dietro le quinte di George orwell di luca fumagalli
Nella Stanza 101 di George Orwell c’erano i topi; in quella di Luca Fumagalli uno specchio. Cosa simboleggiano? Come mai 1984 è un classico che non smette mai di essere letto e ancora oggi, nella nostra attualità, è in grado di insegnarci qualcosa? Ne parliamo con Luca Fumagalli, autore del Profilo George Orwell. L’arte di uno scrittore politico.

Dietro le quinte di “George Orwell. L’arte di uno scrittore politico”

Come mai hai scelto di scrivere un profilo su George Orwell?

Orwell è un autore che, come tutti i grandi autori della letteratura, ha creato opere che sono dei classici intramontabili. Mi riferisco in particolare alla Fattoria degli animali e soprattutto a 1984, che è un romanzo che è entrato così tanto nell’immaginario collettivo da aver dato origine addirittura a un aggettivo, “orwelliano” che ancora oggi è comunemente usato per indicare uno scenario distopico, terribile, per certi aspetti non così diverso dal mondo in cui noi stiamo vivendo: un mondo dove quel potere massificante che Orwell denunciava è, ahimè, ancora all’opera.

Ma quindi si può definire Orwell, oltre che scrittore, anche un profeta?

Utilizzare il termine “profeta” non mi piace molto perché è un termine abbastanza ambiguo, anche perché certa cattiva critica ha avuto un po’ la malizia di affibbiare a Orwell l’etichetta di “profeta” un po’ troppo spesso per troppe questioni.

In realtà Orwell era semplicemente un autore che era appassionatissimo della realtà, aveva come obiettivo cercare la verità, cioè l’oggettività dei fatti e, semplicemente aprendo gli occhi, analizzando in particolare i meccanismi del potere, ha avuto delle intuizioni che nel corso dei decenni si sono confermate valide e sono valide tuttora, anche se il mondo in cui noi viviamo è molto diverso da quello in cui viveva lui.

E come reagirebbe davanti a una puntata de Il Grande Fratello?

Ne sarebbe stupefatto, ma fino a un certo punto. Sicuramente sarebbe arrabbiato per il fatto che hanno rubato il nome alla sua entità malvagia che domina lo scenario di 1984, ma sicuramente vedrebbe nel Grande Fratello null’altro se non gli esiti perfetti di quello che lui aveva denunciato: un potere che tende a massificare, un potere che tende a regalare alle persone divertimento e intrattenimento per distogliere dalla cosa più importante, che è la realtà. Quindi un modo per spegnere i cervelli e massificare, “zombificare” le persone.

Cosa si intende per “L’arte di uno scrittore politico”?

L’etichetta di “scrittore politico” è stata frequentemente attribuita a Orwell, e non si tratta di un’intuizione originale. Orwell presenta infatti una caratteristica molto particolare: al di là dell’essere un autore politicamente impegnato – basti pensare alla sua partecipazione come volontario nella Guerra civile spagnola – fu un uomo che si dedicò intensamente alla politica, pur non avendo mai fatto parte, se non per brevi periodi, di un partito politico organizzato. Tutta la sua opera, anche quando affronta temi apparentemente non politici, mantiene un legame innegabile con la politica intesa nel senso più ampio del termine: la polis, la società, le persone e il loro ruolo all’interno di essa. L’obiettivo costante di Orwell rimane la salvaguardia della giustizia e della libertà, due concetti che nel mondo in cui viveva percepiva spesso come minacciati.

Per Orwell, ma anche per te, cos’è più importante: la verità o la libertà?

Si potrebbe pensare che i due concetti vadano di pari passo: senza la verità non c’è libertà e in un certo senso senza la libertà non ci può essere la verità. Orwell, secondo me, l’aveva intuito molto bene: in un’epoca in cui il potere tendeva a uniformare generando una verità che era sua e non c’entrava niente con la verità dei fatti, una voce come quella di Orwell è stata significativa per rimettere in primo piano questi temi.

In particolare lui se la prendeva con gli intellettuali di sinistra, di cui trovava ipocrita la denuncia di certe mancanze nei governi liberali o banalmente anche la denuncia del nazifascismo, ma allo stesso tempo appoggiavano magari un regime terribile come quello di Stalin in Unione Sovietica.

Durante il processo di scrittura hai scoperto degli aneddoti che vuoi condividere con noi?

