In Pier Paolo Pasolini. L’alba della poesia (Ares 2026), Monica Fabbri torna sui passi dei suoi studi universitari per raccontare un Pasolini inedito che, a partire dalle poesie in friulano scritte in gioventù, compie un viaggio attraverso le piccole patrie della sua vita per ricostruire una purezza originale che è sinonimo di Verità. Le abbiamo chiesto di raccontarci com’è nato e come si è evoluto negli anni il suo interesse per Pasolini.

Qual è stato il suo primo approccio a Pasolini e come è arrivata a questo libro?

Metto le mani avanti: non sono una “esperta di Pasolini”. Sono abituata ad avvicinarmi agli autori con grande discrezione, perché credo che non si possa conoscere tutto di un singolo autore. Il mio è il viaggio di un’appassionata che si è avvicinata a Pasolini tramite la prima tesi di laurea. Il mio relatore e il mio maestro, il professor Raimondi, mi lasciò totale libertà. Sono da sempre appassionata di cinema. Il professor Alfonso Canziani dedicò parte del suo corso ai primi film di Pasolini, esponendo una tesi secondo la quale si trattasse di un cinema di poesia, un cinema che attingeva pienamente dal mito delle origini.

Cosa la colpì?

Pasolini ha scritto di tutto e con grande voracità. Io rimasi colpita profondamente dalle prime poesie, come del resto avvenne a Gianfranco Contini, che le considerò da subito un capolavoro. Pensai a Pier Paolo, un ragazzo di vent’anni che cresceva in un clima difficile: il padre fascista, la madre refrattaria alla politica, il fratello partigiano. Con il padre – pochi lo ricordano – ricucì i rapporti successivamente. Nel libro racconto nel dettaglio l’uccisione del fratello Guidalberto. E poi la scoperta della sua diversità. Mi pare che al centro della sua poesia vi sia un desiderio di purezza, la purezza dell’origine. Mi ha commosso. Nelle poesie giovanili c’è già tutto Pasolini. Lo stesso Pasolini degli Scritti corsari: tutta la sua polemica ricerca una verità originaria di cui ogni uomo ha bisogno.

E poi cosa cambia in lui?

Cresce, invecchia. Ma credo sia sempre andato alla ricerca di quella purezza. Oriana Fallaci (nella lettera inviata a Pasolini dopo il suo omicidio, ndr) racconta questa tensione alla morte che da sempre avvolgeva Pier Paolo: “la morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo”. Una tensione decadente visibile, ad esempio, in Accattone. Quando da Casarsa si trasferisce a Roma, nelle borgate continua a cercare quel medesimo principio di purezza. Accattone, ma anche romanzi come Ragazzi di vita e Una vita violenta raccontano una realtà ossimorica, tra sacro e profano. Anche qui, la tensione alla morte. Accattone, nel finale del film, prima di morire, esclama: “Mo’ sto bene”. La nascita coincide con la morte. Dieci anni dopo, negli anni Settanta, in un’intervista, Pasolini afferma che non avrebbe più potuto girare film come Accattone: i borgatari si sono conformati. Allora la purezza comincia a cercarla in Africa, nei luoghi che visita durante i suoi viaggi.

Casarsa, Cremona, Bologna. E solo dopo, Roma. Pasolini amava parlare di “piccole patrie” (lo ricorda Alessandro Gnocchi in un bel libro uscito per La nave di Teseo nel 2022).

