Giovanni Scanagatta, professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma La Sapienza, evidenzia la netta antitesi dei princìpi della Dottrina sociale della Chiesa con quelli paretiani dell’economia attuale, la capacità dei primi di incidere sulle radici delle diseguaglianze sociali ed economiche mondiali, crescenti, e il ruolo che potrebbe concretamente avere l’UE, territorio di antica tradizione cristiana, nell’attuarli a beneficio del futuro economico del mondo intero.
La Dottrina sociale della Chiesa è un insieme di princìpi etici e morali che riflettono l’insegnamento cristiano su come costruire una società giusta e solidale. Si basa sulla centralità della persona umana, sul bene comune, sulla giustizia sociale e sulla dignità del lavoro.
L’applicazione di questi princìpi è di grande importanza, non solo per la Chiesa, ma anche per il futuro dell’Europa e dell’economia mondiale, poiché offre una visione alternativa rispetto ai modelli economici esistenti. Infatti, concetti e princìpi della Dottrina sociale della Chiesa non sono condivisi dalla teoria economica dominante e spesso sono addirittura in contrasto.
L’economista italiano Luigi Pasinetti riassume questa non condivisione o addirittura contrasto con la teoria economica dominante in 10 punti: destinazione universale dei beni; opzione preferenziale per i poveri; scandalo delle disuguaglianze; priorità del lavoro sul capitale; funzione sociale del capitale; mezzi di produzione mai contro il lavoro; principio di solidarietà; principio di sussidiarietà; principio del bene comune; importanza dell’economia della gratuità e del dono.
Questi punti sono collegabili in modo particolare ad alcune encicliche sociali come la Rerum novarum di Leone XIII del 1891, la Quadragesimo anno di Pio XI del 1931, la Populorum progressio di Paolo VI del 1967, la Laborem exercens di Giovanni Paolo II del 1981, la Caritas in veritate di Benedetto XVI del 2009, la Fratelli tutti di papa Francesco del 2020. In particolare, papa Francesco nel suo messaggio sociale dice no a un’economia dell’esclusione, no alla nuova idolatria del denaro, no a un denaro che governa invece di servire, no all’inequità che genera violenza.
Un punto emblematico di contrasto tra la teoria economica e la Dottrina sociale della Chiesa riguarda la grande differenza tra il principio fondamentale del bene comune e quello dell’ottimo paretiano (da Vilfredo Pareto, 1848-1923). Per la Dottrina sociale della Chiesa il bene comune è bene di tutti e di ciascuno ed è un concetto di tipo moltiplicativo. Secondo questo principio, che riguarda l’inalienabile dignità della persona umana, tutti devono partecipare ai benefici dello sviluppo, senza esclusione alcuna. L’esclusione porta al non rispetto della dignità della persona umana, anche se si dovesse trattare di una sola persona, perché il valore zero annulla tutto il prodotto e non si realizza il bene comune. Il valore del bene comune è esattamente l’opposto del concetto di ottimo paretiano, che si riferisce a una situazione di efficienza allocativa, ovvero una condizione in cui le risorse sono distribuite in modo tale che non è possibile migliorare la situazione di qualcuno senza peggiorare quella di qualcun altro. Si tratta di un concetto di tipo additivo per cui è importante massimizzare la somma della ricchezza, anche se molti ne posseggono poca e vivono nella miseria. Manca totalmente il principio della giustizia distributiva. Abbiamo evidenza di questo se consideriamo la forte concentrazione del reddito e, soprattutto, della ricchezza, a livello mondiale e di singoli Paesi.
