È il 1975. Seamus Heaney, poeta che 20 anni dopo sarà insignito del Premio Nobel per la Letteratura, ha superato i 35 anni. Allontanatosi qualche tempo prima dall’Irlanda del Nord per proteggere la famiglia dai pericoli dei Troubles, rifugiatosi in un cottage nella contea di Wicklow e conclusa l’esperienza americana di lecturer a Berkeley, decide di tornare in città e di stabilirsi a Dublino. Forse per «prudenza» come afferma. L’oasi campestre di Glanmore si rivela inadatta all’accresciuta famiglia.

Seamus Heany (1913-2013). Premio Nobel per la letteratura nel 1995

Il 1975 è l’anno in cui vedono la luce due raccolte: la pietra miliare North, così controverso, duro, impegnato in un corpo a corpo irrimandabile con la realtà, e Stations, primo e quasi unico fascicolo di poemetti in prosa (li riprenderà poi in District & Circle).

Dalle prime raccolte (Death of a Naturalist, Door into the Dark) fino a North, la poesia di Heaney passa da una lirica radicata nell’esperienza rurale, sensoriale e artigianale del Derry a una scrittura sempre più densa e problematica. Con Wintering Out entra in modo esplicito la pressione dei Troubles: una lunga e complessa sedimentazione di tensioni che affondavano le radici in decenni di fratture mai ricomposte di natura sociale, abitativa, scolastica, religiosa e politica, che, nei primi anni Settanta, sfociarono in una condizione esistenziale di paura e sospetto diffuse.

Le novità di North e Stations

Con North questa tensione viene assorbita in una dimensione archetipica, producendo una poesia più aspra, scura, dove il conflitto contemporaneo è pensato come nodo antropologico e morale prima che politico. Per tradurre la brutalità del passato e innestarla nel presente, Heaney si serve dei popoli antichi. Ecco i corpi riemersi dalle torbiere danesi – l’uomo di Tollund e quello di Grauballe – ed ecco i vichinghi: «Erano voci assordate dall’oceano / che mi mettevano in guardia, risollevate / nella violenza e nell’epifania».

Stations è l’altra risposta di Heaney alla stessa urgenza di North: meno monumentale, più prosastica, ma capace di far entrare storia e settarismo nella vita pre-riflessiva. Se North assorbe la storia in un senso archeologico, Stations la riporta nel circuito dell’esperienza.
«Penso che sia stato dopo aver consegnato il manoscritto di North che li ripresi» confessa il poeta a Denis O’Driscoll in Stepping Stones

e a quel punto passai dal trattare la vita preriflessiva di Mossbawn a testi retroilluminati dalla consapevolezza del momento storico o delle circostanze politiche – ce n’è uno sui fratelli Evans congedati dall’esercito che arrivano alla nostra porta con il rosario per mio padre, uno sul prigioniero di guerra tedesco di stanza all’aerodromo locale, e uno sull’incontro con dei lealisti nei bagni di un hotel di Belfast […]. Ognuno è una traduzione in parole più autocoscienti della prosa abituale, ma non abbastanza giustificate da farsi verso.

Heaney lavora ai testi già nel 1970-71, quando è in California. Li mette però da parte dopo l’uscita dei Mercian Hymns di Geoffrey Hill: «Quello che mi sembrava un colpo a sorpresa, in una forma nuova per me, era stato vanificato da un lavoro svolto con piena autorevolezza» scrive da Glanmore nel marzo 1975, nella nota che accompagna la pubblicazione. D’altra parte, il rientro a Belfast, un mese dopo l’introduzione dell’internamento senza processo, con le sirene che tagliano l’aria, lo convince ad accantonare le prose. Le riprende a Glanmore. «Adesso penso a questi componimenti come snodi di un turas psichico, stazioni su cui mi sono spesso soffermato, inconsciamente, nella mia testa». E sappiamo quale valenza abbiano poi assunto le stazioni di una sua personale via Crucis e il pellegrinaggio a Station Island.

