In Tre giorni (Ares, 2026), Nicoletta Sipos intreccia tre storie ambientate nel tempo della Shoah, affidando alla letteratura il compito di custodire vicende familiari che rischiano di scomparire. Dalla fuga di un medico destinato alla morte ai ricordi di un’infanzia segnata dalla deportazione, il libro nasce dalla necessità di distinguere la memoria dalla leggenda e di restituire alla storia la concretezza delle vite vissute. In questa intervista, l’autrice racconta le origini del volume, i personaggi che continuano ad accompagnarla e il desiderio di scrivere ancora. Il libro sarà presentato domani 20 ottobre 2026 alle 19.00 nella sede di Edizioni Ares in via Santa Croce 20/2 a Milano. Con l’autrice ci sarà Francesco Napoli, responsabile ufficio stampa poesia di Mondadori.

Nicoletta, cominciamo dalla copertina di Tre giorni, che mi ha colpito molto. È la foto in bianco e nero di un bambino piccolo. Ce la racconti? 

È mio cugino, che ora ha 90 anni, e all’epoca ne aveva 4 o 5. È vicino alla fontanella in fondo al suo giardino in Ungheria. L’Ungheria è un Paese molto rurale, con villette con grandi giardini, e lui, bambino, era affascinato dall’acqua. Mio zio, suo papà, era un fotografo dilettante, ha scattato la foto, l’ha sviluppata e l’ha tenuta lì. È una foto suggestiva e tenera. Mio cugino da bambino doveva leggermi le storie, sua madre gli ordinava: «leggi il libro a Nicoletta», perché lui aveva 6-7 anni, io 2-3. E quindi eravamo un po’ in dissidio, perché lui si stufava a leggere le storie a me. Ma siamo molto legati, ci vogliamo molto bene, proprio per questo gli ho mandato il libro in Canada. Siamo gli unici due rimasti nella nostra famiglia ad avere vissuto il periodo della Shoah. Mio fratello e un altro cugino, che vive a Budapest, sono nati dopo la guerra e la deportazione; invece, lui ha vissuto questo calvario in pieno. 

Tre giorni è un racconto in tre tempi. Durante la scrittura, c’è stato qualche personaggio a cui hai pensato valesse la pena dedicare un libro tutto suo? 

Il bambino della foto in copertina, assolutamente. Se dovessi scrivere un altro libro lo dedicherei a lui, perché proprio in questi giorni mi ha raccontato aneddoti straordinari di quel periodo. Come quando è stato sciolto il campo a Vienna in cui erano finiti per una serie di circostanze e i russi avevano cominciato a portare via gli uomini per lavorare in Siberia, perché erano rimasti a corto di uomini. Per nascondere lo zio, la zia e mio cugino, che aveva allora 13 anni, lo hanno avvolto in un tappeto e si sono seduti sul tappeto in modo che l’hanno nascosto e i russi non l’hanno visto. Un trucco meraviglioso, no? 

Quale passaggio, personaggio o momento ti è costato maggiore fatica, anche emotiva? 

Sicuramente tutta l’ultima storia, cioè la storia di questo medico, che viene a sapere che il campo di lavoro in cui si trova sarà sciolto e tutti i detenuti saranno portati via. Per dove e a fare cosa? Il dottore capisce che quella misteriosa partenza è una condanna a morte e che se vuole vivere, deve fuggire. Da lì è un avvicendarsi di colpi di scena in una storia assolutamente avventurosa, totalmente incredibile, totalmente vera. Cioè, in momenti così estremi ti domandi dov’è il confine tra vita e morte, quanto è fragile e quanto dipende da che cosa, dal destino, da Dio? Io dico Dio, un altro dirà destino, il caso. È comunque una vicenda straordinaria e nessuno scrittore potrebbe inventarsela. 

La storia e la fuga di Pista sono straordinarie. Anche per gli sviluppi successivi. 

Quando sentivo in famiglia questo racconto, ho spesso pensato che fosse una sorta di favola. Ogni tanto ti fai queste domande sentendo parlare gli adulti. Un giorno però mentre stavo togliendo la polvere da alcuni libri, uno mi è cascato praticamente in testa. Era la testimonianza di un uomo che raccontava della sua deportazione e che si era salvato grazie a Pista. Era tutto lì, nero su bianco. Quest’uomo raccontava com’era andato a ricercare il suo salvatore e come aveva incontrato lui e la moglie che definiva come la donna più coraggiosa che avesse mai incontrato. E questo mi ha molto confortato. 

Cosa ricorda Klári, la bimba protagonista, di quel periodo? 

