Nel 2017, La natura del bastardo (Specchio Mondadori) aveva scontentato parecchi. Dopo la pienezza de Il bar del tempo – così novecentesco e limpido – e Avrebbe amato chiunque (entrambi Guanda), dopo Apocalisse amore (ancora Mondadori) già lanciato a folle velocità, si pensava a un inaridimento della vena. Bisogna però forse pensarla, quella “natura del bastardo”, come una tappa. Nella poetica rissosa e incarnata di Davide Rondoni è stato il gradiente di una sincerità che non risparmia – fuoco che brucia ogni cosa, talvolta anche la poesia. Rondoni ci ha messo a parte del suo grido, mostrandone l’artiglio, ci ha messo a disagio. Nel suo dimostrarsi non c’era scampo. Sembrava persa l’infinita misericordia, tanto gentile e affranta, per le donne che «sgònnano tra i portici», per l’umile splendore di quelle che alla Conad «hanno luce/ di nevoso alle tempie» mentre un grumo di rabbia e tenerezza apre il cuore. Verso sera l’aria poteva ancora essere «viva e serena» e gli occhi «punti di mestizia, di stelle» per l’angelo delle tangenziali che «non mi trovo più addosso/ un gesto solo che sia vergine/ che sia d’alba,/ diceva fissandosi le mani,/ e di pianto scimuniva».

Epperò dopo aver varcato le Colonne d’Ercole è tornato. Grondante di secoli e immagini. Come il Pip di Melville, è tornato dai bui abissi, intriso d’alghe.
Il viaggio contro lo Scontento: canti, figure e incontri di un poema incarnato
Con Sette canti contro lo Scontento (Garzanti 2026) torna a intonare l’inno. La misura si scioglie a contatto con l’acqua, sciaborda il prosimetro al ritmo dell’onda, attentamente correlato al piede che percuote la terra e la attraversa, perché di attraversamenti si tratta. Va, viaggia, Rondoni, perché «ogni spostamento / [è] un atto di contemplazione in movimento», senza rami d’oro a garantire il passaggio. Ma lui va, carico di vita e di specchi contro cui infrangere lo sguardo del re dei serpenti, Basilisco, il basileus del grande male, il re del mondo attuale: lo Scontento. Scontenti era il titolo di un libro di Marcello Veneziani che puntava il dito contro il malessere che ci attanaglia per arricchire la fabbrica dei desideri: lo stesso Veneziani citato nel “Canto III”, dov’è l’affondo contro il sistema, i lustrini. C’è la Fallaci e c’è Veneziani, con il suo “pensiero neonato” che vuole mettere in salvo i maestri per mettere al mondo gli eredi. Anche questo fa, Rondoni: ricorda e nomina per il nostro archivio ereditario. Ecco che da una torma indistinta si scontornano amici per celebrare «l’uomo vivente/ non quello impagliato» alla Eliot. Ecco il canto per i poeti, gli artisti: dai maestri agli eredi. Tanti nomi per un’allegra brigata che sappia «dire alla bellezza “tu”», e cioè uscire da sé per vibrare all’unisono come tanti giullari. Arrivano anche Herschel, Pound, Plath, Chomsky. Arrivano, sì, ma poi arriva il messaggio della figlia che vuole un gelato, quel temporale che scompiglia tutto, semplice e immenso.
Sette canti, un solo nemico: guida alla lettura del poema
Ma ricominciamo daccapo e seguiamolo. Sono sette canti, dichiara il titolo, più varie sezioni inframmezzate. Due i prologhi dove appaiono i protagonisti. Voilà monsieur Scontento che spalanca le sue «foreste verdebuio» e ingloba «volti di cemento rugoso lungo muri di cemento rugoso», nella tana delle metropoli in cui «una nebbia guida / i destini». Lì è lo Scontento che mastica tutti e tutti fissa con labbra amare a dire «sei mio». Ma il poeta no, mormora: «io è della tempesta». Una dichiarazione di intenti e di guerra, che suonerebbe presuntuosa se non leggessimo fino alla fine. Gambe in spalle e proseguiamo.
Ecco altre due figure guida: una ragazza Nausicaa o Abisag, colei che culla David nella sua vecchiezza, l’ultima sposa, la vergine che lui non conobbe, «l’ultima madre del gran re», ci dice Miguel de Unamuno ne L’agonia del Cristianesimo. Abisag, secondo il filosofo e poeta spagnolo, è un’allegoria che sta per anima, «l’anima affamata e assetata di maternità spirituale». Con Abisag accanto, il poeta incontra il Principe Tempo, la mano smaltata che saluta e abbatte. Tornerà più avanti nella sua carrozza nera (in Dickinson la carrozza era di Morte, ma correva verso l’Immortalità).