I 21 poemetti, di cui finalmente abbiamo anche la traduzione italiana integrale (Stazioni, Molesini 2025, pp. 770, € 15), trattano esperienze d’infanzia, in terza persona singolare – con elementi perturbanti che entrano di soppiatto (come in Death of a Naturalist) – e riprendono vicende politiche irlandesi – la realtà contemporanea, come abbiamo visto, più vicina a North , per finire con la prosa di “Incertus” dove Heaney dà compimento alla sua vocazione transitando dall’età in cui «un’anima timida e nervosa» si firmava con tale pseudonimo in segno di obbedienza, all’oggi in cui può liberarsi dalla minorità e affermare in piena coscienza il proprio nome e l’acquisita postura. «Oh sì, ho strisciato prima di camminare» afferma nel testo tradotto da Giorgia Meriggi. Le traduzioni di Stazioni, condotte con mano non “incerta”, sono del trio Marco Sonzogni, Giorgia Meriggi e Leonardo Guzzo, che di loro dicono: «Considerano la condivisione della traduzione letteraria come preziosa esperienza di confronto, approfondimento e crescita». Il lascito di una catena umana che non si spezza. Bella la copertina dell’agile volume: una foto di Heaney con caschetto alla Beatles, una sigaretta in mano, giacca spinata e camicia, lo sguardo obliquo, probabilmente colto in conversazione.

Rimo per potermi vedere

Ecco, allora, “Terreno di Cova”, tradotto da Sonzogni, in cui il giovane Seamus si limita a guardare i nidi delle rondini scavati sulla riva del fiume e ad ascoltarne i cinguettii, impaurito da un’esperienza precedente quando, infilata la mano in un pertugio, aveva sentito il becco freddo e pungente di un pettirosso morto. Ma poi compie, rompendo l’impasse, un gesto emblematico: «Avvicinare l’orecchio a uno dei fori abbandonati e ascoltare il silenzio sottoterra». Risuona con “Elicona personale” (Death of a Naturalist) dove lo sguardo del bambino che indaga i pozzi si accavalla a quello dell’adulto che curiosa spavaldo tra radici e limo: «Rimo / per potermi vedere, per rendere il buio echeggiante». È da quella terra, da quello scavo poetico e concretissimo, da quell’ascolto delle profondità che nasce la sua poesia, come restituzione e come risarcimento.

In “Scavare il pozzo” entra in scena la pompa dell’acqua piantata nella fattoria di famiglia, punto di riferimento per la collettività, omphalos, qualcosa che si pensava impossibile da rovesciare. La si può leggere a specchio con “Mossbawn: due poesie come dedica”, in North.
La svolta verso il presente si compie in “Patrizio e Ossian” e poi in “Sweet Williams”, un testo in cui Heaney riafferma la propria poetica e quindi la scelta di cantare i fiori di campo, piuttosto che i bei fiori dai nomi altisonanti implicati nel richiamo al re protestante Guglielmo d’Orange. Una posizione ideologica: «A quell’araldica io non avrei mai aderito» scrive. Insomma quello che può fare è dare spazio, credito a un mondo attraverso la poesia – e lo farà concependola come contrappeso alle pressioni della realtà – nella forma dell’immaginazione che a sua volta preme e pesa sull’attualità.

Le prose centrali di attraversamento del presente sono affidate alla penna di Guzzo. Ne “I profanatori del sabato”, Heaney descrive un assalto al loro campo di hurling, gioco nazionale irlandese simile all’hockey. L’atto violento non spegne in loro la determinazione di abitare quelle terre: «Vivevamo lì anche noi. Fissavamo i rami imbandierati e ci imprimevamo la scena. IN SPREGIO ALLE PRIGIONI, AL FERRO E AL FUOCO. Implacabili». La tensione, poi, si respira fortissima in “Inquisizione” (tradotto da Meriggi), dove nei bagni di un hotel di Belfast tre uomini, evidentemente protestanti, lo bloccano in uno spazio claustrofobico, quasi da primo piano cinematografico distorto, e lo mettono alla prova. Il poeta deve rispondere a tono. Gli sbarrano la porta, uno gli stringe la mano in una morsa, con la sua chela che denota un alfabeto differente, perché la parola non è neutra, dice l’appartenenza, la denuncia. Tutto si risolve con una gran paura e pacche sulle spalle. Ma è ovvio che il clima in cui Heaney vive non è di secondaria importanza nella sua opera. Il poeta si carica di una doppia missione: è il cantore della propria terra e l’intellettuale impegnato in una riflessione di lunga durata che vede il suo compimento nel limpido discorso per l’assegnazione del Premio Nobel.