Quando fu scoperta, l’Lsd sembrò una medicina meravigliosa per vincere l’alcolismo, la follia e le ingiustizie; per illuminare le menti o creare la spia perfetta. Questa sostanza fu studiata da grandi istituti di ricerca strategica e inserita nei protocolli di esperimenti top secret prima di diffondersi nelle strade, nei salotti, nella società del boom economico e oltre, in un’onda lunga che influì profondamente sulla cultura della droga dagli anni Settanta sino al XXI secolo. Da qui, la «rivoluzione psichedelica», che sedusse psichiatri, artisti e scienziati del comportamento; il suo effetto cambiò le università, dipinse i colori degli anni Sessanta, ispirò i suoni del rock e degli hippies, la rivolta di Berkeley, l’utopia di Haight-Ashbury e il Sessantotto. Di tutte queste vicende si è occupato Mario Iannaccone nel suo saggio Rivoluzione psichedelica – La Cia, gli hippy, gli psichiatri & la Rivoluzione culturale degli anni Sessanta (Ares, Milano 2020, pp. 616, euro 19,50) di cui pubblichiamo in anteprima il primo capitolo.

Durante l’estate del 1797 Samuel Coleridge affittò una piccola casa nel Somerset, tra i villaggi di Porlock e Linton, e ci si stabilì con la giovane moglie, pensando di ritemprare i fragili nervi con l’aria di mare. Il dottore gli aveva raccomandato il vento umido e l’odore dell’Oceano. Così, il poeta iniziò a trascorrere lunghe giornate a leggere, a passeggiare in contemplazione nella campagna. Amava i colori della natura inglese, i ruscelli, i torrenti tumultuosi, gli umidi prati di smeraldo e le nuvole veloci. Le passeggiate distendevano i suoi nervi, benché non quanto il laudano che considerava la sua cura sovrana. In forma di unguento o di tintura, esso era un preparato a base di oppio comunemente venduto nelle farmacie per regalare ai malati di nervi pause di ebbrezza e torpore; vinceva i dolori e sedava l’ansia.

Un pomeriggio, per scivolare nell’oblio e fermare i pensieri tormentosi, prese la boccetta del suo medicamento e ne versò numerose gocce in un bicchiere d’acqua, poi si accomodò su una poltrona davanti a una finestra e si mise a leggere i Viaggi di Samuel Purchas. Quando arrivò alle pagine in cui si raccontano le imprese del principe Kubla Khan e si descrive il palazzo che fece costruire a Xanadu, cadde addormentato. Giacque in quello stato tre ore, imprigionato nello spazio delle sue visioni. Intense e sontuose immagini si sgranarono davanti ai suoi occhi. Vide Kubla Khan, il principe guerriero, ordinare ai suoi architetti di cintare dieci acri di terreno e di chiuderlo tra possenti mura e altissime torri; e dare disposizioni agli architetti e agli artigiani che aveva assoldato in gran numero. Assistette al trasporto dei marmi e delle pietre, e alla faticosa costruzione dell’immenso edificio. A lavori conclusi, sulla collina di Xanadu in mezzo a un manto di cedri, si elevava il palazzo sormontato da una cupola così alta che il sole al tramonto la illuminava ancora quando sul resto del giardino era già scesa la sera. Il giardino che Coleridge vide nella sua visione, era prodigiosamente bello, ma celava angoli inquietanti. Era un susseguirsi di boschetti odorosi di cedri, mirti, ginestre e prati stillanti di rugiada; e poi radure assolate. Però questa dolcezza s’interrompeva dove si spalancava un abisso. Centinaia di metri più in basso confluivano tutte le acque della collina in un’esplosione di schiuma dove una fonte buttava a singhiozzo un’altissima colonna d’acqua. Lì, enormi massi venivano scagliati in alto «come la pula dal trebbiatore». Nel suo letto gelido, il fiume intermittente, che si chiamava Alf, chiuso da altissime pareti di roccia, percorreva cinque miglia prima di precipitare in un oceano scuro. Poi Coleridge vide una giovane dama dalla pelle ambrata, che suonava una dulcimera e cantava con una voce celeste. Si sforzò di memorizzare quell’armonia per diventare simile a Orfeo, che con la musica comandava le pietre e le piante. Sentì che quella musica poteva regalargli il potere d’innalzare nell’aria la cupola del palazzo di Kubla Khan, di mescolare gli elementi, come un mago dei tempi antichi.

