Le sfide interne che gli Usa devono affrontare nel presente e nel prossimo futuro sono al centro di questo studio, che ne individua le radici nel passato e la prospettiva fosca che potrebbero assumere anche per influsso del trumpismo. Gianluca Pastori è professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel campus di Milano insegna International History e Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa; in quello di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.

A poco più di 100 anni dalla nascita di Robert Kennedy, il 4 luglio 2026, gli Stati Uniti celebreranno il 250° anniversario della dichiarazione di indipendenza: un appuntamento importante per un Paese che appare in profonda difficoltà. Da tempo, la politica e la società americane sono attraversate da fratture profonde. Il successo di Donald Trump nelle elezioni del 2024 è, allo stesso tempo, causa ed effetto di questa situazione. Trump esprime – spesso in forma esasperata – il malessere di un Paese in crisi di identità. D’altra parte, questo malessere contribuisce, in larga misura, a spiegare il successo del tycoon nonostante le difficoltà politiche e i problemi giudiziari. Su questo sfondo, non stupisce che il messaggio di Trump evochi costantemente il ritorno a una mitica età dell’oro, quando l’America era grande e temuta. Il discorso di insediamento del Presidente è stato un continuo rilanciare questi temi1, temi che, nei mesi successivi, sono riaffiorati più volte nella retorica del Presidente e dei suoi collaboratori.

Quando si è rotto il “sogno americano”? Da sempre, gli Usa si sono percepiti – e presentati – come “la terra delle opportunità”, mobile, dinamica e proiettata verso il futuro; una retorica che ha trovato il suo simbolo nella “tesi della Frontiera” di Frederick Turner (1861-1932)2. Secondo Turner, era nell’Ovest che emergevano i veri tratti dell’America. Via via che le generazioni si spostavano verso Ovest, colonizzando nuove terre, abbandonavano pratiche, istituzioni e idee inutili e trovavano nuove soluzioni ai problemi creati dal nuovo ambiente. Era stata, quindi, la frontiera a produrre quei tratti di informalità, violenza, rozzezza, democrazia e iniziativa che il mondo riconosceva e identificava come “americani”. Anche se, negli anni, le tesi di Turner sono state soggette a diverse – e spesso efficaci – critiche, quello della Frontiera resta, comunque, un mito potente, che ritorna spesso nel discorso politico successivo, soprattutto per enfatizzare l’impegno statunitense a “spostare più avanti” i confini dell’acquisito3.

La narrazione del movimento Maga colloca, piuttosto, il culmine dell’esperienza del Paese nel passato. La “grandezza” degli Stati Uniti è qualcosa da restaurare, dopo essere stata “inquinata” da elementi alieni al vero carattere nazionale. È significativo che il termine restore torni spesso sia nei discorsi di Trump sia negli ordini esecutivi approvati dal Presidente nel suo secondo mandato4. Questi elementi alieni hanno nomi diversi – dal deep state agli immigrati irregolari, dalle élite democratiche alla “cultura woke” – ma riflettono, nel complesso, lo spettro dei cambiamenti che gli Usa hanno vissuto negli ultimi anni e che stanno continuando a vivere. Non è una cosa nuova: già Ronald Reagan, per esempio, si era proposto come il campione della “vera America”, snaturata dalle riforme dei suoi predecessori5. Ciò che cambia oggi è la profondità delle dinamiche in gioco e la radicalità delle diverse posizioni, in un contesto dove la delegittimazione dell’avversario appare la valuta corrente del mercato politico.

Le molte sfide di un Paese che cambia

Gli Stati Uniti sono, oggi, un Paese in profonda trasformazione. Fra il 2010 e il 2020 sono diventati molto più multietnici, con un Diversity Index passato da 54,9 a 61,16. Al contempo, le diseguaglianze socio­economiche sono aumentate. Come notava il Pew Research Center già agli inizi del 2020, fra il 1970 e il 2018 il reddito mediano delle famiglie della middle class era cresciuto del 49%; molto meno rispetto al 64% delle famiglie con redditi più elevati e non molto più di quello delle famiglie delle fasce più basse, il cui reddito mediano, nello stesso periodo, era aumentato del 43%7. La crisi del 2007-2010 ha contribuito a questo processo, così come la deindustrializzazione delle aree della rust belt, anche qui già dagli anni ’70, ma con un’accelerazione fra i Novanta e i Duemila. Gli effetti non sono stati solo economici: la deindustrializzazione ha generato anche processi di migrazione interna che hanno influito sui tradizionali assetti demografici fra Stati e indirettamente su quelli del Congresso.