Le disuguaglianze a livello mondiale
Secondo il World Inequality Report 2022 il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede il 76% della ricchezza e il 52% del reddito, mentre il 50% più povero detiene solo il 2% della ricchezza e l’8,5% del reddito. Ma quello che sorprende di più è come la forbice tra ricchi e poveri continui ad allargarsi. L’Ocse stima che tra il 1995 e il 2022 la ricchezza posseduta dallo 0,001% della popolazione mondiale sia più che raddoppiata, passando dal 3,3% al 6,9%. All’opposto il 50% della popolazione più povera è passata nello stesso arco temporale da una quota di possesso dell’1,3% della ricchezza mondiale all’1,9%. Ciò significa che nel 2022 lo 0,01% possedeva più di tre volte la ricchezza in mano al 50% più povero.
Anche Oxfam sottolinea come nel 2024 la ricchezza dei miliardari sia aumentata di 2.000 miliardi di dollari, tre volte più velocemente rispetto all’anno precedente, mentre 3,5 miliardi di persone vivono con meno di 7 dollari al giorno. Le disuguaglianze economiche alimentano altri tipi di disagi sociali, come l’aumento delle persone occupate a rischio di povertà, il crescente gap nei livelli d’istruzione tra ricchi e poveri, le minori opportunità per i giovani e le donne dei ceti meno abbienti, le difficoltà di accesso al credito per le persone a basso reddito e le piccole imprese.
Dottrina sociale della Chiesa: princìpi fondamentali
La Dottrina sociale della Chiesa, che comunemente si fa partire dall’Enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII, è il frutto di un lungo percorso di riflessione e di dialogo con i cambiamenti sociali, politici ed economici. È bene, però, precisare che i suoi fondamenti risalgono a molto tempo prima, cioè all’Antico e Nuovo Testamento, ai Padri e ai Dottori della Chiesa. Essa si articola in una serie di princìpi chiave:
- dignità della persona umana: ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi possiede una dignità inviolabile che dev’essere rispettata in ogni circostanza;
- solidarietà: la solidarietà implica una cooperazione fruttuosa tra le persone, in cui ciascuno si preoccupa per il benessere degli altri, contribuendo a costruire una società più giusta;
- sussidiarietà: questo principio afferma che le decisioni devono essere prese il più vicino possibile alle persone, consentendo loro di avere un ruolo attivo nella costruzione della propria vita e della propria comunità;
- bene comune: il bene comune non riguarda solo l’individuo, ma deve includere l’intero tessuto sociale; ogni persona ha il diritto di vivere in un ambiente che favorisca lo sviluppo integrale della persona;
- destinazione universale dei beni: tutti i beni della terra sono destinati a servire il bene di tutta l’umanità, non solo di alcuni gruppi privilegiati.
Tra tutti questi princìpi esiste una reciproca relazione e concorrono insieme a realizzare quello che possiamo definire l’obiettivo finale della Dottrina sociale della Chiesa, cioè il bene comune. Gli altri princìpi possono essere considerati degli strumenti che concorrono a realizzarlo. Importante è anche la relazione di equilibrio che deve esistere tra solidarietà e sussidiarietà. Infatti, la solidarietà senza la sussidiarietà determina appiattimento burocratico, mancanza di iniziativa imprenditoriale per lo sviluppo e annullamento dello spirito creativo. E la sussidiarietà senza la solidarietà è portatrice di egoismo localistico e disinteresse per gli altri.
Europa e DsC
L’Europa ha una tradizione cristiana che, per secoli, ha influenzato la sua cultura, politica ed economica. I valori della Dottrina sociale della Chiesa sono alla base di molte riflessioni sulla costruzione di una società europea più equa e giusta. Negli ultimi decenni, però, l’Europa ha attraversato crisi politiche, economiche e sociali che hanno messo in discussione il suo modello di sviluppo.
Giovanni Paolo II aveva molto insistito per l’inserimento nella Carta costituzionale europea del concetto di radici cristiane dell’Europa, ma è stato, purtroppo, inascoltato. Ma possiamo anche parlare di radici cristiane nel mondo, come ci ha insegnato il teologo Romano Guardini, sapendo che i cristiani nel mondo rappresentano quasi un terzo della popolazione mondiale.