Tutto questo Coleridge vide trascorrere davanti ai suoi occhi come fosse reale, grazie all’oppio. Al suo risveglio vide un poema già composto, con tanto di rime e assonanze. Ancora sopraffatto sedette al tavolo per trascrivere una cinquantina di versi, velocemente. Ma un conoscente che doveva parlargli urgentemente di affari bussò alla porta e lo interruppe. Quando tornò al suo tavolo la trama dei versi era ormai disfatta, come un arazzo caduto, strato dopo strato. La grande visione era perduta per sempre. Restavano soltanto i pochi versi che era riuscito a trascrivere. Fino alla vecchiaia Coleridge si domandò da dove fossero venute quelle immagini. La droga apre a dimensioni sconosciute? Consente alla mente torpida di aprirsi a influenze spirituali, divine o demoniache? Lui non visse più nulla di simile. Il suo mestiere di poeta tornò difficile e lento, ma quella visione, donatagli dal laudano, lo ossessionò per sempre. Coleridge perdette gradatamente la salute e l’ispirazione a causa dell’oppio e la sua storia è la storia del primo drogato moderno.

Il secolo dei letterati intossicati

L’interesse per le droghe entra nella cultura occidentale proprio alla fine del Settecento. Viaggiatori curiosi, studiosi delle popolazioni siberiane o indie, riportavano racconti di costumanze religiose basate sulla possessione degli spiriti e sull’uso di sostanze inebrianti. Le sostanze allucinogene, veniva raccontato ai viaggiatori, indeboliscono le barriere che sbarrano la via agli influssi soprannaturali nella coscienza, permettendo agli spiriti e ai demoni di parlare. Chi sa usare queste comunicazioni, e trarne benefici per tutti – si leggeva nei primi resoconti che spiegavano tali pratiche, come il De Lapponibus di Canutus Leemius (Copenaghen, 1767) – sono gli sciamani.

In Europa, sostanze inebrianti e allucinogene erano conosciute nelle campagne dell’Europa dell’Est, e usate durante le feste; intossicazioni di massa causate da particolari preparati mescolati alle farine o alle bevande non erano infrequenti; certe congreghe stregonesche o piccole società estatiche tramandavano la conoscenza e la pratica di erbe, funghi, succhi, distillati. La saggezza cristiana sosteneva che i veleni, sottraendo forza allo spirito e indebolendo la volontà, sola potenza che avesse imperio sul libero arbitrio, concedevano spazio al Diavolo e ai suoi folletti. A seconda dei secoli e degli ambienti, le sostanze inebrianti e allucinogene furono considerate un varco diabolico. O una debolezza da deplorare, nella quale si indulgeva durante il tempo festivo, come accadeva con il vino e i liquori.