Le trasformazioni sono anche culturali. L’immigrazione ha influito poco sul ruolo dell’inglese e la sua conoscenza come elemento di appartenenza sociale8, ma la crescita delle altre lingue (spagnolo in primis, i cui parlanti sono passati dal 28.1 a 41.3 milioni fra il 2000 e il 2020) è un fenomeno diffuso. Gli Stati Uniti, inoltre, sono sempre meno bianchi. Secondo l’American Council on Education, fra il 2002 e il 2022 la percentuale di questa componente sulla popolazione è passata dal 69,1 al 59,2% ed è destinata a ridursi al 44,3% nel 2060, anche in questo caso a vantaggio soprattutto dei latinos, il cui peso nel 2060 dovrebbe superare il 27%9. Uno degli effetti è che la narrazione ufficiale della storia del Paese – legata all’esperienza dei “padri fondatori” e della sua élite Wasp – è messa sempre più in discussione, con un processo che da un lato ne problematizza i contenuti, dall’altro cerca (non senza eccessi) di proporre prospettive nuove, capaci di includere ruolo e contributi di altre anime del Paese.

L’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca ha catalizzato molte di queste tensioni. Se, per molti, il suo successo è stato il segno dell’emergere di una “nuova America” più inclusiva e attenta ai bisogni di chi è rimasto indietro, per molti altri è stata la conferma della crisi del Paese. L’incapacità dell’amministrazione di essere all’altezza delle attese ha aggravato le cose. Le iniezioni di danaro pubblico hanno permesso all’economia di uscire dalla spirale innescata dalla crisi dei subprime, ma non di contrastare la crescita delle disuguaglianze. In campo internazionale, un’azione incerta ha indebolito la credibilità degli Stati Uniti agli occhi di alleati e rivali, alimentando la voglia di rivalsa che Trump avrebbe cavalcato. Su questo sfondo, il successo del Tea Party nelle elezioni di midterm del 2010 ha a che fare tanto con la critica alla fiscalità e allo Stato troppo invasivo che esso porta avanti quanto con la proposta di una visione dell’America radicalmente diversa da quella presentata dell’amministrazione10.

La letteratura ha messo in luce da tempo le correlazioni che esistono fra l’elettorato del Tea Party e quello di Donald Trump11 e ha sottolineato come l’esperienza del Tea Party e l’azione dei suoi rappresentanti eletti abbiano contribuito a modificare le posizioni del Partito repubblicano12, accelerandone l’allontanamento dell’ortodossia reaganiana e accentuandone il tratto populista, sebbene elementi del repubblicanesimo tradizionale (i cosiddetti “country club republicans”) continuassero a trovarvi un proprio spazio. Tuttavia, il trumpismo – ammesso che se ne possa parlare come di una realtà omogena – è qualcosa che va oltre questa esperienza, da una parte innestando elementi nuovi (come l’enfasi quasi ossessiva sulla questione migratoria e sul contrasto militarizzato dell’immigrazione clandestina), dall’altra ridimensionando il peso di quelli che del Tea Party erano stati cavalli di battaglia storici, come la lotta alla spesa pubblica, la battaglia per lo Stato minimo e le campagne per la riduzione del debito federale.

In questo senso, Trump ha saputo incorporare efficacemente nella sua proposta anche istanze di solito associate al mondo democratico, come la difesa del lavoro americano, che in anni recenti è stata portata avanti da figure di sicura fede “dem” come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. L’attenzione che, dagli anni ’90, i democratici à la Bill Clinton (i cosiddetti “New democrats”) hanno prestato ai temi della globalizzazione, delle nuove tecnologie e dell’economia finanziaria ha aiutato questo sforzo, contribuendo a fare apparire il Partito dell’asinello troppo vicino alle istanze delle banche e del big business per avere ancora a cuore quelle di una working class che, nel passato, era stata centrale nei suoi successi elettorali. Il consenso di questo blocco appare, tuttavia, volatile, come hanno dimostrato le oscillazioni che hanno segnato il voto del 2016, 2020 e 2024 negli Stati dei Grandi Laghi, elemento centrale della roccaforte democratica (il cosiddetto “blue wall”), ma anche culla dei “Reagan democrats” negli anni ’8013.

Gli Stati Uniti oggi: uno scontro di valori?

