Per affrontare le sfide con cui l’evangelizzazione oggi deve misurarsi, riassumibili nella “frattura” creatasi nel tempo tra i contenuti evangelici e il linguaggio ecclesiastico e la cultura laica, Sergio Tapia-Velasco, professore associato di Retorica e Antropologia, nella Pontificia Università della Santa Croce di Roma, propone alcune modalità concrete per formare i cristiani culturalmente in modo da renderli capaci di «mostrare che Cristo è il Logos, la ragione profonda di tutto ciò che esiste» e offrire agli altri «una pienezza di vita che affascini».
«Che tristezza se, parlando di Dio, la gente si annoia…». Porto scolpite nel cuore queste parole di san Josemaría, richiamate con vigore da mons. Javier Echevarría alla vigilia della mia ordinazione sacerdotale, ormai quasi 28 anni or sono. Quel monito non era solo un invito alla pietà, ma una profonda intuizione pastorale che oggi trova conferma persino nelle scienze cognitive. La noia, infatti, non è un semplice stato emotivo, ma una barriera cognitiva che impedisce l’apprendimento e l’apertura all’altro.
Da quel momento, ho implorato incessantemente dal Signore la grazia di annunciare il suo messaggio assecondando l’esortazione di sant’Agostino nel De doctrina christiana. Il Vescovo d’Ippona, maestro di retorica prima ancora che di teologia, esortava a parlare «ut Veritas pateat, ut Veritas placeat, ut Veritas moveat» («che la verità divenga evidente, piaccia, commuova», ndr)[1]. Questa triade non è solo un precetto stilistico, ma rispecchia la struttura stessa dell’intelletto umano. Affinché la Verità – che è Cristo – diventi chiara ed evidente (pateat), occorre superare quella “saturazione informativa” che caratterizza la nostra epoca. La scienza moderna ci insegna che il cervello umano è programmato per filtrare ciò che è monotono o privo di significato vitale [2]. Pertanto, la Verità dev’essere presentata in modo attraente ed eloquente (placeat), non per vanità estetica, ma perché la bellezza funge da “attrattore cognitivo”, predisponendo l’anima a una conversione autentica (moveat) che coinvolga tanto la ragione quanto le emozioni profonde.
Oggi, tuttavia, questo nobile intento si scontra con le asperità di una società post-cristiana. Ci troviamo di fronte al fenomeno del “pregiudizio di familiarità”: molti ritengono di conoscere già il cristianesimo, avendone però assorbito solo una versione superficiale o distorta. In questo contesto, il linguaggio diventa una frontiera decisiva. La difficoltà, spesso presente nel ministero della parola, risiede nell’incapacità di armonizzare il proprio registro espressivo con quello dell’interlocutore.
Già all’alba della modernità, Baldassarre Castiglione, nel suo trattato Il Cortegiano, ammoniva circa l’importanza di una comunicazione viva, capace di rifuggire arcaismi ormai privi di forza semantica. Egli definiva questa sensibilità «bon giudizio» [3]. In termini moderni, potremmo parlare di «teoria della pertinenza» [4], secondo cui un messaggio è efficace solo se l’ascoltatore può connetterlo al proprio contesto con il minimo sforzo cognitivo. Se usiamo un linguaggio troppo distante dalla vita reale, creiamo una “dissonanza cognitiva”, che allontana invece di attrarre.
Superare la “frattura” tra Vangelo e cultura odierna
La Chiesa, nel suo sforzo di mediazione, è guidata dalla Costituzione Gaudium et spes, che impone di scrutare i segni dei tempi per rispondere agli interrogativi sul senso della vita [5]. In un mondo globalizzato, la sfida della multiculturalità non è un ostacolo, ma una condizione originaria del cristianesimo. È estremamente significativo che il Nuovo Testamento sia stato consegnato alla storia in greco, una lingua “ponte”. Il Vangelo nasce, dunque, già “tradotto” rispetto all’idioma originario di Israele, indicando che la Parola di Dio possiede un’intrinseca plasticità culturale.
