Nell’universo di un poeta sono due le stazioni fondamentali: il luogo di nascita e le geografie di elezione.

Milano e la Russia viaggiano all’unisono nell’intimità profonda e collettiva di Curzia Ferrari (Milano, 1929) – e mi preme particolarmente di sottolineare: intimità collettiva. La sua lunga carriera, infatti, oscillante tra le poesie e le biografie antropologiche, è un percorso assolutamente corale, una pluralità in cui autori del passato, fantasmi e compagni di vita, terre lontane e vicine, rifugi tutelari e scacchiere fatali, si mescolano, entrano congiuntamente in una potente tavolozza di precise stagioni dell’anima.

L’ultima fatica di Curzia Ferrari s’intitola Le stagioni della lucertola. Questo nuovo lavoro, curato da Vincenzo Guarracino, pubblicato da Nino Aragno Editore (Torino 2022, pp. 528, euro 25), è una raccolta di tutte le poesie selezionate dall’autrice, dal 1965 (La giornata provvisoria) sino all’inedito L’autunno della metratura del 2020, e vi possiamo leggere anche i preziosi contributi di nomi dalla forte eco che hanno conosciuto e stimato Curzia: da Mario De Micheli a Salvatore Quasimodo e Carlo Bo.

Tradotta in tredici Paesi, la Ferrari ha dedicato l’anima al serio mestiere dello scrivere, con pazienza e con meticolosa indagine spirituale, senza mai tralasciare la ribellione di vocaboli accolti come figli nel travaglio artistico. Al primo amore, che è la poesia, si affiancano la vocazione di raffinata osservatrice storica, l’interesse coltivato con dedizione sacerdotale per la letteratura russa e i suoi demoni, i campi delicati della saggistica impegnata, vissuta sulla pelle, appassionata. Nascono, così, opere bellissime su Majakovskij e Gor’kij – solo per citarne un paio – ma anche le poesie sono contaminate dagli amori russi; e i personaggi della vita sposano quelli della letteratura. La forma perfetta della scrittrice è un risultato doloroso e magico, sognato e offerto alle giornate, raccontato nel silenzio del petto e nella bontà dell’ascolto, nella misura e nello scontro dei viaggi letterari e tellurici.

Il dialogo con la letteratura russa

Se le voci delle ombre di Esenin e Majakovskij (due grandi nomi nell’esistenza dell’autrice) continuano a consigliare gli uomini di oggi, la voce poetica della Ferrari allaccia da decenni un dialogo in evoluzione con i letterati russi; evoluzione che rappresenta al medesimo tempo il continuo studio sulla vita e sul destino, sulle meccaniche terrestri che gli eventi riservano ai vivi e anche ai morti, e l’ininterrotta processione di quotidianità e memoria. Da una parte, la poesia; dall’altra, la Storia: «Ho imparato a non cadere nella tua tentazione, / mi metto al passo. E giorno per giorno / invoco altra corteccia per il mio corpo, / altra anima in me che non fu quella della poesia» (Fiori a Majakovskij).

Curzia Ferrari non ha mai abbandonato quel suo «faticoso piacere di cercarmi»… cercarsi, attraversando la ricerca come condizione unica per proseguire autonomamente e con fiera libertà sulla propria strada; cercarsi anche «in una coperta d’ovatta» (che protegga da vecchie e nuove ferite), in una chiesa dove ringraziare e pregare, perfino nella ruggine che «è venuta a poco a poco – come la ruga». Il coraggio è un’arma preziosa per chi vuole avventurarsi nella selva oscura della scrittura – forse più oggi di ieri –, e Curzia Ferrari non teme di parlare a tu per tu con il volto della vita, «una bottega di minuzie vendute, comprate, barattate, / disperse, smaltate di lustre ed inganni», e con il “volto dell’Innominabile” Nulla, in cui tutto precipita e scompare. Perché tutto passa, e mentre tutto passa, passiamo anche noi, piccole finestre d’inchiostro e niente altro.

