L’ambasciatore americano a Roma, Peter Secchia, il 17 ottobre 1992 s’infuria nell’apprendere che Antonio Di Pietro, «contrariamente a quello che gli avevamo consigliato», ha reso pubblico l’invito formulato dallo United States Information Service (l’Usis solitamente associato alla Cia). Bettino Craxi – scrive Secchia al Dipartimento di Stato – già sospetta che «gli Usa agiscano dietro le quinte» e il fatto che «Di Pietro ha reso pubblica la notizia dell’invito» rischia di «accreditare una nostra collusione».

In effetti, a proposito di “Mani Pulite” si è discusso se vi siano state ingerenze di matrice Usa.

 

Documenti & fonti d’archivio

 

È quindi molto utile il libro in cui lo storico Andrea Spiri ricostruisce, sulla base dei documenti degli Archivi di Washington (Confidential report della diplomazia e rapporti dell’intelligence) recentemente desecretati, come gli americani – Dipartimento di Stato, Ambasciata e Consolato di Milano – abbiano seguito le vicende giudiziarie che nel triennio 1992-1994 travolsero lo scenario politico italiano (Andrea Spiri, The End. 1992-1994. La fine della prima Repubblica negli archivi segreti americani, Baldini&Castoldi, Milano 2022, pp. 126, euro 18).

Emerge che non vi fu alcuna “regìa” statunitense, ma certamente non neutralità. Da Washington a Roma e Milano gli americani seguono con grande favore il crescere delle incriminazioni incoraggiando i vertici della Procura e il “pool”.

Personaggio chiave è l’incaricato d’affari dell’Ambasciata, Daniel Serwer, che ne fu anche a capo nella transizione dalla presidenza Bush a quella di Clinton. Egli stesso riassume la posizione di fronte alla caduta dei politici che in passato erano stati a fianco degli Usa contro l’Urss: «Non facemmo nulla per proteggerli. Se durante la Guerra fredda c’era mai stata la tentazione di proteggere qualcuno di questi politici, ormai era scomparsa». Ed è appunto Serwer che assicura Washington sull’affidabilità del protagonista dell’inchiesta: «Conosco Di Pietro da tempo».

Soprattutto colpisce in questa documentazione il continuo rapporto confidenziale dal ’92 al ’94 tra Consolato e Procura di Milano. Certamente Borrelli, D’Ambrosio e Di Pietro non vanno dagli americani a “prendere ordini”, ma non è chiaro perché il capo della Procura, Francesco Saverio Borrelli, in giugno ’92 senta la necessità di parlare con gli americani dell’“impatto politico dell’inchiesta” e perché nel maggio del ’93, quando Borrelli va dal nuovo console, il democratico Richard Shinnpick, e comincia a illustrargli il quadro delle indagini, il resoconto sia censurato e solo in parte desecretato (né da parte italiana si è chiesto di venirne a conoscenza).

A sua volta, Antonio Di Pietro incontra più volte il console Semler per spiegare la sua strategia nelle indagini “anche nelle regioni limitrofe” e poi Shinnpick per illustrargli come gestisce il processo Cusani.

Semler è un entusiasta: «Antonio Di Pietro incarna il simbolo della speranza per milioni di italiani» e aggiunge, in riferimento alla carcerazione preventiva, che l’ex poliziotto «con nuovi strumenti» sta ottenendo «effetti sbalorditivi».

Anche Gerardo D’Ambrosio, che è il vice di Borrelli e coordinatore di “Mani Pulite”, si reca al Consolato in particolare per parlare degli aspetti politici: nel marzo ’93 per motivare l’opposizione al decreto Conso e nuovamente in aprile per definire un errore la decisione di Occhetto di ritirare i ministri del Pds dal governo Ciampi dopo il voto della Camera che negava l’autorizzazione a procedere contro Craxi: «Il Pci di Berlinguer», commenta il Procuratore aggiunto, «non avrebbe mai commesso un errore politico del genere».

 

Meglio il Pds della Dc

 

È significativo come gli americani – scomparsa l’Urss e di fronte al dissolvimento dei partiti di governo – non considerassero più negativamente gli ex comunisti in scena.

Per Serwer – 7 giugno ’93 – «gli ex comunisti del Pds sono forse gli interlocutori più affidabili in questo frangente politico» e nel marzo ’94, alla vigilia delle elezioni, dall’ambasciata auspicano la vittoria di «un’alleanza di centrosinistra a guida Pds» considerandola «come partner affidabile della Nato», mentre «un esecutivo di centrodestra si caratterizzerebbe per una minore disponibilità a riconoscere la leadership americana».

È così che leggiamo dispacci nei quali si condivide la tesi secondo cui gli uomini politici che hanno governato durante la Guerra fredda vengono definiti in blocco “mascalzoni” e l’essere stati in quel periodo alleati degli Usa rappresentano «quarantacinque anni di stallo».

Perché tanta animosità? Le ragioni che emergono dai report sono essenzialmente due: l’avversione per una politica estera autonoma soprattutto nel Mediterraneo, a cui si aggiunge uno spiccato interesse per il progetto delle privatizzazioni di varie aziende di Stato.

