Che cos’è davvero il carcere quando si spegne il clamore delle notizie di cronaca o dei cliché narrativi? È da questo interrogativo — nato dall’incontro inaspettato con un detenuto durante un festival letterario — che prende forma Quello che non hai sentito. 18 voci dal carcere, di Marco Erba, già autore di Fra me e te (Rizzoli), Città d’argento (Rizzoli) e Il male che hai dentro (Rizzoli). In questa conversazione, l’autore ci guida dietro le sbarre per raccontare una comunità viva fatta di umanità, sguardi educativi capaci di restituire dignità e storie “urticanti” che chiedono solo di essere ascoltate per essere comprese.
Come è nato il desiderio di raccontare il carcere in questo libro, che non è un romanzo o un’inchiesta, ma un’opera corale di testimonianze?
È nato per caso, come molti dei miei libri. Tutto è partito da un incontro durante un festival letterario: in quell’occasione ho avuto modo di entrare nell’istituto di pena che è poi diventato il teatro di Quello che non hai sentito, e lì ho conosciuto un detenuto.
Aveva letto un mio romanzo e lo aveva consigliato alla figlia, che era fuori. Lei lo ha letto a sua volta e lo ha persino utilizzato per la tesina di terza media. La storia condivisa da quest’uomo mi ha emozionato enormemente: l’idea che le mie parole potessero fare da ponte tra lui, dietro le sbarre, e sua figlia, fuori, mi ha fatto nascere il desiderio profondo di approfondire quel mondo.
Inoltre, dopo l’incontro c’è stato un momento di festa in cui ho visto insieme detenuti, educatori, agenti della polizia penitenziaria e la direttrice. Lei mi ha presentato molte persone chiamandole sempre «signor» e riferendosi al carcere che gestiva come a una vera e propria comunità. È stato lì che si è accesa la lampadina: volevo entrare in quella comunità, viverla da dentro e raccontarla in presa diretta, lasciando la parola a chi la vive ogni giorno.
Offri una prospettiva del carcere molto diversa da quella a cui siamo abituati. Nel libro torna spesso l’idea che la pena non si misuri soltanto in anni, mesi o giorni, ma nella qualità del tempo trascorso. Cosa significa per te, in concreto, “un tempo abitato”?
Un tempo abitato è un tempo nel quale chi è costretto a stare chiuso lì dentro svolge attività che lo portano a riscoprire sé stesso. In quella settimana ho visto cose bellissime: allenamenti di basket, tornei di cucina… Ho persino partecipato come giudice a una gara di pizze, dove vedevi i detenuti metterci l’anima ed essere davvero orgogliosi di raccontare ciò che avevano preparato. Ho preso parte anche a un incontro all’interno della biblioteca del carcere. Insomma, parlo di ogni attività educativa che viene proposta e che, in termini tecnici, prende il nome di “trattamento”. Un’alta intensità di trattamento significa proprio un carcere in cui si offrono molte opportunità di questo tipo. È questo il cuore del carcere ed è questo il suo tempo di qualità. Anche il preziosissimo lavoro degli agenti di polizia penitenziaria serve a questo: a garantire che le attività di trattamento si svolgano in piena sicurezza.
Perché la realtà del carcere non è quasi mai descritta così nei media o nei racconti tradizionali?
Perché di solito del carcere si parla solo attraverso due estremi: da un lato quando ci sono le rivolte, le devianze e le violenze; dall’altro, al contrario, lo si racconta in modo secondo me troppo edulcorato e mitizzato, rincorrendo la storia del detenuto “bello e maledetto“.
La realtà è un’altra: chi sta in carcere è una persona che soffre, ma che può anche intraprendere percorsi concreti di riscatto, di disintossicazione dalle dipendenze e di ripartenza.
Mi sembra di capire che la dimensione umana e relazionale sia fondamentale in un percorso di questo tipo. Credere in una persona può quindi diventare decisivo per il suo cambiamento?
Non è che può diventare, lo è, lo è assolutamente, toglierei il “può”.
Una delle storie che racconto nel libro riguarda un detenuto vittima di diverse dipendenze, finito in carcere per un’azione di una violenza estrema e con alle spalle una serie di problemi con la giustizia. Lui stesso racconta di essere cambiato nel momento in cui ha incontrato una figura educativa all’interno dell’istituto. Questa persona ha letto il suo fascicolo criminale e gli atti della magistratura, ma ha letto anche il suo curriculum professionale: ha visto che era un muratore.
