Prima di diventare la regina del giallo, Agatha Christie fu infermiera e farmacista durante la Prima guerra mondiale. Tra ferite, veleni e rifugiati belgi prese forma il mondo narrativo che avrebbe dato vita a Hercule Poirot. Ad Agatha Christie abbiamo dedicato il quaderno monografico del numero di Studi Cattolici di ottobre.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, nell’estate del 1914, Agatha Christie aveva ventiquattro anni. Era ancora Agatha Miller, una giovane donna della buona borghesia del Devon, lontanissima dalla fama che l’avrebbe trasformata nella regina del giallo. Quattro anni dopo, tuttavia, avrebbe acquisito una conoscenza della medicina, della farmacia e dei veleni destinata a diventare uno degli elementi caratterizzanti della sua narrativa. Durante la guerra avrebbe inoltre iniziato a concepire The Mysterious Affair at Styles, il romanzo che nel 1920 avrebbe introdotto Hercule Poirot.

Il rapporto fra Christie e la Grande guerra è dunque più profondo di quanto possa sembrare. La guerra non è infatti soltanto lo sfondo cronologico della nascita della scrittrice: entra nella sua esperienza attraverso l’ospedale, il corpo ferito, la morte, i farmaci e la chimica, trasformandosi infine in materia narrativa. Christie raccontò quegli anni molti decenni più tardi nella sua An Autobiography, iniziata nel 1950, terminata nel 1965 e pubblicata postuma nel 1977 da Collins. Non si tratta quindi di un diario di guerra, ma di una memoria retrospettiva. Proprio per questo è particolarmente significativo il modo in cui Christie ricostruisce il passaggio da giovane volontaria a scrittrice. Allo scoppio del conflitto Christie si offrì come volontaria presso il Voluntary Aid Detachment della Croce Rossa e lavorò come infermiera nell’ospedale di Torquay. L’esperienza fu assai diversa dall’immagine romantica dell’infermiera che conforta i soldati feriti. I primi pazienti arrivavano direttamente dal fronte, spesso con ferite gravi e condizioni igieniche precarie. Christie ricorda con ironia che l’idea tradizionale del lavoro infermieristico si rivelò rapidamente insostenibile per alcune volontarie:

“The idealists gave up their tasks with alacrity: they had never thought they would have to do anything like this, they said.”
(Christie, 1977, p. 228)

«Le idealiste rinunciarono rapidamente ai loro incarichi: non avevano mai pensato che avrebbero dovuto fare qualcosa del genere».

La giovane Agatha, invece, resistette. La guerra la mise davanti alla materialità della sofferenza: sangue, amputazioni, ferite. Ricordando un episodio particolarmente impressionante, racconta di avere aiutato una giovane infermiera a portare un arto amputato al forno crematorio dell’ospedale:

“Then we cleaned up all the mess and the blood together.”
(Christie, 1977, p. 239)

«Poi ripulimmo insieme tutto il disordine e il sangue».

La frase è quasi brutale nella sua semplicità. La futura autrice di centinaia di delitti impara così, nella realtà, a confrontarsi con ciò che nei suoi romanzi sarà trasformato in enigma. Dopo circa due anni di attività infermieristica, Christie passò al dispensario dell’ospedale. Per ottenere la qualificazione professionale studiò farmacia e si preparò agli esami della Society of Apothecaries. Fu una svolta fondamentale. Mentre l’assistenza infermieristica la poneva davanti al corpo malato, la farmacia le insegnava a conoscere le sostanze capaci di modificarlo, curarlo o distruggerlo. La stessa Christie racconta che il lavoro al dispensario alternava momenti di intensa attività ad altri di relativa tranquillità:

“Unlike nursing, where there always was something to do, dispensing consisted of slack or busy periods.”
(Christie, 1977, p. 254)

«A differenza dell’assistenza infermieristica, dove c’era sempre qualcosa da fare, il lavoro al dispensario alternava periodi tranquilli e periodi di grande attività».

E proprio quelle ore vuote avrebbero creato lo spazio necessario per la nascita della scrittrice. Christie racconta:

“Sometimes I would be on duty alone in the afternoon with hardly anything to do but sit about.”
(Christie, 1977, p. 254)

«A volte ero sola di turno nel pomeriggio e non avevo quasi nulla da fare, se non stare seduta».