Attraversare i giorni, le ore, tutti gli istanti… e creare un altro tempo, parallelo, in cui nascondere ciò che il cuore ha trattenuto. E cambiare pelle, come scrive l’autrice: «Cambio pelle dieci volte in un giorno. / Oggi i jeans, il pullover a fusciacca – / ridi, sei azzurra, hai incontrato un compagno»; avere diversi appuntamenti quotidiani con la vita, ma ricordarsi sempre dei nomi che portiamo con noi stessi e del passato che sta lì, fermo, non ha cambiato sedia, non ha cambiato stanza; sta lì e scruta, forse prosciugato, ma è lì.

La Ferrari suggella un patto con il passato, lo sfiora, lo riconosce, ma non vuole lasciarsi tormentare troppo: «Ehi, non voltiamoci indietro […] / Tra non molto tutto sarà così distante / da diventare irriconoscibile».

La parola & il tempo

Il movimento della scrittrice va dal visibile all’invisibile, dal riconoscibile all’irriconoscibile… e nel viavai delle domande, dei dubbi, si accorge che c’è qualcuno che parte avvantaggiato: il personal computer-foglio di carta su cui scrivere («Sei vecchio, lento, perpetuamente / sotto i ferri del chirurgo: perdi i denti / i fili delle parole – grigia la faccia – con l’erba medica / ti lavo, ti faccio il bagno – / una disgrazia averti per compagno»). Il poeta assiste alla sua stessa distruzione e all’agognata rinascita da un nonnulla. La parola, infatti, è colpevole di tramare alle sue spalle. Che cosa resterà dopo? Chi salverà i versi dal loro stesso verseggiare? Ma il poeta deve scrivere e continuamente scrivere – nulla dies sine linea… – e lasciare sé stesso nel mondo? «Lasciare il segno. / Temo sia questo della scrittura / il pegno assolto – la protesta per credersi qualcuno».

Il sodalizio con la scrittura è rischioso.

Ne racconta brillantemente nella lirica Franco Loi mi parla della poesia: «Franco Loi mi parla della poesia / come di una terapia, / scivola sull’anima da pendio a pendio / e risana. / Ma io ho paura della poesia e non capisco / perché mi lasci tentare. Pudore / ho perfino delle parole che uso da sempre – / per mestiere». Le tentazioni dell’autrice aprono i giorni e le notti, si fanno strada nei meandri del pensiero, dove lo sforzo non può avere un esito immediato, sappiamo, e dove «gli uomini sono talvolta senza nome» come in un confuso ricordo, in un periodo grigio da dimenticare e da recuperare a poco a poco; del resto, «il tempo coi suoi numeri colleziona bucce» e la poesia sovente appare dispersa, non proprio una sana confidente.

Così, in L’autunno della metratura: «Dopo la metratura, resta solo il ronzio dei pensieri. / E io sono un’altra che si guarda uscire da una sua nuova ferita». Ecco, dunque, l’unico possibile riparo è oltre il riconoscibile posto del giorno, dove crescono i colori del lillà di ciclamini e troni neri di fili elettrici.

Ancora, la nuova ferita è forse meno dolorosa di quella passata… il tempo cura, incredibilmente, corregge con un’oscura metratura.

E il vigore della scrittrice, divisa tra Milano e la Russia, a metà strada tra i libri e i giorni, bussa alla porta del ricordo, ma con rispetto e pazienza… in attesa: «Ho diviso l’attesa in anni, in stagioni, in mesi, in ore… / adesso in minuti. Su, svelto, dammi il fiore della tua mano – / che non si asciughi sul labbro il mucido / di questa preghiera».

La porta si apre. Finalmente il poeta conosce sé stesso: non era finzione quel cammino, non era inganno quel verso; solo una lenta marcia, un cercarsi a volte nel vuoto…

Curzia Ferrari dalle sue strade verso le sue strade, sempre con amore di vera parola: «Il lato opposto mi chiama e mi affligge. / Domine, non sum dignus. Ancora una volta / sarò colei che osa».