IraPremessa. I fatti del 7 ottobre 2023

Con la guerra scoppiata il 7 ottobre 2023 tra lo Stato di Israele e Hamas, il Medio Oriente è tornato drammaticamente al centro dell’attenzione mondiale. Per alcune analogie l’attacco è stato definito l’11 settembre di Israele[1].

Già alcuni anni fa (soprattutto nel 2018) la Striscia di Gaza fu teatro di disordini e proteste represse con violenza. Furono uccisi alcuni manifestanti, mentre più di un migliaio di dimostranti furono feriti. L’esercito israeliano allora giustificò la sua reazione affermando di aver sparato solo contro chi cercava di attraversare il confine fra Gaza e il resto del territorio israeliano.

Queste giustificazioni furono ritenute mendaci dall’Autorità Palestinese che chiese che il rappresentante della Palestina all’Onu, dei Paesi della Lega Araba e dell’Unione Europea intraprendessero iniziative per fermare le violenze.

Hamas

Hamas, il gruppo politico-militare noto anche come Movimento di Resistenza Islamica, fu fortemente voluto dai Fratelli Musulmani per contrastare l’esistenza di Israele.

Si costituì nel 1987 dopo la guerra del Libano, durante le proteste palestinesi della Prima Intifada. Si concentrò  fin da subito nel contrastro all’occupazione israeliana della Palestina con l’obiettivo finale di creare uno Stato basato sulla legge islamica.

Non ha mai fatto parte dell’Olp (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) proponendosi come alternativa sia a Fatah sia all’Autorità Nazionale Palestinese.

Hamas, svolgendo anche una funzione politica e umanitaria, guadagnò consensi tra le comunità palestinesi, mostrandosi altresì in disaccordo con le trattative di pace tra Israele e l’Olp finalizzate agli Accordi di Oslo. La questione palestinese non poteva avere soluzione attraverso la diplomazia, ma richiedeva la militanza armata.

Hamas realizzò il suo primo attentato suicida in Israele nel 1994, dopo il massacro di Hebron del 1929; ebbe inizio una stagione di attacchi terroristici violenti che avrebbero scosso le città israeliane per anni.

Nel 2006 Hamas partecipò alle elezioni legislative per il rinnovo del Parlamento dell’Autorità Nazionale della Palestina ottenendo una significativa vittoria. L’affermazione elettorale causò tensioni con Fatah, il principale partito politico palestinese, che degenerarono in scontri armati.

Un rapporto ambiguo

In proposito, sebbene Israele non abbia mai sostenuto direttamente Hamas, originariamente favorì il suo riconoscimento al fine di creare un antagonista che, opponendosi di fatto alle opzioni strategiche del laico Fatah, spaccasse il fronte palestinese.

Nel 2007, dopo l’ennesima frattura con Fatah, Hamas si assicurò il controllo della Striscia di Gaza, e quindi si trasformò da movimento a regime anche dal punto di vista amministrativo; Fatah mantenne il governo della Cisgiordania.

A causa delle sue iniziative violente contro Israele, Hamas è stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche da alcuni Paesi e da istituzioni internazionali, tra cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea[2].

Tuttavia, negli ultimi anni una parte della popolazione palestinese, principalmente fra le fasce giovanili, ha manifestato il suo dissenso nei confronti del regime di Hamas; le proteste nella Striscia di Gaza sono state represse anche con il ricorso alla violenza e in Cisgiordania Fatah reprime i militanti di Hamas che operano clandestinamente.

La trasformazione di Hamas in regime di governo nella Striscia di Gaza ha portato alla piena militarizzazione delle brigate Ezzedim al-Qassam, il braccio armato di Hamas,  che il 7 ottobre ha pianificato e commesso la nota strage.

In proposito, questa offensiva portata contro diverse città israeliane attraverso incursioni via terra e raid aerei, supportata da reiterati lanci di razzi di Hezbollah dal Libano,  alla quale Israele ha risposto con attacchi via cielo e via terra e con l’assedio totale dell’area, può essere interpretato come un tentativo di ostacolare il processo di normalizzazione delle relazioni tra Israele e Paesi arabi intrapreso nel 2020 con la firma degli Accordi di Abramo[3].

