Anselm Kiefer torna a Milano con Le Alchimiste

L’artista tedesco Anselm Kiefer, tra i più influenti contemporanei, torna a Milano con una nuova imponente mostra: Le Alchimiste, a cura della storica dell’arte Gabriella Belli e catalogo edito da Marsilio Arte. Un’unica opera composta da quaranta grandi teleri sarà allestita dal 7 febbraio al 27 settembre 2026 nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, in dialogo – come già lo era stata la Guernica di Picasso – con la drammatica bellezza del luogo che ancora oggi porta i segni del bombardamento del 1943.

A. Kiefer, “Mary Anne Atwood” 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi e carboncino su tela. 560 × 380 cm. © Anselm Kiefer Photo: Nina Slavcheva

L’alchimia, nata come scienza segreta con lo scopo di trasmutare i metalli in oro, è una delle tematiche ricorrenti dell’artista tedesco che, nelle sue opere di dimensioni sempre monumentali, riflette sul potere creativo e redentivo dell’arte, avvalendosi spesso di metalli preziosi, come appunto l’oro, di cui riporta la matericità sulla superficie. L’opera, nata da un progetto avviato nel 2023, fa riferimento a una costellazione di figure femminili, più o meno note, che si sono distinte proprio negli studi alchemici: a cominciare da Caterina Sforza (ca. 1463-1509), la quale fu appassionata dalla scienza non meno che dalla politica e fu autrice di un raro manoscritto con oltre 400 ricette tra medicamenti e formule alchemiche. Accanto a lei, Isabella Cortese, vissuta nel XVI secolo circa; Mary Anne Atwood (1817-1910) che imparò ancora giovanissima dal padre l’arte alchemica senza mai abbandonarla; Marie Meudrac (ca. 1610-1680) che, sfidando le norme sociali di genere, pubblicò nel 1666 La Chymie Charitable et Facile, en Faveur des Dames: ricette e pratiche basate sulla chimica, invitando le donne a esplorare la scienza. Ma anche la misteriosa Maria la Giudea o Maria la profetessa, prima grande alchimista donna vissuta intorno al III secolo e passata alla storia per alcune importanti invenzioni tra cui la tecnica culinaria del bagnomaria. Dedicata a queste e a tutte le altre “alchimiste” della storia, Le Alchimiste di Kiefer riconosce loro un ruolo cruciale nella nascita del pensiero scientifico moderno e, come proprio della sua pratica artistica, si interroga sul rapporto tra memoria individuale e memoria collettiva, tra ciò che la storia ufficiale conserva e ciò che tende a rimuovere.

Il MUDEC racconta “il senso della neve”

A cura di Sara Rizzo e Alessandro Oldani, la mostra Il senso della neve è aperta al pubblico fino al 28 giugno 2026 presso le sale del MUDEC – Museo delle Culture di Milano. Un percorso con oltre 150 opere e oggetti fra etnografia, testimonianze scientifiche, dipinti, fotografie, video e installazioni contemporanee. Partendo dall’installazione site-specific collocata nell’Agorà del museo, opera dell’artista giapponese Chiharu Shiota e inaugurata lo scorso 19 novembre, The Moment the Snow Melts, si sviluppa un articolato viaggio che va dalla geometria dei cristalli di neve all’immaginario artistico europeo e asiatico, fino agli impatti del cambiamento climatico e dell’overtourism montano.

Concepita come un percorso multidisciplinare tra scienza, arte e antropologia, l’esposizione mette al centro la neve nella sua duplice accezione di elemento magico, estremamente evocativo e simbolico, e di fenomeno naturale calamitoso che ha da sempre condizionato il genere umano. Un punto focale dell’esposizione è infatti dedicato al modo in cui le culture artiche, antartiche e del terzo polo hanno interagito con la neve, approfondendo i loro sistemi di adattamento e le pratiche spirituali legate allo sciamanesimo. D’altro canto si nota, invece, come le popolazioni occidentali novecentesche abbiano fatto del ghiaccio e della neve materia stessa delle opere d’arte, come nella storica performance di Judy Chicago Dry Ice Environment #1.

“Luyul”, 2026, video, 12’ 50”. Regia, riprese, montaggio: Francesco Clerici. Ricerca e interviste: Angelica Pastorella. Una produzione Nieminen, in collaborazione con Kel12 Tour Operator, Trentino for Tibet, MUDEC – Museo delle Culture di Milano

Due maestri dell’Impressionismo a Rovigo

Palazzo Roverella di Rovigo presenta una grande mostra che mette in dialogo, per la prima volta in maniera organica, un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi (1841 – 1917) ed Edgar Degas (1834 – 1917). L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, ricostruisce il rapporto intenso – talvolta spigoloso – che unì i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina.

E. Degas, “Classe de ballet”, 1880 ca., collezione privata. Ph. Dominic Büttner.

La mostra prende avvio a Firenze, città in cui Zandomeneghi, detto Zandò, e Degas maturarono – seppur in momenti diversi – parte della loro formazione, per proseguire a Parigi, nei Cafè in cui l’amicizia nacque e il movimento impressionista trovò il suo slancio vitale. La storiografia dell’epoca descrive i due artisti come personalità dal carattere non facile, ma accomunate da una profonda stima reciproca: Degas fu per Zandò un maestro e un mentore e il pittore italiano definiva il collega «l’artista più nobile e più indipendente dell’epoca nostra», mentre Degas lo chiamava, con affettuoso sarcasmo, “le vénetien”, alludendo all’orgoglio con cui il collega difendeva la propria identità italiana – veneziana per la precisione – all’interno dell’ambiente impressionista.

Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi – dal 27 febbraio al 28 giugno 2026 –, con prestiti nazionali e internazionali provenienti da importanti musei e collezioni, indaga gli scambi, le influenze e gli arricchimenti che, in un confronto costante, alimentarono l’opera di entrambi.

Fede e Guerra

In mostra fino al 6 aprile 2026 presso gli spazi di Ambrosianeum a Milano: Fede e Guerra, la mostra fotografica del collettivo Memora. Concepite come reportage fotografico, le opere esposte di Carlo Cozzoli, Davide Canella, Alessandro Cimma e Marco Cremonesi raccontano alcuni dei conflitti attualmente in corso nel mondo: Armenia, Siria, Libano, Myanmar e Nigeria. Con un particolare allestimento nella cupola superiore della Rotonda dei Pellegrini, la mostra conferma quanto la fede sia un tema impossibile da non trattare quando si parla di guerra. Ad arricchire l’iniziativa, un calendario di incontri con ospiti e testimoni che porteranno le loro esperienze e riflessioni su temi centrali dell’iniziativa.