L’Unione Europea ha tentato di rispondere a queste sfide attraverso il mercato unico e la moneta unica, ma le disparità tra i diversi Paesi membri e l’aumento della disuguaglianza sociale ed economica hanno messo in evidenza limiti e criticità. Il ruolo delle istituzioni europee potrebbe essere rinnovato proprio alla luce dei princìpi della Dottrina sociale della Chiesa, per esempio nella promozione di politiche economiche che tutelino la dignità del lavoro e favoriscano la redistribuzione della ricchezza.
Le sfide della globalizzazione, della crisi economica e dei cambiamenti demografici pongono domande cruciali sull’equilibrio tra crescita economica e benessere sociale. Le istituzioni europee, ispirandosi ai princìpi della solidarietà e della sussidiarietà, potrebbero impegnarsi a rivedere le politiche di austerità e a favorire una crescita inclusiva, orientata alla giustizia sociale piuttosto che a un modello economico centrato esclusivamente sulla competizione.
Il futuro dell’economia mondiale
Nel contesto globale, l’economia mondiale sta affrontando sfide senza precedenti: le disuguaglianze crescenti, i cambiamenti climatici, la crisi energetica e le disuguaglianze sociali di cui si è parlato. La Dottrina sociale della Chiesa offre una visione alternativa a un capitalismo che spesso ignora i diritti fondamentali degli esseri umani e dell’ambiente.
- Un’eco-sostenibilità globale: in un mondo che sta affrontando l’emergenza climatica, la Dottrina sociale invita a una gestione responsabile delle risorse naturali, promuovendo una sostenibilità che rispetti l’ambiente e garantisca il diritto delle future generazioni a un pianeta vivibile. La Chiesa promuove l’idea che l’economia non debba sfruttare indiscriminatamente le risorse, ma debba essere orientata verso un modello di sviluppo che rispetti la terra e i suoi abitanti. Questo è il grande insegnamento di papa Francesco contenuto nell’Enciclica sociale Laudato si’ del 2015 per un’ecologia integrale.
- L’economia a misura d’uomo: la visione economica della Chiesa si contrappone a quella che vede l’essere umano come semplice strumento di produzione. In un’economia in cui il capitale umano e il lavoro sono sempre più mercificati, è urgente mettere al centro l’essere umano, con la sua dignità, le sue necessità e il suo diritto a una vita degna. Un tale modello economico promuoverebbe politiche che favoriscano la piena occupazione, il salario dignitoso e una giusta redistribuzione della ricchezza.
- La finanza etica e la lotta contro la povertà: la Dottrina sociale richiama anche una critica alle disuguaglianze create dal sistema finanziario globale, invitando a un’economia che metta al centro l’etica. Le banche, per esempio, potrebbero essere chiamate a investire in progetti che promuovano il benessere della società. Sull’importanza di una finanza etica aveva insistito molto Pio XI nella Quadragesimo anno del 1931, condannando la completa separazione tra etica ed economia.
Effetti sull’UE del programma di difesa comune
Potremmo fare un parallelo tra il grande riscatto economico degli Stati Uniti d’America legato alla missione Apollo iniziata nei primissimi anni Sessanta con la presidenza Kennedy e l’attuale programma di armamenti dell’Unione Europea. Il parallelo è stimolante, ma ci sono differenze chiave che vanno considerate.
L’Unione Sovietica aveva lanciato Sputnik nel 1957, segnando l’inizio della “corsa allo spazio” durante la Guerra fredda. Gli Stati Uniti, spinti dalla necessità di superare la concorrenza sovietica e di dimostrare la propria superiorità tecnologica e scientifica, intrapresero il programma Apollo. La missione Apollo, culminata con lo sbarco dell’uomo sulla Luna nel 1969, fu una risposta strategica non solo in termini di prestigio geopolitico, ma anche come motore di innovazione tecnologica e, quindi, di sviluppo economico.