L’escalation militare ha aperto uno scenario estremamente pericoloso per il rischio di una estensione del conflitto ben oltre il contesto locale.

Il un punto di non ritorno

L’aggressione del 7 ottobre u.s. nella Striscia di Gaza dei militanti armati del movimento Hamas rappresenta una cesura nella storia mediorientale, un punto di non ritorno, dal momento che questo conflitto è stato gravemente segnato da intollerabili crimini commessi sia dai terroristi palestinesi sia dai militari israeliani, ed è stato macchiato in maniera indelebile dall’assordante dolore invisibile delle stragi di civili, colpiti da devastanti iniziative belliche.

L’attacco di Hamas a Israele ha dato inizio a una realtà tragicamente inedita, marcatamente simbolica, che non si è esaurita nella complessità delle relazioni interne fra israeliani e palestinesi ma è andata oltre, coinvolgendo direttamente tutti gli equilibri regionali.

Il conflitto infatti ha avuto impatto su tutta la politica palestinese. L’interesse di Hamas (e del Jihad islamico[4]) non poteva essere confinato a Gaza ma si è esteso anche a quello che parallelamente avveniva in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Nel frattempo, il mondo vive in una forzata indifferenza; il dovere ineludibile di attivare lo strumento diplomatico per fermare i massacri è incapace di elaborare strategie per contrastare l’odio che li impone. Ma c’è un’altra criticità che attribuisce incertezza agli esiti dell’attuale conflitto: rischia di svanire la grande illusione – alimentata dai già menzionati Accordi di Abramo – dell’avvio di un processo finalizzato a stabilire pacifiche relazioni fra Paesi arabi e Israele, e di una possibile ricomposizione di equilibri anche fra nemici storici come Iran e Arabia Saudita.

Una aggiornata realpolitik regionale araba potrebbe tacitamente dissociarsi da Hamas e negare supporto agli interessi palestinesi, sacrificandoli pur di non arrestare il processo di normalizzazione in corso.

L’aggravamento delle tensioni in Medio Oriente

Nel dicembre 2023 all’inasprirsi dei combattimenti nella Striscia di Gaza, con un bilancio superiore a 20 mila vittime, sono sorti ulteriori conflitti locali che hanno acuito le tensioni regionali in Medio Oriente.

Nel periodo natalizio la morte di Sayyed Razi Mousavi, esponente di punta delle Guardie della Rivoluzione iraniane (meglio conosciute come Pasdaran), ha provocato un bombardamento su Damasco, il 25 dicembre 2023.

In proposito, le autorità iraniane hanno accusato apertamente Israele, che però non ha rivendicato la paternità del raid nel corso del quale è perito l’alto militare.

Come conseguenza indiretta della regionalizzazione[5] del conflitto fra Hamas e Israele, nell’area mediorientale si sono continuati a registrare attacchi contro basi nelle quali erano dislocate truppe statunitensi, con conseguenti rappresaglie Usa in Siria e in Iraq contro gruppi vicini all’Iran. Il Dipartimento della Difesa americano ha confermato di aver compiuto azioni contro il gruppo filoiraniano Kataib Hezbollah.

La sicurezza nel Mar Rosso è sempre insidiata dall’incombente presenza dei miliziani Houthi[6] nello Yemen, che minacciano di compromettere le funzionalità di nodi strategici per il commercio mondiale. Le forze navali statunitensi, destinatarie di attacchi di droni che hanno causato limitati danni, si sono mantenute in massima allerta.

La Siria – guidata dal regime sciita-alawita di Bashar al-Assad – è da tempo teatro di una proxy war[7] tra l’Iran e Israele.

Il dramma del Libano

Anche la situazione del Libano è particolarmente preoccupante; si è assistito ad una significativa intensificazione di iniziative israeliane e di Hezbollah. Segnatamente, nella notte di Natale attacchi israeliani nella città di Bint Jbeil, roccaforte di Hezbollah, hanno causato tre vittime.

La situazione continua ad alimentare un quadro di grande instabilità, che solleva fondate preoccupazioni sulla possibilità che il conflitto nella Striscia di Gaza si trasformi pericolosamente in una estesa conflagrazione regionale, con implicazioni politiche ed economiche globali.