La linguistica contemporanea – in particolare la teoria della traduzione di Eugene Nida – suggerisce che ogni traduzione è un atto di incarnazione [6]. Perciò, come insegna papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium, la diversità culturale non minaccia l’unità, ma esige che la fede trovi espressione in forme appropriate a ogni identità [7]. Questa “polifonia culturale” è ciò che permette al Vangelo di non restare una reliquia del passato, ma di essere una forza viva capace di dialogare con le scoperte della scienza e le nuove sensibilità sociali.
Tuttavia, il grande dramma della nostra epoca, come profeticamente asserito da Paolo VI, resta la frattura tra Vangelo e cultura [8]. Dalla modernità in poi, si è teso a relegare la fede in una dimensione puramente privata, riducendola a una collezione di precetti morali. Questo fenomeno, che il filosofo Charles Taylor descrive come l’«immanent frame» o cornice immanente [9], porta a percepire la religione come qualcosa di estraneo alla realtà tangibile.
Eppure, proprio in questa crisi risiede una straordinaria opportunità pastorale. Siamo chiamati a riabitare la cultura non con spirito di conquista, ma con intelligenza e creatività. Se la fede diventa solo “moralismo”, perde il suo potere di fascinazione. La psicologia della religione evidenzia come una fede priva di ancoraggio culturale e simbolico tenda a svanire nel giro di poche generazioni. Investire nella formazione culturale, dunque, non è un lusso accademico, ma un atto di carità intellettuale: significa mostrare che Cristo è il Logos, la ragione profonda di tutto ciò che esiste.
Questo dialogo non può restare un compito riservato esclusivamente ai presbiteri; esso rappresenta una missione che interpella ogni battezzato. Già san Pietro esortava i primi cristiani a essere sempre pronti a «rendere ragione della speranza» che è in loro (1 Pt 3, 15). Oggi, ciò si traduce nella capacità di testimoniare la fede imparando a esprimere con chiarezza i propri argomenti, rendendo la salvezza accessibile a chi ci sta accanto.
I classici:“grammatica dell’anima”
Un punto di partenza fecondo è il ritorno ai classici – dalle vette dell’antichità alla modernità – poiché queste opere educano il cuore a riflettere sul senso del dolore, dell’amore e della morte. Come ricordato da san Giovanni Paolo II, fede e ragione sono le due ali con cui lo spirito umano si innalza verso la verità: i classici offrono una “grammatica dell’anima” che permette al fedele di interloquire con chiunque, toccando corde universali [10]. Quanto sarebbe utile, per esempio, riscoprire l’Etica Nicomachea di Aristotele per affrontare la perenne necessità delle amicizie, in alternativa al pericoloso isolamento digitale; o rileggere Kierkegaard per meditare sulla fragilità dell’esistenza. Persino i libri d’avventura di Salgari o Verne possono offrire ai giovani orizzonti di autentico stupore, sottraendoli all’ipnosi dei mondi virtuali.
L’oratorio come “officina di umanità”
Inoltre, la cultura ci offre uno spazio necessario per riscoprire il valore del riposo. Spesso l’efficacia dell’annuncio è minata dalla nostra stanchezza: viviamo in un mondo frenetico dove le parole si limitano a banali osservazioni meteorologiche o discussioni superficiali. Al contrario, chi riscopre l’arte come una vera via di salvezza sperimenta un cambiamento profondo. Ritrovare il piacere di ascoltare una sinfonia o una canzone pop, nutrire lo sguardo in un museo o riscoprire un classico del cinema, permette alle nostre conversazioni di riempirsi di vita e di allegorie. L’espressione artistica parla direttamente al cuore, superando i pregiudizi razionalistici, e prepara il terreno per parlare dell’eternità.
La bellezza è una via privilegiata per avvicinare gli uomini a Dio e saziare la loro sete spirituale. […] La bellezza è anche capace con il suo linguaggio simbolico di far incontrare uomini e donne di culture diverse su valori comuni, che affondano le radici nella loro specifica identità antropologica e nell’esperienza originaria della loro umanità, consentendo all’uomo di tenere aperto il cuore al fascino del mistero e dell’assoluto [11].