Dopo Coleridge vi furono molti altri letterati intossicati, come Thomas de Quincey, Edgard Allan Poe o Charles Baudelaire. Evocavano la loro musa con l’oppio, con l’hascisc o con l’assenzio, un liquore a cui veniva aggiunto il laudano. La storia moderna dell’hascisc inizia in Francia con il medico Joseph Moreau de Tours. Nel 1837, durante un viaggio in Egitto, apprese degli usi terapeutici di quella pianta usata per curare molti mali. Lui però non era interessato alle proprietà dei cataplasmi di hascisc contro mal di testa o infiammazioni, era attratto invece dal suo potere, ben più evidente, di provocare piaceri ed estasi, e magari d’aiutare i poeti in cerca di facile ispirazione. Qualche anno più tardi ne propose l’uso in un libretto stampato a sue spese; poi scrisse un trattato sull’identità fra sogno e follia. Théophile Gautier gli chiese di essere iniziato alla sostanza, e trovò che la sua ispirazione se ne giovava. Convocò quindi una società di amici uniti dalle èstasi chimiche, il Club dell’Haschisch, che si riu­niva in un vecchio edificio dell’isola di Saint-Louis, a Parigi: l’Hôtel Pimodan. Essa aveva lunghi corridoi e saloni vasti e decrepiti; sotto l’effetto dell’hascisc i soci si sentivano trasportati in tempi lontani e in luoghi misteriosi, come in un labirinto. Erano affascinati in modo particolare dalla storia del Veglio della Montagna, il capo di una setta di sicari di cui racconta la letteratura araba. I sicari del Veglio, gli hashashin, vivevano in un giardino splendido che credevano il paradiso, ingannati e blanditi dalla droga che il Veglio somministrava loro per contrabbandare un normale giardino con il luogo della delizia eterna. Gli amici del Club parigino restarono incatenati dal sortilegio di delizie e tormenti di quella droga, che pian piano si diffuse, conquistando letterati e uomini di mondo, cortigiane e scienziati. Il dottor Moreau de Tours somministrava una «porzione di paradiso» ai soci del Club distribuendo un pezzetto di pasta verde o una confettura verdastra e dolcissima, attinta da una pentola con un mestolo d’argento. Frequentarono il Club, tra gli altri, Charles Baudelaire, Gérard de Nerval, Alfred de Musset, Honoré Daumal, Honoré de Balzac e Victor Hugo. La droga somministrata dal dottor Moreau de Tours era assai concentrata, e Gautier descrisse gli effetti nefasti che seguivano a un primo «assaggio del paradiso». Baudelaire ne scrisse un trattatello nel quale racconta episodi imbarazzanti o divertenti occorsi a dame e amici. Tutta la poesia di Baudelaire reca tracce di quei viaggi nell’insolito e della tossicità visionaria. Da parte sua, si sentiva indulgente – a differenza di De Quincey –, per l’uso continuo di sostanze psicotrope perché ammalato, consumato, devastato dalla sifilide, malattia mostruosa e che rende mostruosi. In generale, l’artista romantico cercava l’eccezionale per uscire dalla quotidianità, per acuire i sensi e vibrare in unisono con le note più rare. Tuttavia, se è vero che molti furono gli scrittori, i poeti, i musicisti, «mangiatori» di oppio o «haschisch», nessuno di loro propose tali sostanze come ricette per cambiare la società o come mezzo per scatenare il cambiamento. Il consumo e i suoi effetti dovevano restare intimi, circoscritti tra amici e iniziati. Il caso di Moreau de Tours presenta un particolare interessante. Innanzitutto, egli era convinto che l’hascisc potesse costituire per il medico uno scandaglio nella follia, una corda gettata nell’abisso tenebroso della pazzia. Assicurandosi a tale corda, il medico poteva scendere nel mondo dei disturbi mentali come uno speleologo in una grotta; sentire il gelo, vedere gli orrori della mente alienata, descriverla dall’interno senza perdere mai il controllo della situazione, per poi risalire alla normalità. L’hascisc fu la prima sostanza alla quale si attribuì questa proprietà, donata peraltro dalla sua capacità di mescolare veglia e sogno, una mescolanza che la medicina premoderna giudicava radice della patogenesi mentale.

Mescalina & “attività dello spirito”

Nel 1927, il dottor Kurt Beringer pubblicò uno studio sulla mescalina: L’intossicazione da mescalina che introdusse il concetto delle «costanti formali», elementi fondamentali del linguaggio visivo delle allucinazioni, utili per le descrizioni e le relazioni d’esperienza. Dopo aver assunto mescalina, Beringer scorse esseri fantastici e architetture da fiaba: androni con archi acuti di straordinaria bellezza, arabeschi colorati, ornamenti grotteschi. Tutto mutava e lui si sentiva smarrito attraverso prospettive che sembravano infinite. A un certo punto fu assalito dalla sensazione che «qualcosa di grande stesse per rivelarsi», la scoperta dell’essenza delle cose e di «tutti i problemi dell’esistenza del mondo». La visione finì con l’apparizione di due enigmatici «sistemi conici», immensi, in procinto di fondersi per vibrare l’uno contro l’altro in una «costruzione potente». Enigma, mistero, senso d’imminente scoperta, porte socchiuse su rivelazioni inaudite, queste furono le impressioni che Beringer, in fondo, diede ai suoi lettori. Qualcosa che atteneva di più alla rivelazione spirituale che alla scienza. L’atteggiamento nei confronti di queste sostanze stava cambiando, si complicava. Carl Gustav Jung aveva già pubblicato gran parte delle sue opere principali. Vi era un pubblico influenzato dalla simbologia psicanalitica di Freud e interessato a comprendere se quelle visioni fossero creazioni del subconscio, da apparentare alla demenza. Altri, i platonici che si lasciavano guidare dalla teoria di Jung, preferivano considerarle manifestazione di elevate attività dello spirito o riflessi di archetipi transpersonali. Coloro che inclinassero verso la scuola junghiana, insomma, potevano ammettere facilmente che le sostanze fantastiche fossero candidate a portare messaggi soprannaturali o comunque preternaturali, dando così ragione agli sciamani. Dato l’enorme influsso che ebbe Carl Jung sulla cultura del Novecento, e specialmente su quella americana, attraverso devoti discepoli del maestro svizzero come Joseph Campbell e James Hillman, l’interpretazione junghiana degli allucinogeni come varco, porta o ponte che consente di passare nell’Altro Mondo, conquisterà numerosi sostenitori, diventando, attraverso vari passaggi, la vulgata più diffusa della rivoluzione psichedelica.