Dietro al successo di Donald Trump c’è, quindi, una molteplicità di fattori, saldati da uno storytellig efficace e veicolato da una rete di canali che, rispetto al mandato precedente, è più ampia e differenziata. Soprattutto, rispetto al mandato precedente, la dimensione valoriale sembra avere assunto un peso molto maggiore. Nel 2016, lo slogan “Make America Great Again” doveva ancora essere riempito di contenuti e si associava soprattutto a un’idea di potenza e mani libere. Oggi le cose appaiono diverse. Il messaggio che sostiene la retorica trumpiana è sempre più quello della “one nation under God”, con l’enfasi posta, anzitutto, sul tema dell’unità. I tentativi di condizionare la posizione di università e media, la cancellazione delle politiche di diversità, equità e inclusione (Dei) e i provvedimenti adottati in tema di genere si muovono tutti in questa direzione, assecondando il “riflusso conservatore” che sembra attraversare la società americana e al quale l’amministrazione ha dato una torsione particolare.

Ancora una volta, il fenomeno anticipa la nascita dell’amministrazione e lo stesso coinvolgimento di Trump in politica. Nonostante l’esplodere con i movimenti #MeToo e Black Lives Matter, fra il 2015 e il 2020, il dibattito sulla cosiddetta “cancel culture” attraversa la politica, l’accademia e la società americane ben da prima del loro emergere, alimentato sia “da destra” sia “da sinistra”14. Lo stesso vale per il dibattito sull’intersezionalismo e i temi legati all’identità, che si sono via via posti al cuore del dibattito politico15. Proprio intorno a questi temi si è radicata, infatti, la polarizzazione repubblicani/democratici. In questo senso, prima ancora che una contrapposizione di politiche, quello attuale appare come uno scontro di valori, alimentato dalla convinzione – condivisa da parte dell’elettorato democratico – che il fronte progressista si sia spinto troppo avanti sul fronte dei diritti individuali a scapito di un impegno per quelli politici e sociali che ha tradizionalmente costituito una delle sue maggiori fonti di consenso.

Anche a ciò si lega il sostegno che il Presidente è riuscito a raccogliere negli ambienti religiosi, soprattutto fra gli evangelici bianchi e i nazionalisti cristiani. In passato, altri presidenti hanno goduto di tale sostegno: anche qui, il riferimento immediato è Ronald Reagan, i cui successi si legano in buona parte alla mobilitazione del voto evangelico e di quello degli Stati del Sud, sino allora saldamente democratici. In tempi più recenti, i cristiani rinati sono stati un bacino importante per George W. Bush nel 2000 e nel 2004. Nel 2024, tuttavia, Trump è riuscito a intercettare anche quote significative di voto cattolico16 (aiutato in questo dalla scelta del convertito J.D. Vance come candidato alla vicepresidenza17), aggregando il consenso sostanzialmente trasversale emerso, per esempio, in alcune sentenze della Corte suprema, dove i cattolici di nomina conservatrice (il Chief Justice John Roberts e i giudici Clarence Thomas, Samuel Alito, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett) formano oggi la maggioranza18.

La portata di questo scontro è difficile da quantificare, alla luce, fra l’altro, della tendenza di parti importanti di entrambi gli schieramenti a negare all’interlocutore legittimità politica. Soprattutto a destra, gruppi radicali vedono, inoltre, in questi sviluppi, il possibile innesco di una vera guerra civile, destinata a portare alla rigenerazione del Paese e dei suoi cittadini attraverso la violenza. È un’idea che ha animato alcuni dei partecipanti ai Capitol Riots del gennaio 2021 e che affiora in taluni segmenti del movimento Maga. È un timore concreto (almeno a livello di percezioni) se è vero che – secondo un sondaggio del 2022 – più del 50% degli intervistati che si sono definiti “convintamente repubblicani” riteneva molto o piuttosto probabile lo scoppio di un simile scontro entro un decennio19. È uno dei tanti segni di come la violenza (che continua a essere considerata preoccupante, specie quando colpisce la propria parte) appaia a certe condizioni giustificabile, soprattutto per le generazioni più giovani20.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha avuto il suo peso nell’alimentare questo processo. Le scelte del Presidente e il suo linguaggio hanno contribuito molto sia ad alimentare il gioco delle reciproche delegittimazioni, sia a sdoganare la violenza verbale di cui quella fisica si alimenta. L’idea di essere stato «salvato da Dio [dall’attentato del luglio 2024] per fare l’America di nuovo grande» è stata usata per dare all’azione di Trump un carattere messianico che colloca chi la critica non solo dalla parte sbagliata della storia, ma anche di un confine morale. L’assassinio di Charlie Kirk e la sua promozione a “grande eroe americano” e “martire della fede cristiana”21 hanno alzato ancora di più i toni e allontanato le parti dal campo del confronto politico. Non a caso, anche quello che appare uno dei principali candidati democratici alle elezioni del 2028, il governatore della California Gavin Newsom, sembra avere abbracciato la strada (rischiosa) dell’irrisione come strategia per sostenere la sua immagine22.

