La 61a Esposizione Internazionale d’Arte, più semplicemente nota come La Biennale di Venezia, si terrà dal 9 maggio al 22 novembre 2026 e si annuncia come uno degli appuntamenti più rilevanti nel panorama internazionale dell’arte contemporanea.
Con il titolo In Minor Keys, a cura di Koyo Kouoh, la mostra si presenta come un progetto profondamente meditativo, che privilegia le relazioni, le sfumature e le forme di espressione marginali o laterali rispetto ai grandi sistemi dominanti della cultura contemporanea.
Il tema, elaborato dalla curatrice camerunese-svizzera scomparsa nel maggio 2025, orienta l’intera struttura della Biennale verso un’esperienza multisensoriale in cui convivono installazioni, performance, poesia e suono. L’idea è quella di presentare non una narrazione univoca, ma un insieme di “intonazioni minori” capaci di aprire spazi di ascolto e di attenzione. Sono 111 gli artisti convocati, tra individui, collettivi e organizzazioni, mentre 99 Paesi partecipano con i propri padiglioni nazionali e 31 eventi collaterali si distribuiscono tra palazzi storici, chiese sconsacrate e fondazioni veneziane.
Come ha sottolineato il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, al centro dell’edizione c’è «la gioia di un’arte autentica, che tanto somiglia alla vita vera […], una mostra permeata di spirito, di una sacralità che rimette al centro la persona». E ancora, «le piccole cose, che sono grandi. La dimensione umana, misura di tutto […], un sussurro che ci riconduce all’essenziale». La Biennale 2026 si presenta come un ritorno alla dimensione originaria dell’esperienza, fatta di relazioni dirette, corporeità e attenzione al gesto.
Tra le novità più significative figurano i debutti di El Salvador e del Marocco. Il primo presenta Cartographies of the Displaced, a cura di Alejandra Cabezas, dove la serie scultorea Children of the World di J. Oscar Molina affronta temi come diaspora, memoria e appartenenza, costruendo una geografia emotiva dello spostamento.
Il Padiglione del Regno del Marocco presenta invece Asǝṭṭa, progetto di Amina Agueznay e Meriem Berrada, che prende il nome dalla tessitura rituale amazigh. L’installazione riflette sul concetto di soglia – la âatba – come spazio di transizione tra interno ed esterno, pubblico e privato, sacro e profano, trasformando il padiglione in un ambiente stratificato in cui memoria e gesto artigianale diventano linguaggio.

Asǝṭṭa, 2026. Detail. Created by artist Amina Agueznay. Courtesy Moroccan Ministry of Youth, Culture and Communication © Ayoub El Bardii
Il Padiglione Polonia, con Liquid Tongues, propone una riflessione radicale sul linguaggio. Il lavoro di Bogna Burska e Daniel Kotowski, insieme al gruppo Choir in Motion, mette in crisi l’idea di comunicazione lineare, intrecciando lingue parlate, International Sign e suoni non umani come i canti delle balene. L’opera diventa un attraversamento percettivo più che una mostra da decodificare.

Bogna Burska, Daniel Kotowski, “Liquid Tongues”, 2026, video, courtesy of Zachęta – National Gallery of Art
In Armenia, The Studio di Zadik Zadikian trasforma il padiglione in una bottega attiva per tutta la durata della Biennale. Le opere nascono in tempo reale, a partire da materiali elementari come il mattone. «Nulla è definitivo. L’opera è il processo stesso del fare» diventa la chiave di lettura di un progetto che dissolve il confine tra produzione ed esposizione.
Il Padiglione Etiopia ospita Shapes of Silence di Tegene Kunbi, che esplora il silenzio come condizione sociale e politica. Il silenzio non è inteso come assenza, ma come spazio stratificato attraversato da tensioni culturali, gerarchie e disuguaglianze nella distribuzione della parola. Pittura e assemblage diventano strumenti per interrogare ciò che resta fuori dal discorso.
La Francia riapre il suo storico padiglione con Comme Saturne di Yto Barrada, curata da Myriam Ben Salah. Il progetto utilizza la tecnica del tessile dévoré, in cui l’acido corrode selettivamente il materiale. Distruzione e creazione convivono in un ambiente immersivo che richiama immaginari mitologici e cicli di trasformazione, tra perdita e rivelazione.
Il Padiglione Italia, Con te con tutto, di Chiara Camoni e Cecilia Canziani, si presenta come un’unica grande installazione ambientale. Da una foresta silenziosa di sculture in ceramica si passa a uno spazio luminoso in trasformazione, costruito con materiali naturali e di recupero. Il percorso mette in relazione corpo, materia e paesaggio, rielaborando la scultura come esperienza immersiva e collettiva.
Nel complesso, la Biennale Arte 2026 costruisce un paesaggio artistico in cui il “minore” non è marginale, ma centrale: una grammatica dell’ascolto che trasforma Venezia in un organismo fatto di voci, silenzi e relazioni in continua modulazione.