Questa sensibilità rivela la sua massima fecondità nell’àmbito educativo. Educare i fedeli – fin dall’infanzia – a uno sguardo contemplativo significa disporli a riconoscere il riflesso del divino nel bello. In questo cammino, il teatro riveste un ruolo d’eccezione, poiché educa all’empatia e alla «verità della presenza» [12]. In tale orizzonte, l’oratorio parrocchiale riscopre la sua vocazione più autentica: non solo luogo di svago, ma vera “officina di umanità” e scuola di conversazione, dove i giovani imparano a dare forma ai propri ideali attraverso la musica e il dialogo [13].
Conoscenza della storia
Infine, la formazione culturale garantisce lo sviluppo di quel pensiero critico necessario per interpretare correttamente la storia. Spesso siamo vittime del negativity bias (la tendenza psicologica a dare più peso alle notizie negative), che ci fa credere di vivere nell’epoca peggiore della storia. La conoscenza storica, invece, ci dona equilibrio.
Ricordo l’esempio di un vescovo del centro Europa che, di fronte a un doloroso scandalo diocesano, rispose con calma appoggiandosi alla sua competenza di storico. Egli mostrò come, un secolo prima, la situazione fosse ben peggiore, tra povertà estrema e clero irregolare. Quella prospettiva gli permise di trasformare un momento di crisi in un’occasione di verità: dobbiamo ricominciare, sì, ma consapevoli di partire da una salute spirituale e da mezzi pastorali oggi molto più solidi.
Affinché questi ideali non restino aspirazioni astratte, è necessario che ogni credente strutturi un proprio itinerario personale di crescita culturale, trasformando il desiderio in una progettualità concreta. Non basta, infatti, essere convinti dell’importanza della cultura; occorre stabilire con realismo come e che cosa fare per nutrire la propria mente. Questo implica una pianificazione sapiente: decidere quanti e quali libri leggere ogni mese, selezionare i film da seguire e individuare fonti critiche attendibili – siti di recensioni o riviste specializzate – che ci aiutino a scegliere con discernimento, evitando di restare ostaggi delle mode del momento o delle strategie del marketing. Allo stesso modo, è opportuno imparare a investire tempo e risorse per frequentare musei, teatri e sale da concerto, o anche solo per selezionare, nell’immenso oceano delle piattaforme di streaming, quei documentari e quelle composizioni musicali che possiedono un autentico valore formativo.
Il pensiero critico come antidoto alla “post-verità”
In un’epoca segnata dalle derive della cosiddetta “post-verità”, dove spesso si preferisce la narrazione d’effetto alla fedeltà al reale, la preparazione culturale agisce come un indispensabile antidoto. Essa ci permette di sviluppare un sano pensiero critico, fondamentale per non restare vittime di racconti di moda o di ideologie correnti che, pur risultando accattivanti, sono prive di fondamento e di verità [14]. Il cristiano, dunque, è chiamato a un rigore intellettuale esemplare: non cerchiamo il consenso attraverso storie superficiali o non verificate solo perché risultano “gradevoli”; il nostro scopo è ben più alto. Si tratta di coniugare la solidità della conoscenza culturale con la perenne verità del Vangelo, garantendo un modo di comunicare piacevole e nobile, capace di provocare la sana curiosità dell’ascoltatore e di lasciargli quell’“appetito” spirituale che lo spinga a desiderare nuovi incontri. In definitiva, la nostra formazione serve a preparare il terreno per futuri dialoghi su Dio, sull’uomo e sulla bellezza della salvezza.
In conclusione, il Magistero ci ricorda che la formazione dei laici dev’essere “integrale”. Il cristiano è chiamato a essere un professionista stimato nel proprio campo, capace di una sintesi armoniosa tra competenza tecnica e visione evangelica. L’obiettivo finale è la nascita di un nuovo umanesimo cristiano. Evangelizzare non significa vincere battaglie ideologiche, bensì offrire una pienezza di vita che affascini.
