Dare voce a vicende a lungo taciute o relegate ai margini della narrazione storica è un atto di responsabilità verso il passato e verso le nuove generazioni. Andare dietro le quinte di Amapola con Daniela Lombardi significa addentrarsi nella memoria viva dell’esodo da Pola: un viaggio intimo tra i racconti familiari, il dolore dello sradicamento e l’urgenza civile di custodire il ricordo affinché non cada nell’oblio.

Dietro le quinte di "Amapola" con Daniela Lombardi

Qual è stato il primo nucleo emotivo da cui è partita la stesura del romanzo?

La prima scena che avevo in mente quando ho cominciato a raccontare questa storia è la scena iniziale del libro sul piroscafo Toscana, che si allontana dal molo con tante persone a bordo e in particolare con la famiglia che è poi al centro della storia. È una scena che mi ha raccontato più volte mio padre, soprattutto questo senso del distacco dal campanile di Sant’Antonio che rimane sullo sfondo, si rimpicciolisce sempre di più, fino a scomparire. Ecco, quello è un po’ il senso dello sradicamento che viene raccontato nel libro. I campanili fanno il paio con la casa, che è l’immagine di copertina, del libro, i luoghi che rappresentano per noi la sicurezza, una vita che viene poi negata per le vicende che poi vengono raccontate nel libro.

Sono vicende che alla fine rischiano sempre di cadere nell’oblio e nel negazionismo. Quanto è importante per te dare voce a una storia a lungo minimizzata?

Questo è lo scopo del libro: dare continuità a questa storia, perché una serie di eventi mi hanno convinto a farlo. Questo libro nasce dalla paura che appunto questa storia che è stata a lungo nascosta, finalmente è riuscita a riemergere. Ma una serie di eventi, tra i quali la morte di mio padre che la raccontava sempre come testimone, e l’incontro con alcuni esuli che mi dicevano: «Noi abbiamo tutti i capelli bianchi, quindi questa storia morirà con noi», mi hanno spinto a voler fare anch’io insomma qualcosa per mantenere in vita questa storia, anche soprattutto per i più giovani, per quelli che non l’hanno mai conosciuta.

Quali emozioni hai provato quindi nel ripercorrere la storia di tuo padre bambino?

Diciamo che sono riuscita a capire una serie di suoi atteggiamenti da grande. Scrivere di lui da bambino mi ha fatto capire questo senso di incompletezza che accompagna sempre l’esule che viene strappato proprio dai suoi affetti, dalla sua terra, magari nell’età appunto più felice, quando si è bambini. È stata insomma un’immagine molto tenera da ricostruire.

Ci sono due figure centrali che sono Francesca e Rino, vuoi dirci qualcosa di loro?

Francesca è mia nonna, che ho ricostruito per fortuna con molta facilità perché sono cresciuta con lei da bambina. Di lei ho voluto far emergere proprio questa saggezza popolare. Nel libro ci sono anche tanti proverbi che lei diceva spesso di fronte a tante situazioni della vita, che le hanno dato anche la forza di superare una serie di vicende che l’hanno segnata particolarmente, che vengono narrate nel libro. Rino invece viene ricostruito nei suoi ideali, nel suo attaccamento alla città fin da piccolo, nella sua voglia di non abbandonarla, di riconquistarla, quasi. Ci sono delle scene anche un po’, come dire, ironiche in cui lui pensa di salvare la città prendendo a pietre tutti i nemici che arriveranno. Consente alla storia di snodarsi e di arrivare alla sua conclusione.

Rino torna a Pola per chiudere un cerchio. Secondo te si può davvero rivivere ciò che ormai è passato?

Sicuramente no, come emerge poi dal libro. C’è il personaggio, la vecia, che invece è una persona che è rimasta a Pola dopo gli eventi e fa capire chiaramente che tutto, tutto è cambiato e che Rino deve pensare ad andare avanti ed è impossibile tornare indietro. Però sicuramente è necessario fare i conti con il passato, soprattutto se appunto c’è stato uno strappo così violento come l’esodo che non ti ha consentito di capire bene tutto, di mettere a fuoco tutto. Quindi tornare indietro può servire a questo, ad avere un nuovo slancio.

Se dovessi riassumere in una frase il messaggio più importante di Amapola, quale sarebbe?

La necessità di mantenere le proprie radici e coltivare il ricordo, ma solo al fine di evitare che altri commettano gli stessi errori o che si rivivano le stesse tragiche vicende, cercando però di superare questa, questo strappo, questa violenza, sempre solo coltivando la memoria, in qualche modo di trasmetterla agli altri e soprattutto capendola per noi stessi.

A chi ti sarebbe piaciuto far leggere per primo il tuo libro?

Sicuramente a mio padre, che ne sarebbe stato insomma contentissimo, anche perché lui, come dicevo, amava molto parlare di questa vicenda, non perdeva occasione di raccontarla anche davanti a domande che non c’entravano nulla. In qualche modo riusciva a dire che era nato a Pola e cominciare a raccontare tutte le sue vicende, ma anche a mia zia, alla quale per fortuna ho potuto farlo leggere. Lei ha 93 anni, non è sempre lucidissima, ma capisce ancora e ricorda benissimo tutte le vicende di Pola.

📹: Daniela Lombardi ci è venuta a trovare per presentare Amapola  in una splendida chiacchierata con la giornalista Lucia Bellaspiga. Se vi siete persi la serata o volete recuperare il video integrale, lo trovate qui!

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