Dal serpente piumato all’isola di Huxley

Del Messico s’innamorò l’inglese David Herbert Lawrence, che riscoprì un Paese di magie, estasi e visioni. Il succo delle sue riflessioni fu riversato in un libro intitolato Il serpente piumato (The plumed serpent, 1926), un viaggio nel nero cuore del Messico dove si scopre che «la vera pace nasce quando non ci si affanna più al male e al bene, ma si accetta la presenza dei due alterni spiriti». Anche Lawrence immaginò una risurrezione della religione azteca per rigenerare la malata cultura occidentale e cancellare la religione cristiana. La salvezza sarebbe arrivata dalle visioni e dal contatto con il fluido della rigenerazione, il sangue. Adorava il primitivismo, il fascino per il pagano e i culti della natura e della fertilità. In una lettera inviata a un’amica, nel 1915, Lawrence scrisse che intendeva imbarcarsi in un’impresa che lo stava ossessionando: fondare una comunità utopistica su un’isola disabitata. Il nome scelto per tale comunità era Rananim e il suo scopo era di opporsi al culto della tecnica per vivere a contatto con la natura. Lawrence ispirò L’isola, l’ultima opera di Aldous Huxley, che racconta di una società isolata dove si pratica un culto allucinogeno. Tra coloro che si avvicinarono al peyote o alla mescalina non mancò chi era interessato alle droghe perché promettevano di abbreviare la dura strada dell’apprendistato spirituale. Aleister Crowley, dedito allo studio dello yoga e del tantra già dai primi anni del secolo, sostenne d’aver raggiunto gli stati estatici del dhyana e del samâdhi a Ceylon al termine di duri esercizi spirituali. S’interrogò quindi sulla possibilità di rendere più facilmente accessibili quegli stati – che giudicava non soprannaturali – con mezzi farmacologici. […]

Aldous Huxley riprenderà questi suggerimenti con impressionante precisione. Per Crowley gli stati meditativi erano suscettibili di essere spiegati con i mezzi della scienza e della fisiologia: lo yoga poteva essere sostituito dall’uso sapiente delle droghe allo scopo d’abbreviare la fatica di esercizi lunghissimi e incerti nei risultati. Un simile uso era ben conosciuto nelle tradizioni sciamaniche asiatiche e amerinde. Infine, Crowley si vantò di aver introdotto in Europa la mescalina e di averne consigliato l’uso negli ambienti della magia cerimoniale e dell’occultismo.

