Nell’anno del centenario della Martha Graham Dance Company, la più antica compagnia di danza degli Stati Uniti, fondata nel 1926 dalla pioniera della danza moderna Martha Graham (1894–1991), ho incontrato a New York Janet Eilber, tra le principali custodi dell’eredità artistica di Graham, che ha rivoluzionato il linguaggio della danza elaborando una poetica del movimento basata sulla celebre tecnica della contraction and release. Direttrice artistica della compagnia dal 2005 e storica danzatrice, interprete di molti dei ruoli più emblematici del repertorio grahamiano, Eilber ripercorre in questa intervista il lascito di Martha Graham, l’attualità del suo pensiero coreografico e il dialogo tra memoria e futuro che anima oggi la storica compagnia. Continua infatti a preservare lo straordinario patrimonio creato da Graham, figura tra le più rivoluzionarie del Novecento, al pari di artisti come Pablo Picasso, James Joyce e Igor Stravinskij, guidando al tempo stesso la compagnia verso nuove creazioni e collaborazioni. Molto attesa la tournée della Martha Graham Dance Company in Italia: dal 6 al 10 maggio al Teatro La Fenice di Venezia e il 12 maggio al Teatro Comunale di Modena.
- Janet Eilber (Foto di H. Nash) )
- Martha Graham (Foto di Arnold Eagle)
Ms. Eilber, ha studiato la tecnica di José Limón e di Martha Graham alla Juilliard School, uno dei conservatori di arti performative più prestigiosi al mondo, a New York. È vero che all’inizio non le piaceva affatto la tecnica Graham?
Al liceo ho studiato José Limon e balletto classico. Quando arrivai a New York dal Michigan per studiare alla Juilliard non riuscivo a capire perché, all’inizio della lezione, dovevamo stare seduti sul pavimento per trenta minuti. A New York c’erano così tante cose da fare che, per il primo anno, trascurai le lezioni di Graham. Però poi dovetti studiare molto in fretta per preparare l’esame. Solo quando danzai una delle sue coreografie, Diversions of Angels, capii davvero quanto fosse potente la sua tecnica non solo dal punto di vista fisico ma anche come espressione totale della persona.

UCSB Arts & Lectures – Martha Graham Dance Co. – “Diversion of Angels” 1/24/20, The Granada Theatre
È diventata solista della compagnia molto giovane e ha avuto la fortuna di lavorare per un decennio con Martha Graham. Quale è l’eredità più importante che le ha lasciato, sia dal punto di vista artistico che umano?
Ho imparato molte lezioni da lei, ma la più importante è questa: si aspettava che tu portassi tutta te stessa nell’arte della danza. Le tue abilità più profonde, le passioni, la rabbia, l’empatia: ogni parte doveva essere investita nella danza. Non voleva che danzassi come lei. Al contrario, m’incoraggiava a trovare il mio modo più autentico di essere in ogni ruolo, valorizzando i miei punti di forza. È una lezione di vita.
Quest’anno festeggiate il centenario della compagnia, con una lunga tournée negli Stati Uniti. Ad aprile sarete dall’8 al 12 al New York City Center e il 17 alla New York Public Library per il Gala. Come si svolgerà questo evento?
Celebriamo il nostro centenario: siamo la più antica compagnia di danza degli Stati Uniti. L’eredità di Martha Graham è connessa all’atmosfera sociale e politica internazionale. Nel corso della sua carriera ha collaborato con moltissimi artisti e discipline diverse, vogliamo celebrare tutto questo in una sola notte. Graham aveva molti legami con il mondo della moda e delle arti visive, come dimostra la collaborazione con lo scultore Isamu Nogushi, ma anche con danzatori, costumisti e musicisti. Tra gli invitati ci saranno Michail Baryshnikov, Misty Copeland, Madonna, Fern Mallis, creatrice della New York Fashion Week, la costumista premio Oscar Ann Roth. In questi cento anni circa 400 danzatori hanno danzato per la compagnia, contribuendo a trasmettere l’eredità di Graham in tutto il mondo. Il Gala sarà anche un evento di raccolta fondi con circa 350 ospiti e il catering sarà organizzato da Abigail Kirsch.
In primavera avreste dovuto esibirvi al John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington. Perché l’evento è stato cancellato?
C’erano troppe controversie, lo faremo in futuro.
