Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
L’educazione dello sguardo. Scuola, alunni e maestri nell’arte

L’educazione dello sguardo. Scuola, alunni e maestri nell’arte

di Timur De Angeli

settembre 2026

Settembre: i ragazzi tornano a scuola, le famiglie tirano un sospiro di sollievo, i professori controllano i registri. E nessuno, o quasi, si ferma a chiedersi cosa significhi davvero tutto questo. Non intendo la funzione sociale dell’istruzione né la crisi del sistema scolastico, tema fisso di ogni autunno come le foglie che cadono. Intendo qualcosa di più radicale: la differenza, abissale ma silenziosa, tra insegnare ed educare.

Insegnare è un atto tecnico. Si trasmettono nozioni, si fanno acquisire competenze, si prepara alla verifica, alla valutazione. Si insegna la matematica, la grammatica, la storia. Ma educare è qualcosa di interamente diverso, e la lingua latina lo sapeva meglio di noi: educare viene da educere, trarre fuori, condurre verso l’esterno ciò che è già dentro. L’educazione non riempie: libera. Non aggiunge dall’esterno ciò che manca, ma porta alla luce ciò che è sepolto, ciò che attende di essere riconosciuto. È un atto che ha una radice teologica prima ancora che pedagogica, perché presuppone che nell’essere umano ci sia già qualcosa di prezioso da salvare, da orientare, da condurre verso la propria pienezza. Chi non crede a questo non educa: istruisce, addestra, forma manodopera qualificata.

L’arte ha capito questa differenza molto prima della pedagogia moderna. E i pittori, quando hanno rappresentato il gesto dell’educare, non hanno dipinto professori che spiegano o alunni che copiano. Hanno dipinto sguardi. L’educazione è, prima di tutto, una formazione dello sguardo: imparare a vedere il mondo per quello che è, e insieme per quello che potrebbe essere, imparare a sostare davanti alle cose con quella qualità di attenzione che è già, in sé, una forma di intelligenza e di amore.

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