Nella primavera del 1929, Albert Hofmann, giovane laureato in chimica all’Università di Zurigo, fu assunto nell’industria farmaceutica Sandoz di Basilea come assistente del professor Arthur Stoll. Fu assegnato allo studio dei princìpi attivi di tre piante medicinali: la digitale, la scilla mediterranea e l’ergot della segala cornuta. La prima fase del lento e metodico lavoro di Hofmann cominciò dalla scilla, già apprezzata nella cura delle cardiopatie, e si esaurì nel 1935 quando si dedicò all’ergot, un piccolo fungo di colore nerastro, lungo pochi millimetri, che infestava la segale. Da questo fungo erano già stati ricavati medicinali con proprietà emostatiche e antiemicraniche. Hofmann produsse alcune decine di composti dell’acido lisergico. Nel 1938, al venticinquesimo della serie, attribuì il nome di laboratorio di Lsd-25 e ne consigliò l’archiviazione. Nel 1943 alcuni «presentimenti» lo portarono a fare ulteriori accertamenti. Il 19 aprile 1938 assunse, per via orale, una soluzione acquosa contenente 0,25 milligrammi di tartrato di dietilamide dell’acido lisergico. Alle ore 17 Hofmann si sentì strano. Decise d’interrompere il lavoro di laboratorio e d’avviarsi verso casa in bicicletta, seguìto da un assistente. Avvertiva strani sentimenti persecutori, ogni oggetto nel suo campo visivo fluttuava e appariva distorto come visto in uno specchio ricurvo. Anche il senso del tempo sembrava assurdamente deformato. Mentre pedalava verso casa, ebbe la stranissima impressione di essere bloccato sempre nello stesso punto, anche se – testimonierà l’assistente – non aveva mai cessato di pedalare di gran lena. Giunto a casa, s’adagiò su un divano chiedendo che fosse chiamato un medico e gli fosse portato innanzitutto del latte, il più semplice rimedio antiveleno. Quando la vicina entrò in casa con due bottiglie di latte, Hofmann la vide come una strega malvagia «dalla faccia colorata». Bevve due litri di latte, ma la situazione non migliorò. L’ambiente circostante aveva intanto assunto ai suoi occhi forme terribili, sinistre; tutto era deformato e «come spinto da un’irrequietezza interna». Ma l’aspetto più terrificante dell’esperienza fu «la disintegrazione del mondo e la dissoluzione dell’Io». Si sentiva dominato da un dèmone che lo stava facendo a pezzi. Il corpo perdette ogni sensazione e lui si sentì trasportato in un altro tempo e in un altro luogo: aveva la sensazione di morire, si sentiva sdoppiato. A un certo punto gli parve di contemplare dall’esterno, freddamente, la tragedia della sua stessa morte. Fu colto dal terrore di morire senza potersi congedare dalla moglie e dai figli, che quel giorno erano assenti.

Quando arrivò il medico, trafelato, s’inginocchiò vicino al paziente, pensando fosse in punto di morte. Auscultò, misurò, esaminò, estrasse lo stetoscopio, il martelletto per i riflessi e dopo qualche istante scosse la testa: «Non vedo sintomi fisici». La di­sintegrazione spaventosa che Hofmann stava vivendo era tutta psicologica? Dopo quattro ore, trascorse in un freddo bagno di terrore, Hofmann cominciò a riemergere alla normalità. La pazzia, nella quale temeva di essere sprofondato, svanì, ma le sensazioni visive, caleidoscopiche, continuarono per alcune ore e i suoni si trasformarono in impressioni ottiche. Finalmente si addormentò, esausto. Il giorno successivo si sentì riposato e vigoroso, «tutti i miei sensi vibravano in uno stato d’estrema percettività, che durò per tutto il giorno». Hofmann si rende conto di aver scoperto una sostanza che, a dosaggi bassissimi, provoca drammatici cambiamenti nella coscienza umana e nella percezione della realtà. Una sostanza che, inoltre, ha un’altra sconcertante qualità: permette di ritenere nella memoria l’esperienza, in modo che non sia cancellata. Il suo viaggio nella follia, scrisse, «era ancora preservato nella coscienza, accessibile per il confronto» (da qui la metafora del viaggio: trip).

