Benedetta Centovalli ha lavorato a lungo in editoria e coltivato predilezioni letterarie occupandosi di alcuni scrittori e scrittrici del Novecento italiano, in particolare di Romano Bilenchi, Giorgio Bassani e Giovanni Comisso, di Lalla Romano, Gina Lagorio, Clara Sereni, Alda Merini, Cristina Campo, Anna Maria Ortese ed Elsa Morante. L’ultimo volume da lei curato nel 2022 è Viaggiatori del cielo. Omaggio a Maria Corti (Mattioli 1885). Recentemente è stata pubblicata la versione riveduta di Nella stanza di Emily (la Tartaruga, 2024), originariamente apparso nel 2020 per i tipi di Mattioli 1885.

Fernanda Rossini è insegnante, saggista e traduttrice. Specialista di Flannery O’Connor, ha pubblicato per Edizioni Ares la prima biografia in italiano della scrittrice, Flannery O’Connor. Vita, opere, incontri (2021).

Hai scritto un libro che solletica la curiosità di conoscere meglio sia Emily Dickinson sia Benedetta Centovalli, perché non è un saggio di Emily Dickinson, ma neppure un semplice resoconto del tuo viaggio nei luoghi di Emily. Come lo definiresti tu? Cosa ti ha condotto a questa scelta narrativa?

Non è un libro su Emily Dickinson e non è una sua biografia. Il testo nasce dal mio viaggio fatto ad Amherst nel 2019 per visitare la sua casa. Ne è uscita una scrittura ibrida che dialoga con le fotografie scattate con il cellulare e che definirei un reportage narrativo nei luoghi di Dickinson e nelle mie intime passioni letterarie. Tutto nasce dalla casa di Emily, e questo rispecchiamento della voce narrante con Emily ha favorito anche l’affacciarsi di un parziale – solo parziale – disvelamento del narratore. La memoria del viaggio ha così accolto in sé altre memorie e ha costruito il suo racconto. Volevo comprendere meglio la poesia di Dickinson e per fare questo sono andata ad Amherst.

Come è nata l’esigenza di un viaggio nel territorio e nei luoghi domestici di Emily Dickinson? Pensi che qualcosa del luogo in cui vive possa influenzare in profondità una personalità sensibile, o viceversa che la sua presenza lasci una traccia nei luoghi? Che cosa hai trovato nella stanza di Emily che ti ha spinto a raccontarci di questa tua esperienza personale?

Sono una visitatrice di case dei poeti. Le loro abitazioni, i giardini o le tombe, possono parlare più da vicino della loro opera e anche raccontarci meglio della loro vita. Credo che visitare i luoghi degli scrittori aiuti a comprenderli, li renda più concreti, reali, senza nulla togliere all’immaginazione che può comunque reinventarli a suo piacere. Così il mio viaggio ad Amherst nei luoghi di una delle più grandi voci poetiche di tutti i tempi, viaggio sognato per tanto tempo, è stato più intenso di quanto immaginassi. La poesia di Dickinson mi è sembrata risuonare ancora più forte dalla sua casa. Lei, specialista della luce, aveva nella sua camera una luce speciale, verticale, palpabile, solida. La sua stanza era insieme una wunderkammer e una war room, una stanza delle meraviglie e una di guerra. Prigione e rifugio, consolazione e riscatto, «un mare su uno stelo».

Mi piace pensare che ci sia un rapporto simbiotico tra i luoghi che abitiamo e le nostre esistenze. Nel caso di Dickinson credo che Amherst, la sua casa, la sua stanza, «questa vita minuscola», siano ciò che le ha consentito di vedere l’universo e trascenderlo nella sua poesia, di vivere «in the light of her own fire», nella luce del proprio fuoco, come scrisse l’amata cognata Sue nel necrologio. Dopo il mio pellegrinaggio, mi sono domandata perché, in quel momento della mia vita, Amherst e Dickinson avessero avuto risonanze per me tanto intense. Cosa stavo cercando veramente? E cosa modificava questa esperienza nella mia percezione della letteratura? Non c’erano segreti da svelare ad Amherst se non immaginare come si potesse abitare l’abisso, come per Emily stare tra la soglia e il tuono potesse essere un modo possibile di stare al mondo e che potesse dare buoni frutti. Non era poco.

Nel tuo libro ti riferisci a Emily chiamandola «poeta»: perché? Ci puoi illustrare chi davvero era Emily, al di là degli stereotipi sui quali una sua immagine è stata costruita e diffusa nei decenni? In che modo, secondo te, lei ci parla ancora oggi?

Credo che Dickinson sia un poeta nel senso alto e assoluto del fare poesia, al di là del genere e delle attribuzioni, per lei stessa il poeta è androgino, ambivalente, metamorfico, come anni dopo avrebbe scritto Virginia Woolf. Nella sua scrittura Emily mette insieme poe­sie e lettere cercando il costante superamento della prosa, della comunicazione lineare e dei generi letterari. La poesia era la sua casa, la sua stanza, il suo destino.