Gli Usa di domani

Nonostante l’intento ironico della campagna di Newsom e il suo obiettivo di “giocare” con lo stile comunicativo del Presidente, questa scelta appare una vittoria di Trump e della sua capacità di dettare le regole del gioco. Gli attacchi continui, scomposti e contraddittori contro Joe Biden23, il suo entourage, i vertici democratici e quanti si oppongono alla sua visione cesarista del potere sono altrettante declinazioni di un modo di fare politica dove la realtà sfuma dietro a una narrazione irrigidita nella contrapposizione “noi”/“loro”. Alla fine del primo mandato, il Washington Post aveva calcolato oltre 30.500 affermazioni false o fuorvianti fatte dal Presidente nei 4 anni precedenti24: una cifra che conferma come il legame con la realtà fosse – e resti – un aspetto secondario del suo stile comunicativo. Il ruolo che teorie cospirazioniste come quelle sulla “vittoria rubata” nel 2020 o sulle fantomatiche origini kenyane di Barack Obama hanno nel costruire la narrazione trumpiana è un altro indice di questo atteggiamento.

È difficile dire se e quando questa tendenza si potrà rovesciare. Dando per scontata l’uscita di scena di Trump alla fine del mandato, il vicepresidente Vance si sta muovendo per consolidare la sua posizione di successore in pectore e accreditarsi come campione di un nuovo “trumpismo senza Trump”. Vance si è già segnalato per la durezza delle sue posizioni, sia in campo interno sia internazionale. Alla Sicherheitskonferenz di Monaco del febbraio 202525, per esempio, il Vicepresidente ha colpito negativamente gli alleati europei, mettendo in luce quanto siano distanti gli Stati Uniti e il Vecchio continente anche sul modo di intendere i valori alla base del legame transatlantico. La sua enfasi sui temi etico-religiosi – affiorata ampiamente anche a Monaco, nonostante l’oggetto dei lavori fosse altro – è un ulteriore fattore di scollamento e appare divisivo all’interno degli stessi Stati Uniti, dove la percentuale dei cittadini che si identificano come “cristiani” è diminuita di 16 punti percentuali fra il 2007 e il 2023-202426.

Il tema che emerge è – ancora una volta – quello della “battaglia per l’anima della Nazione”: lo slogan che ha accompagnato il candidato Joe Biden nella campagna presidenziale del 2020 e che si presenta oggi come la sfida che gli Stati Uniti devono affrontare. È una sfida resa difficile dalla polarizzazione del Paese, da un clima politico tossico e dalla presenza di un Presidente che ha trasformato il dibattito pubblico in un referendum permanente sulla sua figura. Il disprezzo per l’opposizione politica, l’ostilità verso i “pesi e contrappesi” del sistema costituzionale e la personalizzazione estrema dell’azione di governo aggravano questa situazione, così come l’aggravano le condizioni di un Partito democratico che sembra avere perso la spinta propositiva e realizzativa degli anni migliori e che – come ha dimostrato la sconfitta di Kamala Harris nella corsa alla Casa Bianca – sembra fare fatica a definire una piattaforma che possa uscire dal recinto identitario e andare incontro davvero alle richieste dell’elettorato.

1 “The Inaugural Address”, www.whitehouse.gov, 20 gennaio 2025.

2 F.J. Turner, The Significance of the Frontier in American History, in Annual Report of the American Historical Association for the Year 1893, Washington, DC, 1894, pp. 197-227.

3 In questo senso cfr ancora il discorso di Barack Obama in occasione della Frontier Conference 2016, poche settimane prima delle elezioni vinte per la prima volta da Donald Trump: “Ensuring America Leads the World Into the Next Frontier”, www.obamawhitehouse.archives.gov, 15 ottobre 2016.

4 Secondo il Registro federale, al 5 settembre 2025, 18 dei 202 ordini esecutivi firmati dal Presidente avevano per oggetto il ripristino di qualcosa (“2025 Donald J. Trump Executive Orders”, www.federalregister.gov), dalla libertà di parola contro la “censura federale” (“Restoring Freedom of Speech and Ending Federal Censorship”, www.whitehouse.gov, 20 gennaio 2025) al nome “Dipartimento della guerra”, ritenuto più marziale rispetto a Dipartimento della difesa (“Restoring the United States Department of War”, www.whitehouse.gov, 5 settembre 2025).

5 È una posizione che Reagan coltivava già all’epoca della sua prima corsa alla nomination repubblicana. Cfr per esempio il suo discorso sull’America da ricostruire (“To restore America”, www.reaganlibrary.gov, 31 marzo 1976), dove affiorano numerosi temi che avrebbero caratterizzato la sua presidenza.