Un’altra fermata, sulla danza del pronome, perché ora, e fino al “Finale”, il poeta si declinerà al tu: tu è il mondo, non tuo. Qualcosa corre sotto gli uomini atterrati e vuole salire e «arpionare le stelle// O forse piangere sotto di loro come un grande bambino». E non è un sentire d’accatto, quel sentimento ovunque sbandierato e smielato: ciò che tocca, rivolta! E Rondoni si consegna. Si consegna alla metropoli del “Canto I”: da Milano – dove pare di scorgere uno scialbo Ocean Vuong – a Parma, fila su un barcone che imbarca oceani, e poi via via, corre seguendosi nelle vetrine, negli specchi e sfuocando la vista per far entrare più mondo, oltre l’immagine riflessa. Lo stesso specchio per annichilire il demone. Via, via verso il “Canto II”, il canto della vista, con il passaggio in USA, i senzatetto che accettano il crepacuore, non gli artisti nihilisti che poi vanno ai party. «Ma tu hai visto…» molte cose diventare «un ardente singhiozzo» (c’è Baudelaire che onora i veri artisti, c’è Luzi che dice la mancanza della mancanza che colma). Banditi i poetini e ogni vacuità, si tratta di diventare segni e cantare l’abbondanza del cielo, salvifico contro noia e scontento. E dunque «riprendi riprendi […] il ritmo, il ritmo dell’inseguimento»: solo così non si sarà abbandonati mai, e si potrà mormorare «laudato sii d’improvviso/ in edifici mesti, sale maleilluminate».
Ci si ferma, qui, per un intermezzo, una visita al poeta amoroso che non canta il possesso. Chi è? Turoldo? E poi ancora via verso l’America del “Canto III”, di cui si è detto, e poi la Toscana del “IV”, ancora gli amici e gli addii, la vita che patisce e porta altra vita infiammata e versi caparbi, sonanti: «spingi più canto, raffìna raffìna// mentre col polso intarsiato di ombre/ sposti di lato il bicchiere, brucia la tua ira/ come benzina/ nel serbatoio della pazienza amorosa// e guarda lei, Firenze bellissima strepitosa», perché «in mezzo alla bellezza infuria più forte la lotta allo Scontento». Alt! Qui c’è la ferita, qui si apre la vista sul vulnus del poeta, che non è titano, è cuore infranto. «Il cuore rotto somiglia di più a quello di Dio/ ma lui ha petto di montagne per sostenerlo»: la grazia si rivela nella stortura, nella pena, negli afflitti. Come il padre che domina la “Stanza della grande partenza” («non si finisce mai di perdere il padre/ e mai d’averlo»).
Ancora avanti al “Canto V” degli amici, e poi l’inserto per la danzatrice, per proseguire ancora, entrare in urto con la Storia e dire dell’egiziano e di Al-Baghdadi. Sempre forte è la lotta contro lo scontento che non passa e che era forse già affacciato sulla culla. Bisogna tenersi stretto l’indecifrabile incanto perché Gesù resti tra noi, non se ne stia appartato e solo. Ma avanti ancora per l’Italia, nel “Canto VI”, sbranata ma colma di desìo, baciata dalla bellezza e dall’opportunismo, il doppiogiochismo, l’amichettismo. Ma è in quell’altra Italia, dei poveri, degli sciamannati, dei malati di mente, degli storpi, quella mediorientale, meticcia, che si rinnova l’amore. Fino all’agguato del “Canto VII”, che sa di cinema e di esistenza all’ultimo fiato, vivere o morire, per stanarlo sempre, quel killer, mentre sorride e trema per l’astuzia immolata della poesia, tutta umana, e dunque imprevedibile e fatale.
Sul “Finale, io sono sulla strada” torna l’io, l’intima commozione, il pianto stellare che è da morire, l’enigma scuro del mare infinito da guardare con il cuore puma che setaccia le alture e ancora ha fame e non si quieta, perché «la bellezza interamente ferisce/ attrae la vita da dove si era nascosta», quella vita che non è mai «pareggio», poiché tutto è stato donato. «Strappa da te la vanità» scriveva Pound «quello che veramente ami rimane», e rimane l’aver fatto.
È un poema compiuto, questo dei Sette canti, con Abisag alla guida, vergine e desiosa, che riemerge alla fonte, fresca e stupefatta. Un grande ritorno!