Fu in quelle pause che tornò all’idea, suggeritale dalla sorella Madge, di scrivere un romanzo poliziesco. L’idea non era nuova: già qualche anno prima Christie aveva deciso che «some day I would write a detective story» («un giorno avrei scritto un racconto poliziesco»), come ricorda a p. 211. Ma ora aveva trovato il contesto nel quale trasformarla in realtà. La domanda divenne allora: quale delitto raccontare? La risposta era praticamente davanti ai suoi occhi. Christie scrive:

“Since I was surrounded by poisons, perhaps it was natural that death by poisoning should be the method I selected.”
(Christie, 1977, p. 254)

«Poiché ero circondata dai veleni, forse era naturale che scegliessi la morte per avvelenamento come metodo».

È probabilmente la frase che più chiaramente sintetizza il rapporto fra la guerra e la nascita della Christie giallista. Il veleno non è un’invenzione astratta: proviene dalla sua esperienza professionale. La conoscenza acquisita per curare diventa la conoscenza necessaria per costruire un delitto. Subito dopo, il ragionamento assume la forma di una vera progettazione narrativa:

“Who should be poisoned? Who would poison him or her? When? Where? How? Why?”
(Christie, 1977, p. 254)

«Chi avrebbe dovuto essere avvelenato? Chi lo avrebbe avvelenato? Quando? Dove? Come? Perché?»

Sono le domande fondamentali del giallo: non soltanto chi è morto, ma chi, quando, dove, come e soprattutto perché. La morte viene sottratta al caos e trasformata in un problema razionale. Anche la formazione di Poirot avviene all’interno di questo stesso processo creativo. Christie era, come lei stessa ricorda, profondamente influenzata dalla tradizione di Sherlock Holmes, ma non voleva crearne una semplice imitazione:

“Not like Sherlock Holmes, of course: I must invent one of my own.”
(Christie, 1977, p. 225)

«Non come Sherlock Holmes, naturalmente: dovevo inventarne uno mio».

La soluzione arrivò osservando i rifugiati belgi presenti in Inghilterra durante la guerra. Da quella piccola comunità nacque Hercule Poirot, un ex poliziotto belga costretto dagli eventi bellici a lasciare il proprio paese. La guerra entra dunque nel primo romanzo di Christie non come racconto militare, ma attraverso la biografia del suo detective. In questo senso, The Mysterious Affair at Styles è profondamente figlio della Grande guerra. È scritto mentre Christie lavora nel dispensario: il delitto nasce dalla conoscenza dei veleni, Poirot nasce dall’incontro con i rifugiati; Hastings è un uomo legato all’esperienza militare. E, soprattutto, la struttura stessa del romanzo sembra rispondere a un bisogno di ordine. La guerra aveva mostrato a una generazione la morte su una scala senza precedenti, senza che fosse sempre possibile comprenderne il senso individuale. Il giallo di Christie compie l’operazione opposta: ogni morte possiede una causa, ogni causa lascia degli indizi e ogni mistero può essere ricostruito. Perfino la farmacia conserva, nella memoria della scrittrice, un lato quasi inquietante. Durante la preparazione agli esami Christie racconta del farmacista presso il quale studiava, un uomo che portava con sé un pezzo di curaro. Alla domanda sul perché conservasse in tasca una sostanza capace di paralizzare e uccidere, egli rispose:

“It makes me feel powerful.”
(Christie, 1977, pp. 253–254)

«Mi fa sentire potente».

Quell’uomo, apparentemente innocuo ma percepito da Christie come «possibly rather a dangerous man», sarebbe rimasto nella sua memoria fino a trasformarsi, quasi mezzo secolo dopo, in Mr Zachariah Osborne de The Pale Horse (Christie, 1977, p. 254). La Grande guerra fu dunque per Agatha Christie un’esperienza di trasformazione. La giovane volontaria imparò a conoscere il corpo, la farmacista imparò a conoscere le sostanze, la scrittrice imparò a trasformare la morte in un problema. Nel dispensario, fra flaconi e prescrizioni, il caos della guerra incontrò per la prima volta quella che sarebbe diventata la sua più grande invenzione: un mondo nel quale anche il delitto, alla fine, può essere spiegato. Non è forse casuale che il primo grande enigma di Christie nasca proprio allora. Mentre il mondo reale sembrava avere perso ogni ordine, Agatha Christie cominciava a costruire piccoli mondi nei quali l’ordine poteva essere ristabilito attraverso la ragione, gli indizi e l’intelligenza di un detective. La guerra aveva prodotto il caos – Christie avrebbe dedicato la propria vita narrativa a ricomporlo.