Klári, che è figlia di madre cattolica e padre ebreo non può ricordare molto perché era molto piccola. Ha comunque tre o quattro ricordi molto molto forti di questo periodo. Altri traumi li ha per così dire “ereditati”. Non è una mia invenzione: lo psichiatra ungherese Sándor Ferenczi ha studiato le ferite psicologiche, non solo delle persone che hanno subito una sofferenza diretta, ma anche dei figli e dei nipoti dei traumatizzati. C’è qualche cosa che serpeggia nella famiglia e che ti ferisce. E io devo supporre che Klári abbia lottato parecchio per capire, per chiarirsi le idee. 

Tu avevi già scritto, prendendo spunto dalle storie della tua famiglia? 

Avevo cominciato a scrivere, poi ho mollato perché, avendo quattro figli e un lavoro, stare dietro a tutto era veramente troppo faticoso. Perderete tanto tempo è stato un errore irrecuperabile. Adesso mi trovo a 85 anni con tante cose che mi piacerebbe ancora raccontare, a chiedermi se ne avrò la forza. Mia madre ha continuato a dirmi di concentrarmi sulla nostra storia. Era convinta che il periodo della guerra, della deportazione, non dovesse andare perduto. «È un romanzo già pronto» mi ripeteva. Io esitavo pensando che ci sono già tanti libri su questi temi, ma alla fine mi sono convinta che non bastano, perché le vecchie storie di vite vissute non devono sparire. Ci sono troppe persone che confondono le cose e noi abbiamo il dovere di conservare la memoria. 

Nicoletta Sipos

È molto affascinante il personaggio di Nora, soprattutto per la sua storia precedente al suo arrivo in Ungheria. Ci racconti qualcosa su di lei. 

Nora è una settima figlia di una famiglia caduta in disgrazia perché i genitori erano fieramente antifascisti. Non erano antisemiti, ma quando sono arrivate le leggi razziali, l’amore della figlia per un ebreo li ha angosciati al punto che non hanno risparmiato sforzi per allontanare il fidanzato dall’Italia come persona non grata. Lei ha fatto finta di accettare la situazione, ma poi è fuggita chiudendo la madre nel bagno per impedirle di allertare i fratelli che l’avrebbero sicuramente fermata. La storia è un po’ più complicata, ma ne parlo nel libro e non mi pare il caso di raccontarla qui. Dico solo che Nora ha capito le ragioni dei suoi ed è rimasta legata alla famiglia fino alla fine della sua vita. 

Hai scelto la forma di un racconto che è un genere poco frequentato. Perché? 

È una forma breve che mi piace perché mi consente di dire in poche righe ciò che mi preme. Nel diario che tengo sulla piattaforma online Substack ho pubblicato alcuni ricordi che hanno riscosso qualche interesse. Purtroppo, i racconti hanno vita difficile in Italia. Così ho pensato di unire tre storie sul tema della Shoah facendone un breve romanzo in tre capitoli dedicati a tre giorni di scelte decisive che cambiano veramente la vita dei protagonisti.  Ho avuto alcune impressioni positive, ma è presto per dire se l’idea è piaciuta o no. 

Cosa stai scrivendo adesso o quali sono i tuoi prossimi progetti? 

Uscendo un po’ dalla storia della mia famiglia mi sono dedicata alle vite di alcune donne. Ho scritto così un romanzo su Maria Sibylla Merian un’acquarellista, ma anche entomologa, vissuta tra il 1647 e il 1717. Una donna che, in epoca in cui le altre donne non sapevano leggere e scrivere, fece di tutto. Fu un’artista finissima, una donna avventurosa, ma anche una commerciante di colori. In più insegnava a piccoli gruppi di donne l’arte di scrittura e lettura. A 52 anni, età alla quale le donne dei suoi tempi giungevano raramente, prende la seconda figlia, che aveva 21 anni, e parte con lei per il Suriname, cioè la Guiana olandese, sfidando un viaggio ad altissimo rischio. Lì passano due anni, esplorando la foresta, studiando rettili e insetti, in un’epoca in cui si riteneva che formiche e farfalle nascessero dal fango, come pensava Aristotele, oppure che fossero creature del demonio. Fu molto fortunata a non finire sul rogo come strega. 

Quindi c’è la scrittura nel tuo futuro. 

Non so quanto sia lungo il mio futuro, però ho un paio di idee, di cui una per un romanzo che spero di poter scrivere ancora. Protagonista è una donna che compie 90 anni e capisce che è venuto il momento di congedarsi dai suoi figli, e quindi fa una specie di tour tra le varie famiglie, cercando di porre rimedio ai loro problemi. Questa è la storia buonista. Ma ho in mente anche un giallo. Vedremo. Intanto mi concentro su questo Tre giorni.