In tale prospettiva, se i fedeli sapranno abitare con intelligenza i linguaggi dell’arte e della scienza, il mondo tornerà ad ascoltare con rinnovata attenzione il loro annuncio. Preparare i cristiani attraverso la via pulchritudinis e la via della Verità significa, in definitiva, spianare la strada al Signore che viene.
Questo cammino di preparazione all’annuncio passa necessariamente anche attraverso l’impegno fecondo delle famiglie, chiamate a educare i figli nell’arte della conversazione [15]. Quanto più saremo capaci di promuovere momenti di dialogo autentico, tanto più saremo pronti ad affrontare il dilagante individualismo, testimoniando che la felicità autentica non risiede nell’isolamento, ma nella profondità delle relazioni umane.
[1] A. Augustinus, De Doctrina Christiana, lib. IV, 28, Nuova Biblioteca Agostiniana, Città Nuova, Roma 1992, vol. 8. I tre fini della retorica secondo Cicerone erano docere, delectare e movere: Marcus Tullius Cicero, De Orator, par. 69, Bibliothèque Latine-Française, Oeuvres Complètes de Cicéron, C.L.F. Panckoucke, 1830, voll. 3-4. Chiaramente sant’Agostino si ispira a questi concetti classici, ma mettendoli a servizio di Cristo-Verità.
[2] Si veda, per esempio, la teoria del novelty-seeking in àmbito neurobiologico. Cfr T. Ivancovsky et al., “A Shared Novelty-Seeking Basis for Creativity and Curiosity”, Behavioral and Brain Sciences, 47 (2024), e89, doi.org/10.1017/S0140525X23002807.
[3] B. Castiglione, Il libro del corteggiano, lib. I par. XXXIII, Rizzoli, Milano 1987.
[4] Cfr D. Sperber e D. Wilson, Relevance. Communication and Cognition, Blackwell, Hoboken 19952.
[5] Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, Acta Apostolicae Sedis (AAS), 58, fasc. 12 (1966), n. 4.
[6] Cfr S. Felber, Toward a Science of Translating? Eugene A. Nida and His Theory of Dynamic Equivalence, TransÜD, Band 150, Frank & Timme, Verlag für wissenschaftliche Literatur, Berlin 2025, pp. 165-210.
[7] Cfr papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale (24 novembre 2013), AAS, 105, fasc. 12 (2013), nn. 115-118.
[8] Cfr. papa Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (8 dicembre 1975), AAS, 68, fasc. 1 (1976), n. 20.
[9] Cfr Charles Taylor, L’età secolare, a cura di Paolo Costa, Feltrinelli, Milano 2009.
[10] Cfr papa Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Fides et Ratio circa i rapporti tra fede e ragione (14 settembre 1998), AAS 91 (1999), pp. 5-88, introduzione e n. 1.
[11] Pontificio Consiglio per la Cultura, “Dove è il tuo Dio? La fede cristiana di fronte alla sfida dell’indifferenza religiosa”, 2004, II.
Proposte concrete, 2.4, www.cultura.va
[12] Cfr papa Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti (4 aprile 1999), AAS, 91 (1999), nn. 10-12.
[13] Cfr A. Ardesi, Oratorio italia. Viaggio nel Paese del bene, Rubbettino, Soveria Mannelli 2025.
[14] Cfr G. Gili e G. Maddalena, Chi ha paura della post-verità? Effetti collaterali di una parabola culturale, Marietti, Bologna 2017.
[15] Cfr Sergio Tapia-Velasco, Imparare a conversare. Un compito urgente. Una riflessione sulla necessità di promuovere il dialogo in famiglia per affrontare il dilagante individualismo, in Comunicazione, Etica e Opinione Pubblica. Scritti in onore di Norberto González Gaitano, a cura di J. Pujol Soler e J.M. Díaz Dorronsoro, Edusc, Roma 2025.