Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Copertina del numero di Studi cattolici
Editoriale · EditorialiSc 788

A carte scoperte

di Andrea Beolchi

ottobre 2026

«Non dobbiamo avere paura delle parole. Qui non stiamo parlando genericamente di fine vita, qui stiamo parlando di suicidio e stiamo discutendo se le istituzioni pubbliche debbano diventare parte del percorso che conduce una persona a togliersi la vita. Questo è il punto, tutto il resto viene dopo». Nel corso della seduta del Consiglio regionale veneto dello scorso 1° settembre finalmente si è dovuto giocare a carte scoperte, grazie anche al lucido intervento di Davide Lovat, esponente di Resistere Veneto, che ho preferito riportare alla lettera, perché dir meglio di così non si potrebbe. Il concorso nel suicidio di una persona non può infatti essere trasformato in una “procedura amministrativa”, come è tristemente avvenuto lo scorso agosto con la morte di Domenico Zuccarella in Lombardia. In questa circostanza infatti la Regione ha emanato specifiche “linee guida sanitarie” che hanno spianato la strada al primo caso di suicidio assistito interamente gestito e finanziato dal servizio sanitario regionale. Il che è un passo più in là – per quel che significa sotto il profilo culturale – rispetto a quanto stabilito dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 2019, che depenalizza il concorso di chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che essa reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate – non dunque direttamente gestite, né tantomeno finanziate – da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente.

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