
Pianto antico
Racconto
Postfazione
di Paolo Nelli
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“L’uomo ha inventato un nome per ogni cosa, ma ci sono cose che non dovrebbero esistere e che non si meriterebbero nemmeno di avere un nome”
Scrivere significa anche imparare a restare. Come nell’antica arte giapponese del kintsugi, Odilla Agrati ricompone i frammenti della sua infanzia, attraversati, nei primi anni Ottanta, dalla nascita e dalla morte prematura del fratello minore, affidando alla pagina ciò che i ricordi hanno saputo preservare.
È la donna adulta a prendere la parola, spinta dalla scoperta della malattia della madre: da qui prende forma un viaggio a ritroso nel tempo, in cui la voce narrante si sdoppia; la bambina è raccontata in terza persona, come “lei”, quasi a creare la distanza necessaria per avvicinarsi al dolore; l’adulta, invece, si rivolge a sé stessa con il “tu”, in un dialogo intimo e consapevole. Due voci, due tempi della stessa vita, che si intrecciano per dare un senso a una perdita vissuta nell’infanzia e trovare le parole per custodirne la memoria, trasformando la scrittura in un ponte tra un dolore personale e un’esperienza universale.

Agrati Odilla
Odilla Agrati è un’insegnante ed è laureata in Filosofia e in Scienze Antropologiche ed Etnologiche. Da sempre convinta delle potenzialità del pensiero dei più piccoli, ha ampliato la sua attività nelle scuole occupandosi anche di filosofia per bambini e ragazzi e progetti di cittadinanza attiva. Da queste esperienze è nato il libro Dilemmi morali per giovani pensatori (Fabbrica dei Segni, 2021). Con Pianto antico ha vinto il primo premio nella sezione “autobiografia” al Premio Letterario internazionale Città di Como 2025, unico inedito.
‘Man has invented a name for everything, but there are things that ought not to exist and that do not even deserve to have a name’
Writing also means learning to remain. As in the ancient Japanese art of kintsugi, Odilla Agrati pieces together the fragments of her childhood – marked, in the early 1980s, by the birth and premature death of her younger brother – entrusting to the page what her memories have managed to preserve.
It is the adult woman who takes the floor, prompted by the discovery of her mother’s illness: from here, a journey back in time takes shape, in which the narrative voice splits in two; the little girl is described in the third person, as ‘she’, as if to create the distance needed to come to terms with the pain; the adult, on the other hand, addresses herself using ‘you’, in an intimate and self-aware dialogue. Two voices, two periods of the same life, which intertwine to make sense of a loss experienced in childhood and to find the words to preserve its memory, transforming the writing into a bridge between personal grief and a universal experience.