Dal concorso che l’ha promossa solista del Teatro alla Scala al debutto nel ruolo di Myrta in Giselle, Martina Valentini, 24 anni, racconta la sua vita tra disciplina, ambizione e amore per la danza. Allieva di Carla Fracci, cresciuta tra la Scuola di Danza del Balletto di Roma e l’Accademia scaligera, guarda al futuro con entusiasmo, senza rinunciare alla propria autenticità. «Amo vivere ogni attimo al cento per cento», dice, rivendicando una solarità che accompagna tanto il lavoro in teatro quanto la vita fuori dal palcoscenico.

Determinata, positiva e amante della vita, Martina Valentini, classe 2002, romana, con i lunghi capelli neri e due grandi occhi verdi che le illuminano il volto, dal 24 agosto è solista del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, dopo aver superato brillantemente il Concorso Internazionale del Teatro. Il 13 ottobre debutta nel ruolo di Myrta, la regina delle Villi, nel secondo atto di Giselle di Jean Coralli e Jules Perrot, nella celebre edizione firmata da Yvette Chauviré, étoile francese che interpretò il balletto alla Scala nel 1950. Le scene e i costumi sono di Aleksandr Benois, su musiche di Adolphe Adam. Tra i titoli più rappresentativi del repertorio scaligero, Giselle è un gioiello del balletto romantico. La tournée a Shanghai del 2024 ha conquistato il pubblico cinese, mentre le interpretazioni di Carla Fracci hanno consegnato alla storia una delle immagini più intense di questo personaggio femminile, protagonista di una vicenda che intreccia amore assoluto, morte e redenzione. Giselle è una giovane contadina che muore dopo aver scoperto il tradimento di Albrecht, il nobile di cui è innamorata, già destinato a sposare un’altra donna. Se il ruolo della protagonista richiede due registri interpretativi molto diversi, dalla gioia alla disperazione, Myrta è il motore dell’azione nel secondo atto, ambientato nel mondo etereo e sospeso delle Villi, gli spiriti delle fanciulle morte prima delle nozze. Lo spettacolo è stato trasmesso su Rai 5 l’8 ottobre e rimane disponibile per quindici giorni su RaiPlay. 

Martina Valentini (ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala)

Martina, il 24 agosto è arrivata la nomina a solista della Scala. Se l’aspettava? 

No, per niente. È stato un concorso molto difficile, il livello era altissimo e c’erano tante mie colleghe che meritavano la promozione. Quando è arrivata la notizia, è stata una gioia enorme: ho pianto e ho chiamato subito i miei genitori. 

Quali cambiamenti porterà questa nomina nella sua vita professionale e personale? 

Continuerò a lavorare più di prima. Il lavoro è aumentato e mi aspetto di migliorare molto, sia dal punto di vista tecnico sia da quello interpretativo e umano. Spero di arricchire il mio bagaglio professionale. 

L’aspetta un debutto imminente nel ruolo di Myrta, la regina delle Villi, nel celebre balletto Giselle, in programma alla Scala fino al 23 ottobre. Sarà in scena il 13 e il 19. Quale impronta personale pensa di dare a questa figura femminile? 

Il ruolo di Myrta è una sfida, perché è molto complicato, sia sul piano tecnico sia su quello interpretativo. Myrta non è una donna cattiva: fa quello che deve fare. Difende e protegge le giovani donne morte prima delle nozze. Vuole uccidere qualsiasi uomo entri nella foresta, dal guardacaccia Hilarion ad Albrecht, soprattutto perché è arrivata l’ennesima giovane donna morta: Giselle. Devo calarmi nei panni di una donna autoritaria e molto protettiva. 

Giselle è un balletto iconico della tradizione. Carla Fracci ci ha regalato una delle interpretazioni più struggenti e autentiche del personaggio. A una giovane solista come lei, quali sentimenti suscita questa figura femminile, che immagino desideri interpretare un giorno nella sua carriera? 

Giselle è un ruolo profondo, che ti fa sperimentare sulla tua pelle l’amore vero che prova per Albrecht. Ti fa capire che cosa sia l’amore vero, puro, sano. Poi arriva il momento della pazzia, quando scopre di essere stata tradita: è uno dei passaggi più importanti. È un personaggio così profondo che spero di essere abbastanza matura, un giorno, da avere l’onore di interpretarlo. 

L’amore di Giselle è ancora attuale? 

Albrecht era già destinato a un’altra donna, Bathilde. Purtroppo, anche oggi ci sono tante storie dolorose. Dal mio punto di vista, è meno facile perdonare, ma dipende dalla persona. 

A Roma ha avuto la fortuna di ricevere lezioni da Carla Fracci. Quali sono i consigli più preziosi che le ha trasmesso? 