L’Iran e gli alleati Hezbollah, tuttavia, nonostante il palese atteggiamento intimidatorio, non sembrano disposti ad assumersi la responsabilità di un allargamento del conflitto. L’Iran nel momento sembra voler evitare un coinvolgimento bellico diretto.

L’uccisione di Mousavi in Siria ha richiamato alla memoria il raid americano del 3 gennaio 2020, che causò in Iraq la morte del generale iraniano Qassem Soleimani, leader delle Guardie della Rivoluzione e tra i protagonisti delle più importanti scelte di politica estera di Teheran.

Dopo la sua morte l’Iran minacciò gravi ritorsioni contro gli Stati Uniti, ma la risposta si limitò a raid chirurgici contro alcune basi Usa nell’Iraq settentrionale.

Analogamente, come già detto, l’Iran ha affermato la legittimità di condurre rappresaglie nei confronti di Israele per l’uccisione di Mousavi, che potrebbero determinare un’escalation dei conflitti fra opposti miliziani, per ora circoscritti.

In conclusione, le reazioni dell’Iran per l’uccisione di Mousavi si collocano in un contesto di crescenti tensioni: se è assai probabile una ritorsione, ne restano del tutto imprevedibili  le modalità.

Possibili esiti del conflitto in atto

L’esito dell’attuale conflitto fra Hamas e Israele non è di facile previsione: la possibile estensione ne rende incerti gli sviluppi. Tuttavia, alcuni elementi consentono di formulare ipotesi su quanto sta avvenendo.

L’attacco di Hamas, pur rappresentando un fatto estremamente grave, non ha avuto le potenzialità per mettere in discussione l’esistenza di Israele – come avvenuto in passato, ad esempio, per la guerra dello Yom Kippur del 1973. Tuttavia Israele ha reagito in modo veemente e deciso, come se fosse stata realmente in pericolo la sopravvivenza dello Stato.

Il motivo di questa reazione risiede probabilmente nella sopraggiunta strategia governativa di approfittare di questa guerra per tentare di risolvere definitivamente il problema palestinese, che avrebbe come corollario la possibilità di assumere il pieno controllo, formale ed effettivo, di tutto lo spazio fra il Giordano e il Mediterraneo.

In proposito negli ambienti politici si è parlato sempre più spesso di vittoria decisiva (al riguardo Netanyahu ha più volte affermato che la guerra avrà fine solo con l’eliminazione di Hamas); se fosse così, questa tragedia potrebbe protrarsi nel tempo.

La questione Cisgiordania

Con l’occasione non possono escludersi iniziative prodromiche all’annessione della Cisgiordania, di cui si parla troppo poco, ma che invece è un territorio la cui condizione è una questione molto sensibile per la destra israeliana.

In precedenza, fino al 6 ottobre 2023, Israele aveva di fatto accettato senza riserve il controllo da parte di Hamas della Striscia di Gaza per uno specifico obiettivo: considerate le divisioni e gli antagonismi all’interno del fronte palestinese, supportare Hamas – come già accennato – equivaleva a favorire la delegittimazione dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Sconfiggere militarmente Hamas è possibile, è molto difficile invece eliminarlo dalla Striscia di Gaza e nello stesso tempo neutralizzare la resistenza palestinese. Infatti, vinto il conflitto, Israele dovrebbe poi controllare un territorio con due milioni di palestinesi, di cui sarebbe incerto il destino.

Privare la Striscia di Gaza di acqua, di elettricità, di servizi e di strutture abitabili, come sta facendo Israele, è un tentativo crudele, non solo per fiaccare la resistenza, ma anche per favorire l’esodo di civili rendendo il territorio invivibile.

Ma i profughi di questo drammatico e crudele scenario verso quali Paesi potrebbero dirigersi? In Egitto? È di ostacolo l’eventualità che la presenza di palestinesi possa potenziare i Fratelli Mussulmani, di cui Hamas è una filiazione. Anche la Giordania non sembra una destinazione possibile.

La diaspora palestinese inoltre è pericolosa perché sarebbe terreno fertile per cellule terroristiche antisraeliane che accerchierebbero Israele dall’esterno, supportate da gruppi jihadisti locali (egiziani, giordani, siriani, etc.).