Il primo psichiatra a condurre una ricerca completa sull’Lsd-25 fu Werner A. Stoll, dell’Università di Zurigo, il figlio del professor Stoll della Sandoz. Werner Stoll scoprì che l’Lsd, se somministrato a dosaggi bassi, facilitava la comunicazione fra il paziente e il dottore e poteva favorire la scoperta di pensieri e immagini rimosse durante il processo psicanalitico. Nel 1947, la Sandoz iniziò la distribuzione sperimentale dell’Lsd-25 con il marchio Delysid. Nel foglio che accompagnava le confezioni di ampolle contenenti una sospensione liquida, si leggeva che il Delysid era indicato nel trattamento analitico «per favorire il rilascio di materiale represso e produrre rilassamento mentale, in modo particolare negli stati di ansietà e di neurosi ossessive»; era inoltre consigliato agli psichiatri per «guardare nel mondo delle idee e delle sensazioni dei pazienti psichiatrici» poiché provocava «psicosi» momentanee. Una fune che permetteva al medico di calarsi nel baratro della follia e poi di risalirne, come Moreau de Tours aveva pensato per l’hascisc.

I comportamenti folli di persone normali

Quando la Sandoz diffuse le informazioni su questo nuovo farmaco la curiosità infiammò il mondo scientifico. Al congresso dell’American Psychiatric Association del 1951 furono presentati i primi resoconti degli esperimenti fatti con il Delysid. Le sperimentazioni riportavano numerosissimi casi in cui persone normali cominciavano a comportarsi da folli: c’era chi si sentiva minacciato da oggetti inanimati; chi aveva allucinazioni e vedeva, sentiva, toccava oggetti inesistenti; chi si lasciava trascinare in vortici estatici oppure veniva ghermito da un terrore assoluto, spaventoso. C’erano malati mentali che cambiavano i propri schemi di comportamento: gli ebefrenici diventavano calmi e riflessivi, mentre i catatonici cominciavano ad agitarsi, a cantare, a ballare. Nessuno aveva chiaro il meccanismo biochimico che produceva simili effetti. Se era vero che la psicosi indotta dal Delysid assomigliava alla schizofrenia, era forse arrivata l’occasione di capire qualcosa sui meccanismi di insorgenza di questa malattia. Nel 1952, il dottor Ronald Sandison fece una visita a Hofmann alla Sandoz e comperò cento ampolle di Delysid. L’anno successivo adibì un reparto dell’ospedale in cui lavorava a Powick, Malevern (Inghilterra), per fare esperimenti con l’Lsd su pazienti che non rispondevano alle normali terapie. Quella di Sandison può essere considerata la prima «clinica dell’Lsd». Il dottore utilizzava dosi basse, circa 100 microgrammi, per facilitare la produzione di materiale fantastico da usare nella psicoterapia. Alla metà del decennio il suo metodo fu adottato in cliniche francesi, tedesche, cecoslovacche, italiane, svedesi, danesi e norvegesi.

Uno degli episodi più importanti nella catena d’eventi che avrebbero creato il movimento psichedelico fu la tenace volontà del dottor Humphry Osmond di curare la schizofrenia. Giovane psichiatra specializzato nello studio di quella multiforme ed enigmatica malattia, internista dell’ospedale St. George’s di Londra, si dedicava alla cura delle psicosi e alla scoperta della loro eziologia. Da questo punto di vista, il St. George’s offriva straordinarie opportunità, poiché era una struttura enorme che ospitava 5mila pazienti, metà dei quali erano affetti da una forma o l’altra del male. Peraltro, a quel tempo, una diagnosi di schizofrenia era considerata fra le più infauste perché equivaleva all’internamento a vita. Quando fu assunto e percorse il lungo viale alberato che portava all’ingresso dell’ospedale, Osmond si sentiva emozionato, elettrizzato, vicino a grandi scoperte. Al St. George’s poteva contare su un campionario illimitato di casi di studio, qualcosa che molti dottori avrebbero sognato per una vita. Ma presto si rese conto che quel luogo, in fondo, non era altro che una prigione e il gruppo di antiquati savi che lo dirigeva era del tutto inadatto ad affrontare la tragedia della malattia mentale. Consigliavano cure a base di psicanalisi, elettroshock, bagni gelidi, letti di contenimento e dosi massicce di tranquillanti che riducevano i pazienti a vegetali. Lui sentiva che quella non era la strada giusta e che bisognava cambiare l’approccio. Molti giovani psichiatri del St. George’s la pensavano come lui, ma temevano di esprimersi per non compromettere la propria carriera.