Gli aneddoti su Orwell sono in realtà tantissimi. Un primo aspetto che mi ha molto colpito è che era attraversato da moltissime contraddizioni. Se da una parte si spendeva nei suoi scritti per difendere la verità, dall’altra la sua ricerca della verità risultava alle volte viziata da un approccio un po’ troppo ideologico. A volte, l’uomo che si batteva per i diritti degli ultimi, era il primo a non trattare bene le persone che gli stavano a fianco – note sono, per esempio, le sue relazioni extraconiugali.

Ma ciò che mi ha particolarmente affascinato di Orwell, è stato riscoprire tutta una serie di aneddoti che raccontano come in realtà non fosse un genio della letteratura. Non era uno di quegli autori nati con un talento straordinario che ebbe successo al primo romanzo. Questo aspetto lo rende molto simpatico: fu un autore che dovette faticare, scrivere molto, vedersi rifiutare tantissimi articoli e testi dagli editori prima di trovare una propria voce. Le innumerevoli sigarette che fumava, le continue passeggiate su e giù nel proprio studio perché gli mancava l’idea per dare la svolta all’articolo o al libro che stava scrivendo: sono tutti aneddoti che in qualche modo ce lo rendono più vicino e soprattutto ci insegnano qualcosa di molto significativo, ovvero che il lavoro paga. Non tutti sono chiamati a diventare grandissimi scrittori come Orwell, ma sicuramente il talento va coltivato. Lui che non era nato genio della letteratura, poco alla volta è riuscito a crearsi una voce inconfondibile che lo ha reso un classico della letteratura.

Chi sono i lettori di Orwell?

I lettori di Orwell prima del successo dei suoi capolavori, 1984 e La fattoria degli animali, erano in realtà pochi. Orwell, più che come romanziere, nella prima parte della sua vita si affermò come giornalista, articolista e saggista, occupandosi principalmente di argomenti politici e di attualità politica, sebbene scrivesse anche di molto altro. Orwell aveva dalla sua anche quella di essere un uomo del fare – per esempio nel suo cortile allevava animali selvatici, era amante del bricolage e del giardinaggio ed era anche un carpentiere dilettante. Tuttavia, nei suoi articoli si occupava principalmente di politica e, prima del successo dei suoi capolavori, i suoi lettori erano sostanzialmente i lettori dei principali quotidiani britannici.

Oggi i lettori di Orwell sono potenzialmente tutti. 1984 è un romanzo che è stato erroneamente considerato come una sorta di satira, di critica nei confronti del regime sovietico o dei regimi socialisti in generale. In realtà è qualcosa di molto di più: è una sorta di acuta analisi della fenomenologia del potere, di quelle caratteristiche e di quei meccanismi che servono ad alimentare il potere. È un’analisi interessante perché vale in un regime comunista, in un regime di altro segno politico, ma vale anche in una democrazia come la nostra, dove a volte il rapporto tra potere politico, consenso e media è un rapporto molto stretto e talvolta foriero di ambiguità, in alcuni casi terribili e devastanti.

Di questo Orwell ci mette in guardia, richiamando la cosa più importante, che è appunto la realtà. Lui che credente non era, diceva che almeno su una cosa dovremmo essere tutti d’accordo: l’oggettività della realtà, l’oggettività dei fatti.

Cosa ci sarebbe nella Stanza 101 di Orwell?

Nella sua Stanza 101 c’erano i drammi di un uomo, le paure di un uomo – poi rappresentate dai topi – che cerca in qualche modo di ribellarsi a un potere i cui meccanismi però impediscono la ribellione.

Uno degli aspetti più inquietanti di 1984 è anche il suo apparente pessimismo di fondo. Dico “apparente pessimismo” perché purtroppo Orwell muore relativamente giovane e non sappiamo quali sarebbero stati gli sviluppi del suo pensiero, soprattutto nel mondo della Guerra fredda. Quindi 1984 da qualcuno è stato letto come una sorta di distopia disperante sul futuro dell’uomo.

E nella tua?

Nella mia stanza 101 invece credo che più che la paura di un potere politico che sia coercitivo e opprimente, ci sia banalmente tutta la fragilità e la debolezza umana, cioè tutte quelle contraddizioni, come dicevamo prima, che animano Orwell e che sono anche le contraddizioni che albergano nel cuore di ogni uomo. Se dovessi esemplificare tutto con un oggetto forse la cosa più terribile è lo specchio, cioè quella paura di guardarsi davvero negli occhi e scoprire che in ognuno di noi ci sono lucei e ombre che convivono.

 

Alessia Soldati