La sua reazione è stata: «Che meraviglia!». All’inizio il detenuto pensava fosse un’affermazione ironica, una sorta di rimprovero preventivo per dirgli di rigare dritto. Invece era sincera: «Che meraviglia, sei un muratore! Qui dentro abbiamo proprio bisogno di un muratore che lavori».
Questa e tante altre storie mi hanno confermato una certezza: tu cambi se trovi su di te lo sguardo di qualcuno che compie l’atto educativo più radicale in assoluto, ovvero avere fiducia in te anche quando pensi di non meritarla.
E per te, in prima persona, cosa ha significato vedere realmente queste persone?
Per me è stata un’emozione incredibile, è stata forse l’esperienza più forte della mia vita — anzi, tolgo il «forse». Ho provato due sensazioni paradossali. La prima è stata una sensazione di libertà e di accoglienza: entri attraversando diversi cancelli, vai dietro le sbarre, sei controllatissimo, ma una volta dentro ti senti libero perché ti trovi accolto da persone che desiderano essere viste e che ti accolgono per ciò che sei.
La seconda sensazione — e lo dico davvero in modo molto realistico, non poetico — è che ascoltando le loro storie non mi sento migliore neanche di uno di loro. Io non sono migliore, tu non lo sei, chi ci ascolta non lo è. Perché davvero, se fossi nato e cresciuto nelle condizioni di tanti di loro, probabilmente sarei lì al loro posto. Il carcere è un luogo di marginalità sociale dove i condizionamenti personali e ambientali sono fortissimi.
Poi, certo, esiste la libertà. Ho conosciuto un’agente di polizia penitenziaria meravigliosa che mi ha detto: «Anch’io sono cresciuta in determinate condizioni, ma ho fatto una scelta». Quindi esistono la libertà e la responsabilità, ma tante volte il passo tra “noi” e “loro” è veramente un soffio, molto più di quanto ci potremmo aspettare.
La prefazione al tuo libro è firmata dall’ex Ministra della Giustizia Marta Cartabia che, partendo dai tuoi racconti, spende parole importanti sulla necessità di approfondire il tema della giustizia riparativa. Vuoi riassumerci cosa dice e qual è la tua visione in merito?
La giustizia riparativa, secondo me, è il completamento e il vertice della giustizia. La giustizia penale è quella della bilancia: è una dea bendata, cieca, con una spada in mano; deve essere cieca e deve essere inflessibile. Qual è però il rischio della bilancia? È che i piatti restino impari: di fronte a una colpa applichi una pena, ma il dolore raddoppia, perché c’è sia quello della vittima sia quello del carnefice. È inevitabile che in uno Stato civile esista una giustizia penale, ma la si può definire un male necessario.
La giustizia riparativa, invece, è come una pianta che ha radici, cresce e fa ombra a tutti, e sotto la quale possono convivere vittime e carnefici. Stando all’interno di un carcere lo cogli chiaramente: la giustizia penale guarda al passato, quella riparativa guarda al futuro. Me l’ha detto benissimo un’educatrice di cui riporto la testimonianza: il magistrato e il giudice guardano alle azioni del passato e giustamente non leggono la persona, perché è il loro ruolo; gli educatori carcerari, invece, sono chiamati a guardare la persona negli occhi, a conoscerla e a scorgerne le potenzialità. Sono due facce della stessa medaglia, ma il vertice resta la giustizia riparativa.
La prefazione della professoressa Cartabia è meravigliosa e vi invito a leggerla. La cosa che mi ha colpito di più è quando scrive che ascoltare le storie non significa giustificare le azioni, ma che le storie hanno il diritto di essere ascoltate. Ed è quello che ho fatto nel libro: sentirete parlare un mafioso, una persona che ha fatto molte rapine, dei tossicodipendenti, un uomo condannato per violenza contro sua moglie. Sono racconti urticanti e irritanti, ma Cartabia dice giustamente che vanno ascoltati per comprendere. E comprendere è diverso da giustificare, ma è un passaggio necessario, altrimenti non si risolve nulla.
Cosa speri che il lettore porti con sé dopo aver letto queste storie?
Il “Tu puoi” è un’immagine bellissima che spero sia proprio ciò che il lettore si porterà a casa. Significa che puoi allenare il tuo sguardo per cercare dentro le persone la scintilla di bellezza insopprimibile che ognuno possiede: quella scintilla che a volte cova sotto la cenere delle colpe e degli errori, ma che è ciò che ci rende umani ed è ciò che può generare il futuro. Ecco, questa è la sfida che lancio al lettore: cercare quella scintilla sotto la necessaria e doverosa indignazione, perché una scintilla c’è in tutti.