La formula della mescalina ricordava a Osmond una molecola importante, nella quale si era spesso imbattuto nei suoi studi. Ma né lui né l’amico riu­scivano a ricordarsi che cosa. Chiamarono allora un collega che aveva studiato biochimica e gli chiesero se la formula della mescalina assomigliasse a qualche composto organico e questi, annuendo, prese un libro di chimica organica, cercò la pagina giusta e indicò una formula: l’adrenalina. Insomma, la struttura molecolare della mescalina assomigliava a quella dell’adrenalina. Quest’analogia agì nella fantasia dei due scienziati portandoli a formulare un’ipotesi scientifica: si poteva pensare che, a date condizioni di sofferenza e stress, sostanze prodotte dall’organismo (endogene) potessero trasformarsi in veleni psicoattivi in grado d’intossicare l’organismo sino alla psicosi? Per esempio, poteva darsi che l’adrenalina potesse trasformarsi in qualcosa di simile alla mescalina? Forse le visioni, i terrori, le allucinazioni caratteristiche di alcune forme di gravi psicosi potevano essere spiegate in questo modo. Smythies e Osmond cercarono una conferma alla loro ipotesi. Assunsero 400 milligrammi di mescalina a testa, preparandosi a registrare la loro esperienza. Si trovarono catapultati in un mondo strano e terrorizzante simile a quello in cui vivevano i loro pazienti. Per fissare le loro impressioni registrarono l’esperimento con un magnetofono. Sotto l’effetto della mescalina, Smythies raccontò dello strano, minaccioso, aspetto che aveva preso per lui quel registratore. Era un risultato importante. Se non altro, era un primo risultato. E tuttavia ancora qualcosa sfuggiva: non si poteva essere certi che la mescalina procurasse uno stato simile a quello della schizofrenia perché il paragone si basava sui racconti verbali dei pazienti e dei dottori che avevano assunto la sostanza. Sebbene nessuno potesse negare l’analogia fra gli effetti della mescalina e la schizofrenia paranoide, non si poteva attribuire un autentico valore scientifico all’esperimento.

Lsd & achizofrenia

Nel 1952, Osmond, Smythies e Abram Hoffer, pubblicarono A New Approach to Schizofrenia, nel quale ipotizzavano l’esistenza d’ignote sostanze prodotte dal corpo degli psicotici in presenza di fattori di stress, ma tali ipotesi non piacquero ai dirigenti del St. George’s. Fu così che Osmond accettò un’offerta che proveniva dal Canada, il Saskaatchewan Hospital gli aveva garantito la libertà di sperimentare tecniche innovative. Osmond vi si trasferì a metà del 1952, assumendo il ruolo di direttore clinico. Qualche mese più tardi anche Smythies si mise in aspettativa per raggiungere il collega. Al Sas­kaatchewan i due compirono ricerche con la collaborazione di biochimici; riuscirono a verificare che i pazienti schizofrenici presentavano spesso un’abnorme produzione di adrenocromo, un derivato naturale dell’adrenalina. Era questo l’agente patogeno della malattia? Una risposta affermativa avrebbe forse reso possibile produrre un antidoto. Emozionati per la scoperta, i due scienziati isolarono una certa quantità d’adrenocromo e decisero di assumerlo per verificare la giustezza della loro teoria. Osmond fu il primo. S’iniettò una dose della sostanza e dopo qualche minuto sprofondò in allucinazioni sinistre, classiche della schizofrenia paranoide.

Ulteriori ricerche avrebbero poi provato che la somministrazione della vitamina B3 poteva servire da deterrente nell’insorgere dei casi acuti di schizofrenia giovanile. Uno spiraglio era stato aperto: alcune forme di schizofrenia sarebbero state trattate con successo grazie a una combinazione di metodi farmacologici e non, ma le altre forme, la stragrande parte, risultarono ancora inspiegabili. Nel 1954, Osmond e Smythies scrissero un articolo per la rivista The Hibbert Journal riassumendo la teoria e raccomandando l’uso della mescalina per la ricerca sulla follia. Il periodico, pubblicato in Inghilterra dalla Fondazione Hibbert, ospitava articoli sulla religione, la spiritualità e la filosofia. Tra i tanti intellettuali che sfogliavano abitualmente le sue pagine di un tenue color giallo, uno dei più celebri era Aldous Huxley, uno scrittore britannico che da molti anni viveva in California.