La sua esistenza confinata dentro un paese austero, in una casa austera, poi in una stanza luminosa, ha alimentato la leggenda di una figura in abito bianco che girava con due gigli in mano, amante dei fiori e degli uccellini, che spediva poesie al colonnello Higginson, incapace di comprenderle, che aveva amato un prete e un vecchio giudice. Una zitella con i capelli divisi in due bande, che passeggiava con il suo grosso cane Carlo, che amava fare il pane e i dolci e sapeva occuparsi del giardino. Il padre severo, la madre incapace di comprenderla, un fratello e una sorella, la cognata Susan e i nipoti amatissimi. Tutto concorreva alla costruzione di un’immagine prefabbricata e allineata all’immaginario del proprio tempo. Dopo la sua morte, una difficile eredità, dovuta a delicate questioni familiari legate alle vicende sentimentali del fratello Austin, aveva poi avallato due diversi stereotipi in conflitto tra di loro: una Emily virginale e biancovestita e una Emily ribelle e vitale. C’è voluto quasi un secolo perché gli studi su di lei e i suoi testi pubblicati in versione originale restituissero appieno la sua biografia personale e letteraria e la vastità dell’arcatura dei suoi versi.

Dickinson appare oggi sempre più nostra contemporanea. Lei che ha anticipato le poetiche novecentesche, sconfina nel futuro come tutti gli acrobati del tempo, come i veri visionari. Due parole la definiscono: riddle, enigma, e slant, obliquo, l’unico modo che abbiamo per avvicinare il mistero. Obliquo come il testo che ho cercato di scrivere. La poesia di Dickinson è nutrita di pensiero interrogativo, nasce mentre il pensiero si forma, si interroga e si distrugge, è una macchina formidabile di conoscenza e di coscienza intelligente. Un viaggio esistenziale che costruisce una sua etica verticale delle parole, selezionate, pesate, provate, portate fino all’estremo della loro filologia. Un discorso poetico dove la punteggiatura con i suoi trattini scandisce il pensiero e l’impennarsi delle metafore. Lei, che non aveva visto il mondo ma che lo aveva compreso, che morirà praticamente inedita, credeva nella fede – non nel dogma – come bussola dell’ignoto, nella poesia come chiave del Paradiso, nell’ironia come stile del relativismo. Mettere a nudo il pensiero e intanto imparare a vedere nel buio.

La Dickinson ha scritto moltissimo, circa 1.300 lettere e 1.800 poesie, e nel tuo libro ne riporti alcune di molto significative: come è stato per te selezionarle e proporle in traduzione?

Molto difficile, poi le traduzioni italiane, per lo più ottime, da Guidacci a Lanati, da Raffo a Bacigalupo, da Gardini a Bre, fino alla recentissima traduzione di Borio e Blakesley (pubblicata per Crocetti dopo l’uscita del mio libro), e a tutte quelle fatte negli anni da poeti (Montale, Campo, Rosselli, Luzi, Giudici, Lamarque), offrono un ampio ventaglio di scelte, tra le quali ho cercato di regolarmi secondo il mio personale gusto.

Resta che una poesia così scavata nel senso ultimo delle parole, studiata nel ritmo, fatta di rime interne, di versi rivisitati secondo necessità, di lampi e di ironia che regolano o infrangono il dettato poetico in un alternarsi di componimenti discorsivi con altri più ellittici, è intraducibile, la si può solo affiancare nel rispetto di quella «Parola fatta Carne», della sonorità, di quegli aspetti grafici così determinanti ai fini della comprensione del testo.

Accanto a Emily nel tuo libro proponi anche altre figure femminili (Antonia Pozzi, la fotografa Vivian Meier) che hanno compiuto scelte difficili e dolorose. Che cosa le accomuna a Benedetta Centovalli?

L’arte ripara le ferite e le ingiustizie mettendole in mostra e facendone museo della memoria, le nostre mancanze fatte racconto sono il dolore di tutti e il nostro riscatto, l’immedicabile specchio della nostra alterità. Per una donna poeta o artista che sia, la questione è ancora più complessa perché oltre alla propria ferita, alla propria mancanza, alle ragioni che la spingono all’espressione artistica, testimonia anche le discriminazioni e le ingiustizie di una cultura che – a seconda del luogo e del tempo in cui si trova a operare – non riconosce o stenta a riconoscere o sembra riconoscere la parità di genere. La vicenda di Dickinson è esemplare anche per questo. Una donna nella metà dell’Ottocento non poteva pubblicare liberamente poe­sie, tanto più se non rientravano nel canone letterario dell’epoca. D’altronde una donna di metà Ottocento non poteva neppure accedere a un percorso di studi libero dai vincoli di genere, per non parlare dell’università, ma aveva cucito addosso il ristretto abito di moglie e madre esemplari.

Quali suggerimenti di lettura lasci a chi volesse proseguire al scoperta di Emily Dickinson?

Leggere i suoi testi: le sue poesie e le sue bellissime lettere, che tanto ci raccontano della sua vita. Con il tempo lettere e poesie diventano sempre più sovrapponibili, in un’osmosi di metafore e immagini che scaraventano noi lettori di oggi al centro della sua poesia. Per avere una panoramica dei suoi versi, il Meridiano Mondadori, a cura di Marisa Bulgheroni, è sempre un ottimo strumento, così come il volume di Poesie, a cura di Massimo Bacigalupo, sempre per Mondadori. Ci sono poi oggi molte antologie di poesie scelte, e ognuna ha il pregio di mettere in luce aspetti diversi: segnalo l’ultima pubblicazione a riguardo, Cinquantacinque poesie, per la qualità della traduzione (già citata) e anche per la bella introduzione di Maria Borio.

Per le lettere, oltre allo storico volume Bompiani, a cura di Margherita Guidacci, ci sono le Lettere, a cura di Barbara Lanati, nell’edizione Feltrinelli.

Scopri la nuova uscita Emily Dickinson. Gemma Oscura, scritto da Paola Tonussi, nella collana Profili.

Leggi un estratto dal nuovo Profilo su Emily Dickinson pubblicato sul numero 783 di Studi cattolici.