L’altra possibilità meno probabile è che Israele diventi uno Stato binazionale. L’ipotesi degli Accordi di Oslo sembra quindi definitivamente tramontata.

Verso un’altra vittoria maledetta?

Un’ultima considerazione: Netanyahu solo uscendo vittorioso dal conflitto può sopravvivere politicamente. Di fronte a questi scenari come reagirebbe la comunità internazionale?

In un saggio del 2017 Aharon Bregman, scrittore e giornalista israeliano, definì maledetta la vittoria militare di Israele nella decisiva Guerra dei Sei Giorni del 1967[8]. Il breve conflitto, tra Israele da una parte, ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra, si concluse con una rapida, umiliante e totale vittoria degli israeliani.

Gli esiti di quella guerra furono un punto di svolta nella percezione della principale questione mediorientale: gli israeliani da vittime accerchiate da minacciose potenze arabe si mostrarono potenti occupanti.

Conseguentemente quei drammatici eventi rivelarono che Israele era un potente Golia piuttosto che un piccolo Davide. La diffusa istintiva simpatia di parte del mondo occidentale cessò di essere saldamente dalla parte degli israeliani, vittime dell’olocausto nazista e di uno strisciante e mai sopito ricorrente antisemitismo. E cominciò a spostarsi verso le nuove vittime, ovvero gli arabi, principalmente i palestinesi, che avevano subito l’occupazione militare. Per questo il trionfo del 1967 finì per trasformarsi per Israele in una vittoria maledetta.

La probabile sconfitta di Hamas nell’attuale conflitto per i possibili scenari finali, per le tante vittime civili, per l’indiscriminata distruzione di abitazioni, per i tanti risvolti di intollerabile crudeltà e deumanizzazione del conflitto – che segue sia le regole della guerra sia quelle della repressione terroristica – potrebbe trasformarsi per Israele in una seconda vittoria maledetta nel senso indicato da Aharon Bregman nel suo saggio del 2017.

Note

[1] L’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre può considerarsi l’11 settembre dello Stato Ebraico, date le proporzioni ed il danno (umano e simbolico) subito da Israele, trattandosi di un’azione a sorpresa pianificata da mesi, forse da più di un anno, che ha colto impreparati i militari israeliani.

[2] La natura di Hamas è decisamente ibrida. Mentre non esistono dubbi sul fatto che fin dalla sua fondazione, Hamas abbia praticato la violenza, la lotta armata e il terrorismo, ha un’ala politica che funziona come un partito, gestisce ospedali, scuole, poste, sovrintende al lavoro di migliaia di dipendenti pubblici, e ha una specie di corpo diplomatico che cura i rapporti con gli alleati internazionali.

Per questo, mentre decine di Paesi – tra cui Israele, Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito – hanno designato Hamas come organizzazione terroristica, alcuni applicano questa etichetta solo alla sua ala militare.

[3] Gli Accordi di Abramo sono una dichiarazione congiunta tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, raggiunta il 13 agosto 2020.

Gli accordi prendono il nome dal patriarca Abramo, considerato un profeta da entrambe le religioni dell’Ebraismo e dell’Islam, e tradizionalmente considerato un patriarca condiviso dai popoli ebraico ed arabo (tramite Isacco ed Ismaele). Il principale obiettivo degli accordi è la normalizzazione delle relazioni fra i Paesi contrenti.

[4] Il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, altrimenti definito brevemente Jihad Islamico, è un gruppo militante palestinese giudicato fra le organizzazioni sospette di terrorismo dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dal Regno Unito, dal Giappone, dal Canada e da Israele.

[5] Il conflitto in corso tra Hamas e Israele si è regionalizzato in quanto coinvolge attori in tutto il Medio Oriente.

[6] Gli Houthi insieme a Hezbollah e a varie milizie in Siria e Iraq costituiscono la rete di Teheran in Medio Oriente, spesso definita Asse della resistenza.

[7] La proxy war è una guerra indiretta, in quanto è istigata da uno o più Paesi che evitano la loro diretta partecipazione al conflitto.

[8] Ahron Bregman, La vittoria maledetta. Storia di Israele e dei territori occupati, pubblicato nel maggio 2015.