Si sentiva un nomade. Casarsa è un luogo che non esiste. È il luogo del cuore. Il libro racconta gli anni della sua giovinezza, racconta un Pasolini gioviale, allegro, festaiolo. Le ragazze si innamoravano di lui. Sulla copertina di questo libro c’è un giovane Pier Paolo. Una foto bellissima fornita da Valentina Marsoni, figlia di Maria Seccardi, che fu tra i primi ‘amori’ di Pasolini. E poi era un leader, amava insegnare. Voleva che i suoi alunni fossero tutti poeti. Poi arriva a Bologna, la città di Officina, della poesia. Ho intervistato Gianni Scalia, che partecipò alla redazione della rivista. Era un luogo reale, concreto. Infine, Roma, la città degli intellettuali. Qui ho raccolto la testimonianza del figlio di Giorgio Caproni. In tanti ricordano le amicizie di Pasolini con Morante e Moravia, ma nessuno ricorda l’amicizia con Caproni, che fu il primo ad accoglierlo quando scappò da Casarsa. Arrivò a Roma con la madre. Era poverissimo, ma seppe mettersi in mostra. Era molto ambizioso e non lo nascondeva.

Mi pare che un elemento centrale in Pasolini – nella letteratura come nel cinema – sia la lingua. Il fatto linguistico fa capolino in Pasolini a partire dalle poesie in friulano e da subito si capisce che non si tratta né di provincialismo né di un mero fatto di stile.

Le poesie in friulano presentano un’enorme difficolà linguistica. Si tratta di un idioletto. Sembra provenzale. Non era la lingua di Pier Paolo. Ripesca letteralmente una lingua madre. È un “eccesso di amore”: una lingua non inventata ma comunque filtrata dalla sua soggettività. È come il suo cinema. Chi parla di Pasolini come un “neorealista” sbaglia. Il suo cinema è soggettivo. Anche la lingua delle borgate è parzialmente inventata. Pasolini cerca il senso delle cose. Alla fine dei libri riporta una sorta di dizionario. La lingua, alla fine, è un dato identitario che sopravvive.

Tornando sul suo lavoro dopo tanti anni, cosa l’ha colpita maggiormente?

Avevo lavorato moltissimo per la mia prima tesi. Fu il lavoro di un anno intero, e quando la completai non ne potevo più: Pasolini pretende moltissimo. A lui mi lega ormai un affetto sincero. Per questo lavoro ho dovuto viaggiare molto e incontrare tante persone, ma a commuovermi è stata la corrispondenza tra Pasolini e Caproni. Devo ammettere che non tutto Pasolini mi piace, ma raggiunge delle vette grandiose. Penso a La ricotta, a La rabbia. Quest’ultimo film nacque da una collaborazione mancata con Giovannino Guareschi. Doveva essere un film a quattro mani. Pasolini tolse la sua firma e Guareschi per questo non venne pagato. Amo molto Guareschi. È un peccato che questi due grandi intellettuali non si siano incontrati. Per molti aspetti, si somigliavano. Guareschi era più diretto, Pasolini più poetico.

Cosa crede che sia andato storto tra i due?

Ancora oggi in Italia non riusciamo a comunicare. Guareschi lesse le opere principali di Pasolini. Dall’altra parte, gli amici di Pier Paolo gli instillarono uno snobismo che lo allontanò da Guareschi. Non poteva incontrare uno “scrittore mai nato” (così lo liquidò il quotidiano comunista L’Unità nell’articolo che ne annunciava la morte, al fine di sminuirne la portata letteraria, ndr). Dal punto di vista politico, Guareschi fu più moderno di Pasolini. Mosse una critica ferocissima nei confronti dell’America. È un film, La rabbia, che andrebbe fatto vedere a scuola. Come Pasolini, fu profetico e inascoltato sull’omologazione.

A un principiante, con cosa consiglierebbe di cominciare per capire Pasolini?

Dipende dall’utente, ma bisogna saper rischiare, anche a scuola. L’anno scorso, una delle mie classi impazzì per gli Scritti corsari. Si innamorarono del punto di vista antropologico che offriva Pasolini. Iniziare con le Poesie a Casarsa potrebbe risultare ostico, mentre il cinema potrebbe essere un buon punto di partenza. Il Vangelo secondo Matteo, ad esempio, è un capolavoro e resta unico. Dopo essere stato condannato per blasfemia per La ricotta, Pasolini risponde con un film profondamente religioso e lasciando parlare il Vangelo.