Le celebrazioni del centenario sono iniziate già nel 2023, vista la vastità del repertorio (oltre 180 opere). Dopo American Legacies dedicato all’attivismo sociale di Graham e Dances of the Mind con le sue creazioni a sfondo psicologico, il programma 2025-26 è dedicato a The Masterpieces, attorno alla domanda “What is an American?”. Chi sono oggi gli americani?
È una domanda enorme, che riguarda due continenti e che Martha Graham si poneva già da giovane danzatrice. Era convinta che il nostro giovane Paese avesse bisogno di una propria voce nella danza. Negli anni Venti la danza americana era influenzata da altre culture, quella asiatica ed europea. Si vedevano principesse immaginarie, divinità, decorazioni di altri paesi. Tra le due guerre, però, gli artisti americani capirono che era necessario trovare una loro voce autentica. Sono gli anni del grande jazz, Ray Copeland, George Gershwin hanno composto l’“American sound”, Paul McCartney ha dato vita all’“American look” nella moda, Frank Lloyd Wright ha cambiato in modo radicale l’architettura moderna. Graham era consapevole che l’essenza degli Stati Uniti comprendeva gli immigrati, gli ex schiavi e i nativi americani verso i quali nutriva una grande reverenza.
Nelle sue coreografie Graham ha affrontato temi come la mitologia greca, la tragedia, la psicoanalisi, l’identità femminile e la storia americana. Qual è oggi l’attualità del suo pensiero artistico?
La sua visione era incentrata sull’essenza delle emozioni umane; esprimeva in modo simbolico chi siamo. Pensiamo al celebre solo Lamentation del 1930: quattro minuti in cui la danzatrice si muove in scena avvolta in un tessuto, creando un’evocazione quasi scultorea del dolore. Il suo stile è ancora attuale perché il dolore e l’amore sono universali. Le sue coreografie sono così essenziali da non diventare mai datate.

“Lamentation” (Foto di Barbara Morgan)
La permanenza di Graham a Santa Barbara, in California, fu molto importante: intensificò il suo rapporto con la natura e con il mare. Le ha mai raccontato qualcosa di quel periodo?
Raccontava dell’“intossicazione della luce” che provò in California. Quando nacque, alla fine dell’Ottocento a Pittsburgh, c’erano ciminiere fumanti. Da bambina doveva indossare veli per proteggersi dalla polvere. Arrivare sulla costa pacifica, a Santa Barbara, fu una rivelazione rispetto alle restrizioni che aveva vissuto in Pennsylvania.
Graham definiva la danzatrice «un’atleta che gioca per la squadra di Dio». Quanti artisti avete oggi in compagnia?
La compagnia è composta da sei uomini e nove donne. Per alcune coreografie ampliamo il gruppo: per esempio Chronicle richiede undici interpreti mentre Appalachian Spring necessita di un organico diverso. I nostri danzatori sono ancora «atleti di Dio», perché la tecnica di Graham non è solo fisica ma spirituale: è un matrimonio tra corpo e spirito.

“Chronicle” (Foto di Melissa Sherwood)
Il critico John Martin la definì la «sacerdotessa della danza». Avete mai affrontato temi legati alla spiritualità e alla fede?
Si, Martha era molto spirituale, anche se non seguiva una religione in particolare. Uno dei suoi primi grandi lavori moderni, Primitive Misteries (1931), era ispirato ai rituali dei nativi americani che aveva osservato. Fu un enorme successo e nel 1968 creò anche Plain of prayer.
Per Graham la danza nasceva dal desiderio in che senso?
Nel senso che ognuno può danzare, in un club, in strada ascoltando musica, per realizzare la propria passione.
Graham prese anche posizioni politiche molto forti, come in Immediate Tragedy (1937) sulla guerra civile spagnola e in Chronicle (1936), contro la minaccia del fascismo. Rifiutò di partecipare alle Olimpiadi in Germania. Qual è oggi l’impegno civile della compagnia?
Le sue opere continuano a trasmettere messaggi contro l’oppressione e la guerra. Recentemente abbiamo danzato a Minneapolis la tragedia di Medea e il nuovo lavoro We the people: il pubblico piangeva. L’arte riesce a parlare con grande forza in ogni contesto.
Lei ha interpretato ruoli tragici come Cassandra in Clytemnestra (1958) e Giocasta in Night Journey (1947), una rivisitazione della tragedia di Edipo. Che consigli le diede Graham?
