La nostra selezione di mostre da non perdere in Italia e nel mondo.
Cezanne et nous, Cezanne c’est nous
C’è un Cezanne che appartiene alla storia dell’arte e uno che, invece, si rivolge a noi. La mostra Cezanne et nous, presentata al Grand Palais di Parigi dal 23 settembre 2026 al 17 gennaio 2027, non racconta soltanto la vicenda del pittore francese, ma ripercorre soprattutto la sorprendente fortuna della sua eredità.
Nato a Aix-en-Provence nel 1839, destinato dalla famiglia agli studi di diritto ma irresistibilmente attratto dalla pittura, Paul Cezanne – senza accento, come si firmava – trovò a Parigi il luogo della sua formazione. Al Louvre studiò i grandi maestri ed entrò in contatto con i protagonisti della nuova stagione artistica. Ma rimase sempre una figura appartata: respinto dai Salons, vicino ma mai davvero assimilabile agli Impressionisti, cercò una strada indipendente, composta da colori vibranti, pennellate energiche e composizioni complesse.
È forse al gallerista Ambroise Vollard che dovrà il suo maggior successo, quando, nel 1895, organizzò la sua prima mostra monografica. Cezanne et nous parte da qui per raccontare ciò che accadde dopo. Le 174 opere esposte – 69 di Cezanne e 105 di altri 78 artisti – mostrano come ciascuno abbia trovato nel pittore un interlocutore differente, un altro Cezanne: Picasso che lo definì «il padre di tutti noi» e ne raccolse la lezione insieme a Braque, aprendo la strada al cubismo; Georg Baselitz che si ispirò a Madame Cezanne ritratta dal marito per la sua Meine Mutter, Madame Cézanne; o Albert Renger-Patzsch che sembra ritrovare nella cava di Bibémus lo stesso rigore geometrico delle sue fotografie; mentre la poetessa e artista Etel Adnan trasferisce l’ossessione artistica per Sainte-Victoire nel suo monte Tamalpais.
Così, alla dolomitica figura di “padre dell’arte moderna” i curatori – Claire Bernardi, Michel Gauthier, Xavier Rey e Jean-Rémi Touzet – hanno sostituito una lettura più instabile, che delinei un percorso in cui l’eredità di Cezanne non traccia una continuità, ma, piuttosto, degli attriti.

Paul Cézanne, “Nella cava di Bibémus”, 1900-1904 circa. Olio su tela, 79×63,5 cm. Collezione privata © foto Collezione privata per gentile concessione di Nevill Keating Pictures Limited
Il maestro di Fabriano
In occasione del quarantesimo anniversario della scomparsa di Edgardo Mannucci (1904-1986), la Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana dedica allo scultore marchigiano la mostra Mannucci. Fuoco e genesi, a cura di Fabio Marcelli, in programma al Polo museale di Zona Conce della sua Fabriano dal 19 settembre 2026 al 10 gennaio 2027. L’esposizione ripercorre l’intero itinerario artistico di Mannucci, dalla formazione nella Roma del dopoguerra all’approdo al post-cubismo, fino all’affermazione tra i protagonisti della scultura informale italiana e internazionale. Tra i maggiori scultori del Novecento, Mannucci ha fatto della lavorazione del metallo il fulcro della propria ricerca, estesa anche all’arte orafa. Il titolo della mostra richiama il fuoco come principio generatore della forma e metafora della sua poetica.
Il percorso rende inoltre omaggio al critico Enrico Crispolti (1933-2018), tra i principali studiosi dell’opera di Mannucci. Seguendo le sue letture e suggestioni critiche, l’esposizione mette in dialogo le sculture dell’artista con dipinti, disegni e opere plastiche di numerosi protagonisti del Novecento, tra cui Aurelio Amendola, Alberto Burri, Alik Cavaliere, Mario Ceroli, Piero Dorazio, Leoncillo Leonardi, Arnaldo Pomodoro, Enrico Prampolini, Daniel Spoerri ed Emilio Vedova, testimoni di una stagione artistica di straordinaria vitalità.

Mannucci, “Idea”, 1984. Fondazione Cassa di risparmio di Fabriano e Cupramontana
Nobuyoshi Araki al Festival di Oristano
All’interno del Dromos Festival di Oristano è visitabile, fino al 17 ottobre 2026, la mostra Secret Pages di Nobuyoshi Araki, a cura di Sonia Borsato. Una raffinata selezione di 122 fotografie, provenienti dalla Collezione Molinas Balata, attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica del fotografo giapponese. Tra desiderio e intimità, memoria e perdita, sensualità e malinconia, le immagini compongono un racconto frammentario ma coerente, come le pagine di un diario privato lasciato incautamente aperto allo sguardo del pubblico.
Gli scatti di Araki custodiscono frammenti di un mondo reale, catturando ciò che normalmente sfugge allo sguardo e invitando il visitatore ad attraversare con delicatezza una dimensione intima, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri. Momenti condivisi con la moglie Yōko, ritratti femminili, composizioni floreali e vedute urbane restituiscono le esperienze al centro della vita e della ricerca dell’artista, per il quale l’esistenza stessa diventa materia creativa. L’attimo si trasforma così in memoria e la fotografia in un territorio di confine, dove arte e vita si fondono continuamente.

Nobuyoshi Araki. Collezione Molinas Balata. Courtesy l’artista e Festival di Oristano