Avevo tredici anni. Ricordo che ci disse di essere sempre vere, di non nasconderci mai dietro qualcosa, di essere autentiche e di portare sempre rispetto alla nostra disciplina, la danza. 

Si sente autentica? 

Sì, sono una persona vera. Cerco di mostrare chi sono davvero e l’amore che provo per questo mestiere. Mi metto spesso in discussione. 

Ci sono altre grandi ballerine a cui si ispira? 

Ammiro moltissimo Sylvie Guillem, per il suo fisico atletico, anche un po’ mascolino, e Lucía Lacarra. Sono due ballerine stupende. 

Nel 2018 è entrata nella Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala. Prima, dal 2013 al 2017, aveva studiato alla Scuola di Danza del Balletto di Roma. Quali differenze ha trovato tra le due scuole? 

Quando ho iniziato ero uno scricciolo, tutta storta, e non avevo le basi. Eppure Paola Jorio, direttrice della Scuola di Danza del Balletto di Roma, ha visto qualcosa che forse nessuno immaginava: il mio talento. Mi ha fatto lavorare seriamente e poi mi ha consigliato di venire alla Scala. Il Balletto di Roma mi ha formata, la Scala mi ha perfezionata. 

Dopo il diploma, nel 2021, ha iniziato a lavorare nel Corpo di Ballo scaligero. Non è un passaggio scontato: era quello che desiderava o sperava anche di fare un’esperienza in una compagnia all’estero? 

Volevo rimanere alla Scala, in un corpo di ballo italiano. Ho avuto la fortuna di entrare subito stabilmente. A volte, oltre all’impegno, ci vuole anche un pizzico di fortuna. 

Ha interpretato ruoli classici nelle celebri coreografie di Rudolf Nureyev, come Il lago dei cigni e Don Chisciotte. Ha danzato variazioni nella Coppélia di Alexei Ratmansky, ma anche lavori contemporanei firmati da grandi maestri, come Petite Mort di Jiří Kylián e The Blake Works di William Forsythe. Si sente più vicina al repertorio classico o preferisce lo stile contemporaneo? 

Mi sento più una ballerina classica: mi piace interpretare gli atti bianchi. Però sono versatile, mi diverto a sperimentare e a uscire dalla mia zona di comfort. Lavorare nello stile di Forsythe, che amo molto, e con Kylián è stata una fortuna enorme. 

Nel 2020 ha vissuto la chiusura della scuola durante la pandemia. Che cosa ricorda di quel periodo? Come riusciva ad allenarsi? 

Ero ancora in Accademia, all’ultimo anno, quello più importante. È stato un periodo brutto. Era fondamentale provare in sala le variazioni da presentare al diploma, ma fino alla primavera abbiamo seguito le lezioni a distanza. Avevamo comprato su Internet un pezzo di linoleum da mettere sul pavimento e mio padre mi aveva montato una sbarra in salotto. Un giorno, finita la videolezione, mi sono messa a piangere. Non ce la facevo più a studiare a distanza: volevo sentire il pianoforte, vedere le mie compagne, sentire il contatto della mia insegnante mentre mi correggeva. Ci siamo perse l’anno più bello, quello della festa del diploma. 

Nel 2018 ha partecipato alla trasmissione televisiva Danza con me di Roberto Bolle. Era la prima volta che ballava in televisione? Che cosa ha provato? 

È stata un’esperienza diversa, molto bella, ma amo di più il teatro: è più autentico, ha un’altra magia. 

Sul suo profilo Instagram appare anche molto innamorata. Il suo fidanzato, Davide Mercoledisanto, è ballerino aggiunto del Corpo di Ballo. Il vostro è un amore nato danzando? 

Ci siamo conosciuti in Accademia. Era nata una forte amicizia, pura, spontanea, dal nulla. Poi abbiamo capito che era amore. Stiamo insieme da cinque anni e mezzo. 

Alla Scala si sono formate diverse coppie, da Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko a Virna Toppi e Nicola Del Freo. Sembra più facile relazionarsi con un ballerino che con un coetaneo che fa un altro mestiere. Perché? 

In realtà, ci sono molte mie colleghe che hanno fidanzati fuori dal teatro. La cosa positiva è che, vivendo la stessa vita, conoscendo la fatica e la stanchezza, ci si capisce bene. È bello avere un compagno che può darti anche consigli tecnici sul lavoro. 

A che età ha sentito il desiderio di danzare? Quando ha capito che quella era davvero la sua strada? 

Ho iniziato a ballare a quattro anni, in una scuola vicino a casa. La danza è sempre stata dentro di me: quando c’era la musica non stavo mai ferma. 