Durante le prove del solo iniziale di Giocasta mi disse una cosa fondamentale: «Cara, devi parlare con te stessa continuamente. Io lo faccio in automatico, ma tu devi trovare il tuo modo. Entra dentro di te e chiediti cosa significa ogni movimento».
Donna passionale, Graham visse un amore intenso con il marito, il danzatore Erick Hawkins dal quale poi divorziò. L’amore è al centro di lavori come Appalachian Spring (1944) e Diversion of Angels (1948). Cosa le ha insegnato sull’amore?
Questi due lavori raccontano l’amore nel suo aspetto felice. Ma personaggi come Giocasta e Medea mostrano invece il lato distruttivo dell’amore. Mi faceva capire che l’amore è qualcosa di estremamente complesso.
Ci parli della straordinaria collaborazione artistica tra Martha Graham e lo scultore giapponese Isamu Noguchi
Sembrava quasi che avessero lo stesso cervello tanto erano in sintonia. Martha voleva cogliere l’essenza delle emozioni umane attraverso i movimenti più semplici e Nagushi cercava di ridurre gli elementi scenici a forme organiche essenziali, capaci di evocare il mondo. Entrambi erano molto interessati ai miti.
Per il centenario è uscito il volume Martha Graham Dance Company 100 Years dei fotografi Ken Browar e Deborah Ory, un omaggio visivo alla sua epopea artistica. Come è nato questo progetto?
Conosciamo molto bene questi fotografi: hanno realizzato altri splendidi libri di danza e hanno lavorato anche con il New York City Ballet e l’American Ballet Theatre. Mi hanno proposto questo progetto tre anni fa e ho accettato subito.
Oggi il repertorio della compagnia affianca ai capolavori di Graham creazioni recenti di coreografi come Jamar Roberts e Hope Boykin entrambi legati al Alvin Ailey Dance Theater. Quando seleziona nuovi autori cerca un filo conduttore con lo stile Graham?
Assolutamente no. Tentare di imitare lo stile Graham non funzionerebbe. Per questo cerco coreografi con linguaggi molto diversi dal suo. Per la prima parte delle celebrazioni del centenario dedicata al tema “American Legacies”, accanto a lavori come Appalachian Spring e Dark Meadow, ho commissionato nel 2024 a Roberts, straordinario coreografo americano e alla compositrice Rhiannon Giddens, grande conoscitrice delle radici della musica americana, We the People, che riflette sull’idea della società americana come incontro di culture diverse.
Fino ad aprile siete impegnati nella tournée americana, poi da maggio arriverete in Italia. Come ha scelto il programma per il pubblico italiano?
L’abbiamo scelto insieme al sovrintendente e direttore artistico del Teatro La Fenice, Nicola Colabianchi.
A Venezia presenterete, dopo cinquantuno anni dalla vostra ultima apparizione in laguna, oltre a pezzi storici come Diversion of Angels, Lamentation e Chronicle, anche Imagine di Boykin. Cosa l’affascina del linguaggio di questa giovane coreografa?
Al centro di questa nuova commissione Imagine, c’è Hope Boykin. Volevo una coreografa americana, una donna e desideravo lavorare anche con la musica di Leonard Bernstein che nel 1980, aveva iniziato una collaborazione con Graham che però non si concretizzò mai. Abbiamo quindi assemblato alcuni brani di Bernstein per questo nuovo lavoro.
Lamentation è uno dei soli più iconici di Graham. Nel 2007 è nato Lamentation Variations: come è maturata l’idea?
Avevamo una prima a New York nel 2007, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre. Non avevamo soldi né tempo, così invitammo tre coreografi a creare tre brevi variazioni ispirate al film di Martha Graham Lamentation: quattro minuti, costumi semplici, tutto molto essenziale. Presentammo prima il film e poi il duetto di Aszure Barton, un solo di Richard Move e un pezzo per tutta la compagnia firmato da Larry Keigwin. Fu un momento davvero intenso e commovente. Oggi abbiamo in repertorio 15 variazioni.

Leslie Andrea Williams in “Lamentation” (Foto di Elyse Mertz)
A Modena il pubblico vedrà anche Steps in the Street (1936) da Chronicle, We the people di Jamar Roberts, Errand into the Maze di Martha Graham e Immediate Tragedy, quest’ultimo lavoro del 1937 ritrovato e ricostruito nel 2020 grazie al suo lavoro negli archivi, immagino sia stato un processo complesso?