6 Il DI indica la probabilità che due individui scelti a caso all’interno della popolazione in esame appartengano a gruppi etnici o razziali diversi. Più il valore è alto, più gli individui della popolazione in esame hanno caratteristiche etniche o razziali diverse, “Racial and Ethnic Diversity in the United States: 2010 Census and 2020 Census”, www.census.gov, 21 agosto 2021.

7 J. Menasce Horowitz, R. Igielnik, R. Kochhar, “Most Americans Say There Is Too Much Economic Inequality in the U.S., but Fewer Than Half Call It a Top Priority”, www.pewresearch.org, 9 gennaio 2020.

8 Cfr, per esempio, M. Smerkovich e S. Gubbala, “What makes someone ‘truly’ belong in a country? Views differ on language, birthplace, other factors”, www.pewresearch.org, 28 gennaio 2025.

9 K. Ji Hye “Jane,” M.C. Soler, Z. Zhao, E Swirsky, Race and Ethnicity in Higher Education: 2024 Status Report, Washington, DC, American Council on Education 2024.

10 Sull’esperienza del Tea Party, resta valido il lavoro di G. Borgognone e M. Mazzonis, Tea party. La rivolta populista e la destra americana, Marsilio, Venezia 2012.

11 Cfr, per esempio, “Trump’s Staunch GOP Supporters Have Roots in the Tea Party”, www.pewresearch.org, 16 maggio 2019.

12 Cfr, recentemente, P. Rafail e J.D. McCarthy, The Rise, Fall, and Influence of the Tea Party Insurgency, Cambridge University Press, Cambridge 2023.

13 Sui “Reagan democrats” – elettori di bacini democratici come il Michigan industriale che, fra il 1980 e il 1988, hanno votato massicciamente per candidati repubblicani come Reagan e George H.W. Bush – cfr lo studio seminale di S.B. Greenberg, Middle Class Dreams: Politics and Power of the New American Majority, Yale University Press, New York 1996.

14 C. Rizzacasa d’Orsogna, Scorrettissimi. La “cancel culture” nella cultura americana, Laterza, Roma-Bari 2022; il tema della “culture war” è stato popolarizzato da J.D. Hunter, Culture Wars: The Struggle to Define America, Basic Books, New York 1991.

15 K. Alfonseca, “Culture wars: How identity became the center of politics in America”, www.abcnews.go.com, 7 luglio 2023.

16 Aa.Vv., “Behind Trump’s 2024 Victory, a More Racially and Ethnically Diverse Voter Coalition”, www.pewresearch.org, 26 giugno 2025.

17 Sul profilo religioso di Vance cfr, per tutti, P. Elie, “J.D. Vance’s Radical Religion”, www.newyorker.com, 24 giugno 2024.

18 Se si aggiunge Sonia Sotomayor, nominata da Obama nel 2009, il peso dei cattolici arriva a due terzi del totale. Dei restanti, Ketanji Brown, nominata da Biden nel 2022, si definisce “protestante non-denominazionale”, Neil Gorsuch, nominato da Trump nel 2017, episcopaliano (ma educato come cattolico) ed Elena Kagan, nominata da Obama nel 2010, ebrea.

19 Cfr T. Orth, “Two in five Americans say a civil war is at least somewhat likely in the next decade”, www.today.yougov.com, 26 agosto 2022. Nel caso degli intervistati che si sono definiti “convintamente democratici” (strong Democrats), la percentuale era un comunque significativo 40%.

20 D. Montgomery, “What Americans really think about political violence”, www.today.yougov.com, 13 settembre 2025.

21 A. Smith, “Charlie Kirk’s memorial serves as a conservative ‘revival’, mixing calls for forgiveness and vengeance”, www.nbcnews.com, 22 settembre 2025.

22 K. Shroff, “Why Newsom’s Trump act won’t deliver long-term wins for Democrats”, www.thehill.com, 8 settembre 2025.

23 S.B. Glasser, “Trump Has a Bad Case of Biden on the Brain”, www.newyorker.com, 17 luglio 2025.

24 The Washington Post, “Trump’s false or misleading claims total 30573 over 4 years”, www.washingtonpost.com, 20 gennaio 2022

25 “Remarks by the Vice President [J.D. Vance] at the Munich Security Conference”, www.presidency.ucsb.edu, 14 febbraio 2025.

26 Aa.Vv., “Decline of Christianity in the U.S. Has Slowed, May Have Leveled Off”, www.pewresearch.org, 26 febbraio 2025.

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