Tra le sue passioni ci sono il trekking, Jannik Sinner e la Roma. Quando fa trekking, ha dei luoghi del cuore? 

Sì, il Trentino-Alto Adige. Ci andiamo d’estate: è il posto ideale per fare trekking e rilassarsi. 

Sinner ha dovuto interrompere la stagione per un problema al ginocchio. Come affronta l’eventualità di un infortunio? Che cosa significa per una danzatrice, che come uno sportivo usa il corpo per professione, fermarsi e accettare i propri limiti? 

Credo sia la paura più grande per qualsiasi atleta, sportivo o danzatore: ce l’abbiamo tutti. Bisogna cercare di rinforzare il corpo per evitare gli infortuni. Ci auguriamo che non succeda, ma, se capita, bisogna prendersi cura di sé, darsi del tempo, usare molto la testa e riprendere con calma. 

Alla sua età, tanti ragazzi vanno al cinema, a ballare, si ritrovano per un aperitivo. Che vita fa una solista di 24 anni? Riesce a ritagliarsi momenti di svago fuori dal lavoro? 

Sì, mi piace molto andare al cinema. Stasera vado con mia mamma a vedere un film horror, Mammina: speriamo non sia una cavolata! (ride). Amo i thriller e i gialli, e ammiro molto anche Christopher Nolan: il suo film Odissea mi è piaciuto moltissimo. Il cinema con i popcorn mi rilassa. 

Quindi le ballerine mangiano anche i popcorn? 

Le ballerine possono mangiare qualsiasi cosa. Ve lo dice una ragazza che ama molto il cibo! 

Ci racconta la sua giornata tipo? 

Mi sveglio alle 7.30, faccio colazione, mi preparo e arrivo in teatro alle 9.30. Alle 10.15 inizia la lezione, poi ci sono le prove, dalle 11.25 alle 13.40. Ho una pausa pranzo di quaranta minuti, alla mensa o al bar, e poi riprendo le prove nel pomeriggio, fino alle 17.30. 

Che ruolo ha avuto la sua famiglia nella sua formazione? 

È stata importantissima. Mi è stata molto vicina e ha fatto tanti sacrifici per me. Le sono sempre grata: è un punto di riferimento fondamentale. Quando voglio staccare, sfogarmi, ridere o piangere, so di poter contare sulla mia famiglia. Scendo spesso a Roma per stare con loro e con mio fratello, che ha 33 anni e fa il meccanico. 

Com’è l’ambiente della danza? Competitivo, solidale, difficile? 

Non lo vedo come un ambiente competitivo. Sono competitiva, ma soprattutto con me stessa. È un ambiente che mi stimola. 

Ha fede? Segue una religione? 

No, amo la vita: questa è la mia forza. Adoro godermi i momenti, vivere ogni attimo al cento per cento e pensare al presente, come se fosse l’ultimo giorno. 

Come descriverebbe la sua generazione, quella dei ragazzi del nuovo millennio? 

Una generazione di sognatori, che non si perde nonostante la tecnologia. È una generazione ben attrezzata, intelligente. 

La vedremo danzare anche in La sagra della primavera di Pina Bausch, per la prima volta alla Scala, nella serata Balanchine, Bausch, Stravinskij, dal 7 al 21 novembre. Un’altra bella sfida, non crede? 

La sfida più grande è riuscire a danzare sulla terra vera che ricopre il palcoscenico. È uno stile molto fisico, pesante, viscerale. 

Attorno a noi il mondo brucia, tra guerre e problemi climatici. È spaventata o ha fiducia nel futuro? 

Ho fiducia. Spero che tutto si risolva. 

Quale consiglio darebbe a un suo coetaneo? 

Di impegnarsi in quello che fa, godersi il presente ed essere pronto ad affrontare qualsiasi cosa. 

È anche testimonial di un marchio di abiti e accessori per la danza. Oggi molti danzatori seguono questa strada, che sembra uscire un po’ dagli schemi più rigorosi del mondo della danza classica. Perché lo fa? 

È un marchio che mi piace. I body mi rappresentano molto, sono fatti a mano dalle sarte e dietro c’è un lavoro enorme. E’ bello realizzare con loro i servizi fotografici pubblicitari. 

Molti ballerini affiancano alla tecnica della sbarra esercizi di Pilates e yoga e, a volte, si fanno aiutare da un coach per gestire meglio paure ed emozioni. Anche lei segue questo tipo di preparazione? 

Non mi faccio seguire da un coach. Quando vado a Roma, faccio lezione di Pilates con una ragazza che conosco, vicino a casa mia. Faceva la ballerina e conosce bene il corpo. 

È felice? 

Sì, sono una persona molto positiva, solare.