È stato un processo molto interessante. Un uomo ci scrisse che nel 1937 suo padre gli inviò 25 foto che aveva scattato in prima fila durante lo spettacolo di Immediate Tragedy, nell’ordine corretto. Grazie a quelle immagini abbiamo potuto capire come Martha entrasse in scena e ricostruire diversi movimenti. Poiché ho interiorizzato nel mio corpo il linguaggio di Graham, sono riuscita a immaginare cosa accadesse tra una posizione e l’altra sul palcoscenico. Ho iniziato il lavoro nel 2019, ma il processo si è interrotto con il Covid e l’abbiamo completato verso la fine del 2020.
Il rapporto di Graham con l’Italia è stato significativo fin dalla tournée del 1954 per il Maggio Musicale Fiorentino e per gli spettacoli a Roma. Qual è oggi il legame della compagnia con il nostro Paese?
Abbiamo danzatori nella nostra compagnia che sono italiani: Antonio Leone e Marzia Memoli, e molti altri hanno fatto parte del gruppo nel corso degli anni. Credo che esista una relazione profonda con l’Italia per via della mitologia e della storia antica: in un certo senso facciamo parte della vostra cultura. Io stessa ho danzato nel 1975 al Teatro La Fenice. Nel 2012 siamo stati residenti a Siracusa ed è stato incredibile ballare nell’anfiteatro. Abbiamo anche tenuto lezioni di tecnica Graham al Teatro Massimo a Palermo. Dopo la tournée italiana andremo a Riga e a novembre in Francia e in Grecia.
Come riuscite a coniugare il repertorio storico con le nuove tecnologie?
Graham amava molto l’innovazione tecnologica. Già negli anni Cinquanta incorporava nei suoi spettacoli nuove soluzioni di illuminazione e tessuti scenici. Recentemente abbiamo presentato un nuovo lavoro della nostra danzatrice Xin Ying in cui, grazie all’Intelligenza artificiale, un filmato di Martha Graham veniva adattato per permettere all’interprete di danzare virtualmente con lei sul palco. È stato incredibile.
Graham ebbe un rapporto speciale con Rudolf Nureyev, Margot Fonteyn e Michail Baryshnikov. Lei stessa si è esibita con Nureyev a New York: che ricordo ha di lui?
Abbiamo danzato insieme Lucifer (1973) creato da Graham per lui e Fonteyn e The Scarlet Letter (1975). Era molto rispettoso di Martha e della nostra tecnica: voleva imparare esattamente come cadevamo a terra e come ci rialzavamo. Quando salimmo sul palco la sera della prima, lo osservai attraversare la scena e pensai: «Nessuno guarderà me». Quando era davanti al pubblico trasmetteva un’elettricità carismatica che non avevo mai visto durante le prove.
Ha recitato in film come Whose Life Is It Anyway? e Romantic Comedy, è apparsa in serie televisive e ha lavorato a Broadway con Agnes De Mille e Bob Fosse, oltre alla premiata performance in Stepping Out di Tommy Tune. Si considera un’artista per natura eclettica?
Ho imparato tutto da Martha anche la recitazione quando interpretai Giocasta. È stato un caso lavorare per la compagnia di Broadway, non avevo mai fatto can can e cose del genere, ma sapevo come creare un personaggio attraverso il movimento che fosse di Graham, De Mille o Fosse. Recitare era molto più facile e meno faticoso perché non dovevo fare salti.
Ad aprile vi trasferirete nella nuova sede a Broadway, nel cuore di Times Square. Quali progetti avete per questo nuovo spazio?
Dove siamo adesso stiamo esplodendo, siamo troppo compressi, nella nuova sede avremo sei studi e potremo offrire corsi dai 4 anni fino a quelli per i danzatori professionisti. Al momento abbiamo nel programma avanzato circa settanta allievi ma pensiamo di incrementare le classi per i ragazzi perché c’è molta richiesta. Avremo anche un teatro.
Che visione ha per il futuro della compagnia e quale consiglio darebbe alle nuove generazioni?
La compagnia è sopravvissuta in questi cento anni, nonostante periodi molto difficili. Il potere dell’eredità di Martha Graham risiede nella sua capacità di parlare dell’essenza dell’essere umano che resta immutabile. Alle nuove generazioni consiglio di lavorare con impegno, di non avere paura di conoscersi e di esprimere se stesse attraverso l’arte.
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