Nell’“affare Achille Lauro”, per esempio, non fu Sigonella il “vulnus” (in quanto, quando gli americani si resero conto che il presidente egiziano Mubarak era il garante del trasferimento dei palestinesi su aereo egiziano e che se Craxi li avesse consegnati agli Usa sarebbe stato destabilizzato il fronte arabo filoccidentale, Reagan chiuse la polemica scrivendo al premier italiano: «Dear Bettino»). Quel che colpì il Dipartimento di Stato fu il fatto che Craxi e Andreotti in sole ventiquattro ore riuscirono a far chiudere tutti i porti del Mediterraneo costringendo i sequestratori a essere smentiti da Arafat con l’ordine del loro stesso capo, Abu Abbas, di consegnare la nave in porto egiziano.

Il fastidio Usa era per l’Italia con un ruolo di primo piano nel Mediterraneo in modo del tutto indipendente dagli Stati Uniti e con rapporti che sfioravano l’amicizia personale con vertici del mondo arabo anche ostile a Washington. Con il crollo dell’Unione Sovietica ciò che dovevano sopportare diventava nel 1992 insopportabile. L’“antipatia” per Craxi e Andreotti si concentra infatti sulla politica mediterranea.

Illuminante è il report sull’incontro con Giulio Andreotti. Avviene il 2 luglio 1993, all’indomani della sua incriminazione per rapporti con la mafia. Lo statista italiano, con alle spalle più di cento viaggi-missione negli Stati Uniti, può avere udienza solo promettendo l’assoluta segretezza. In realtà, le informazioni che hanno gli americani smentiscono le accuse. Sull’argomento c’è stata la vigilanza del Fbi e in particolare la collaborazione con Giovanni Falcone. Lo stesso Serwer ne aveva parlato con il magistrato e la risposta di Falcone era stata chiara: nessuna collusione. Ad Andreotti si poteva rimproverare solo “omissione”: «Non aveva fatto tutto quello che avrebbe potuto fare contro la criminalità organizzata, ma non era un mafioso». Inoltre, il suo governo si era fortemente impegnato contro la mafia con il socialista Claudio Martelli, ministro della Giustizia (in rapporto con il direttore dell’Fbi William Sessions), e il ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti, che era andreottiano.

 

Mediterraneo & privatizzazioni

 

Le contestazioni ad Andreotti alla fine si concentrano sulla politica estera nel Mediterraneo. «Come al solito», riferiscono i diplomatici, Andreotti «si trova in disaccordo con la linea americana su Gheddafi». Il senatore a vita cerca infatti di far capire che «l’unica alternativa al Colonnello in Libia è il fondamentalismo islamico» e che la sua caduta aprirebbe uno scenario allarmante.

L’intolleranza per atteggiamenti autonomistici in politica estera è centrale anche nell’incontro nel maggio ’92 con Umberto Bossi. Ritenuto un nuovo protagonista della politica italiana, gli americani trattano con simpatia il “senatur”, ma gli contestano il voto contrario nel 1991 alla missione italiana nel Golfo Persico. Il leader della Lega si giustifica adducendo ragioni elettoralistiche e assicura che sarà fedele a Washington.

Per quanto riguarda le future privatizzazioni, vi sono ripetuti riferimenti. Esse prospettano un ridimensionamento dell’“autarchia” in settori strategici, ma soprattutto si sottolinea che «Washington ha tutta la convenienza a favorire la strada delle privatizzazioni»: esse vedranno infatti protagoniste le banche Usa.

In questo quadro si sviluppa il sostegno al governatore della Banca d’Italia che viene nominato capo del governo proprio in quanto Ciampi è definito «ardente sostenitore delle privatizzazioni», oltre che garante degli «impegni internazionali assunti con gli alleati».

È pertanto eloquente il resoconto dell’incontro di Ciampi alla Casa Bianca nel settembre del ’93: finalmente un’Italia del tutto affidabile dal Mediterraneo alle privatizzazioni. «Il mio programma è molto simile al Suo» sono le parole di Ciampi messe a verbale (con tanto di maiuscola). «Siamo entusiasti dei cambiamenti che stanno avvenendo in Italia», replica Clinton. Quindi gli americani (c’è anche il segretario di Stato Christopher) prospettano l’allargamento della Nato: «L’Alleanza deve spingersi verso Est». A ciò si aggiunge anche l’ipotesi di usare la Nato in Bosnia. Ciampi è d’accordo su tutto e Clinton sentenzia: «Parlerò al mondo». «Credo che gli Stati Uniti debbano assumere un ruolo guida». «La grande sfida che ho di fronte è quella di far comprendere alla nostra gente l’importanza dell’impegno americano nel mondo».

L’interesse del libro di Spiri è appunto di documentare lo sguardo degli americani anche sulle vicende giudiziarie italiane in un momento in cui si considerano “padroni dell’universo”. In effetti, all’epoca gli Stati Uniti lo erano. È da chiedersi quale uso abbiano fatto di quella straordinaria occasione storica.

Ultima annotazione: i testi degli analisti Cia appaiono banali: si tratta di sunti delle “rassegne stampa” dell’epoca. Evidentemente l’Agenzia ha rifiutato di desecretare il materiale della “stazione di Roma” riguardante il periodo ’92-’94.