Il programma Apollo coinvolse forti investimenti pubblici, ma la maggior parte dei contratti venne affidata a imprese private, creando opportunità significative per l’industria (politica delle commesse pubbliche). Le innovazioni tecnologiche generate dal programma spaziale si tradussero in benefici indiretti per altri settori come le comunicazioni, la medicina e i materiali ad alte prestazioni.
L’Unione Europea sta attualmente puntando su un programma di armamenti che ammonta a circa 800 miliardi di euro, come parte di una strategia di difesa comune e per rafforzare la propria autonomia in un contesto geopolitico sempre più complesso. A differenza del programma Apollo, che era principalmente finalizzato a scopi scientifici e di prestigio geopolitico, il programma di armamenti ha scopi difensivi e di deterrenza. Tuttavia, c’è una similitudine in termini di investimento pubblico massiccio e di potenziale impatto sull’economia.
Se guardiamo al lato economico, il programma di armamenti potrebbe generare significative commesse per le industrie private, quali le imprese che producono tecnologia militare avanzata, come sistemi di difesa, aerei, droni e altri equipaggiamenti. Le ricadute potrebbero includere, come nel caso di Apollo, innovazioni tecnologiche che potrebbero essere trasferite anche ad altri settori industriali, dai trasporti alla sicurezza cibernetica, creando potenzialmente nuove opportunità di crescita.
Se il programma di armamenti dell’Unione Europea seguisse una logica simile a quella del programma Apollo, con forti investimenti pubblici e un ampio coinvolgimento delle imprese private, ci potrebbero essere effetti positivi sul settore civile. Per esempio:
a) creazione di posti di lavoro: i contratti pubblici per lo sviluppo di nuove tecnologie e infrastrutture potrebbero stimolare la creazione di posti di lavoro in diversi settori, dalla ricerca e sviluppo alla produzione industriale;
b) innovazione tecnologica: le tecnologie sviluppate per scopi difensivi potrebbero avere applicazioni civili, com’è accaduto con l’evoluzione di tecnologie nate per la missione Apollo che poi hanno trovato applicazione in àmbito civile (come i Gps o la tecnologia dei materiali);
c) aumento degli investimenti: un forte programma di investimenti pubblici potrebbe stimolare l’economia e riaccendere la crescita, simile a quanto avvenne negli Stati Uniti durante gli anni Sessanta e Settanta, quando il programma Apollo fu anche uno degli elementi che contribuirono a riattivare l’economia americana.
Ci sono, tuttavia, notevoli differenze.
- Motivazioni politiche e strategiche: mentre il programma Apollo era mosso da una competizione ideologica con l’Urss, l’attuale programma di armamenti europeo è piuttosto una risposta alle crescenti tensioni geopolitiche e alla necessità di rafforzare la difesa. Quindi, anche se l’effetto economico potrebbe essere simile, le motivazioni e gli obiettivi finali sono diversi.
- Dimensione e impatto dell’investimento: sebbene l’investimento europeo in armamenti sia massiccio, potrebbe essere meno focalizzato su progetti con impatti diretti sulla vita quotidiana delle persone rispetto alla missione spaziale, che ha avuto un impatto culturale ed economico globale a lungo termine.
In conclusione, mentre il programma di armamenti potrebbe stimolare l’economia dell’Unione Europea attraverso investimenti pubblici e innovazioni tecnologiche, l’effetto sulla crescita potrebbe essere meno pronunciato rispetto a quello avuto dalla missione Apollo negli Stati Uniti, a causa delle differenze nei contesti geopolitici, economici e nei settori di impatto. Tuttavia, se l’Unione Europea riuscisse a gestire il programma in modo simile a quello spaziale, con una forte spinta verso l’innovazione e la collaborazione con il settore privato, potrebbe esserci un potenziale positivo per rilanciare la crescita economica.
