebbe in grado di dedicarsi a loro con tanta profondità e assolutezza se non in questo modo. E questo significa anche che la concezione ontologica del sacerdozio, arrivando dentro l’essere dell’interessato, non si oppone alla serietà della funzionalità, del ministero sociale, ma crea piuttosto una radicalità del servire che non sarebbe pensabile nell’àmbito puramente profano». Nelle riflessioni conclusive del futuro Pontefice si giungeva ad affrontare il problema della «spiritualità» del sacerdote e della sua «fede vissuta».

Il quadro prospettato era preciso e, in un certo senso, inquietante: «Un parroco d’oggi, a cui sono affidate tre o quattro parrocchie, è sempre in giro da un luogo all’altro; una situazione ben conosciuta dai missionari diventa sempre più la regola anche nei Paesi di antica cristianità. Il sacerdote deve cercare di garantire la celebrazione dei sacramenti nelle comunità, è tormentato da lavori amministrativi, si sente sfidato da una complessità di questioni d’ogni genere; e a ciò si aggiungono le difficoltà personali di tante persone, per le quali egli, a motivo di tutto questo, spesso non trova nemmeno tempo. Spinto qua e là tra tali attività, il prete si sente vuoto e sempre meno in condizione di trovar tempo per il raccoglimento, dal quale potrebbe attingere nuova forza e ispirazione. Esteriormente dilacerato e interiormente svuotato, egli perde la gioia della sua vocazione, che alla fine non sente se non come un peso quasi insopportabile. Non gli resta che la fuga».

Ratzinger prendeva spunto ancora una volta dal Concilio per far fronte a questo quadro drammatico. Indicava alcune «risposte» alle sfide della contemporaneità. «Il fondamento è la comunione intima con Cristo, il cui cibo era il compimento della volontà del Padre (Gv 4,43). È importante che l’unione ontologica con Cristo divenga viva nella coscienza, così come anche nell’azione: tutto ciò che faccio, lo faccio nella comunione con lui. Le mie attività, per quanto siano molteplici e spesso esteriormente addirittura contrastanti, costituiscono tuttavia una sola vocazione: tutto è essere insieme con Cristo, un agire quale strumento nella comunione con lui.

«Di qui risulta poi la seconda indicazione: l’ascesi sacerdotale non deve essere collocata accanto all’azione pastorale, quasi che si trattasse di un carico aggiunto, di un compito ulteriore che sovraccarica ancor di più la mia giornata. È proprio nell’azione che imparo a superare me stesso, a perdere e a donare la mia vita; nella delusione e nel fallimento imparo a rinunciare, ad accettare il dolore, a distaccarmi da me stesso […]. Nella celebrazione dei sacramenti io stesso ne sono interiormente beneficato; non compio infatti un qualche lavoro esterno, ma parlo con Cristo e, attraverso Cristo, con il Dio trinitario, e così prego con gli altri». Ratzinger concludeva indicando un terzo elemento indispensabile alla piena realizzazione della vocazione sacerdotale: la ricerca personale per penetrare più a fondo nel mistero di Cristo. «Negli ultimi decenni la vita interiore venne spesso sospettata di intimismo e di fuga nel privato. Ma un ministero senza spiritualità, senza vita interiore diviene vuoto attivismo. […] Aver tempo per Dio, per stare personalmente e intimamente davanti a lui, è una priorità pastorale di grado uguale, anzi, sotto certi aspetti, addirittura maggiore rispetto a tutte le altre priorità. Non si tratta di un carico aggiunto, ma del respiro dell’anima, senza di cui necessariamente restiamo senza respiro: siamo privati del soffio spirituale, del soffio dello Spirito Santo dentro di noi. […] La ricerca interiore del volto di Dio ci restituisce sempre la gioia di Dio».