La ricostruzione dell’Ucraina
Viene naturale confrontare questo budget di spesa per gli armamenti dell’Unione Europea con le risorse necessarie per la ricostruzione dell’Ucraina. La ricostruzione richiederà enormi risorse finanziarie, materiali e umane. La stima delle risorse necessarie, così come la durata della ricostruzione, dipendono da vari fattori, tra cui l’intensità dei danni, le politiche economiche, il supporto internazionale, e le capacità delle aziende di costruzione.
La stima delle risorse necessarie per la ricostruzione dell’Ucraina è complessa, ma diversi rapporti e analisi hanno fornito delle cifre indicative. Secondo una stima della Banca mondiale, la ricostruzione potrebbe costare almeno 500 miliardi di euro. Tuttavia, questa cifra potrebbe variare a seconda dell’intensità dei danni, del recupero delle infrastrutture, e delle misure di ricostruzione a lungo termine. Le risorse necessarie includono: infrastrutture (strade, ferrovie, aeroporti, ponti, porti); abitazioni (ricostruzione delle case distrutte e costruzione di nuove abitazioni); industria ed economia (ricostruzione di fabbriche, aziende, e impianti industriali); servizi pubblici (acqua, energia, sanità, istruzione, telecomunicazioni); sicurezza e recupero di beni culturali.
È utile ricordare che, a fronte dei 500 miliardi di euro previsti per la ricostruzione dell’Ucraina, l’Unione Europea e il G7 hanno congelato 210 miliardi di euro dei 275 della Banca centrale russa, pari al 42%.
La durata della ricostruzione dipenderà dall’intensità dei danni e dalla disponibilità di risorse. Secondo alcune previsioni, il processo di ricostruzione dell’Ucraina potrebbe richiedere decenni, con stime che vanno dai 10 ai 20 anni per un recupero completo delle infrastrutture e una stabilizzazione economica.
Per la copertura degli ingenti fabbisogni finanziari, sia per gli armamenti sia per la ricostruzione, ci sono varie ipotesi, tra cui l’emissione di eurobond (debito comune), garantiti dalle riserve auree dei Paesi dell’Unione Europea. Se consideriamo le riserve auree di Germania, Italia e Francia arriviamo a 8.242 tonnellate di oro fino, una cifra superiore alle riserve auree degli Stati Uniti d’America, pari a 8.133 tonnellate. Ai prezzi attuali dell’oro, le riserve auree di Germania, Italia e Francia valgono 742 miliardi di euro, cioè il 93% della spesa prevista per gli armamenti dell’Unione Europea. La copertura aurea delle spese previste per la ricostruzione dell’Ucraina salirebbe a quasi il 150%. Si tratta di coperture che dovrebbero eliminare le reticenze della Germania per l’emissione di debito comune.
DsC e democrazia liberale
La Dottrina sociale della Chiesa offre un quadro di riferimento per pensare a un’economia che serva al bene comune, che rispetti la dignità delle persone e che affronti con coraggio le sfide globali. In un’Europa in crisi e in un mondo sempre più interconnesso grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e agli effetti rivoluzionari dell’Intelligenza artificiale, la Chiesa offre una proposta concreta di economia più giusta, più equa e più sostenibile. L’integrazione dei princìpi della Dottrina sociale della Chiesa nelle politiche economiche globali potrebbe essere la via per costruire un futuro in cui il riduzionismo economico non sovrasti i diritti umani e la giustizia sociale.
Al crescere delle disuguaglianze, assistiamo al ridursi dei valori della solidarietà e della sussidiarietà, che sono fattori fondamentali per un modello di sviluppo che non dipenda solo dallo Stato e dal mercato ma anche dalla comunità civile e dagli enti intermedi che molto spesso operano secondo princìpi di gratuità e di dono (cfr Benedetto XVI, Caritas in veritate).
L’Europa ha una tradizione cristiana che per secoli ha influenzato la sua cultura. Assieme ai princìpi della democrazia liberale, i valori della Dottrina sociale della Chiesa rimangono alla base della costruzione di una società europea più giusta e più coesa. Negli ultimi decenni l’Europa ha attraversato un lungo periodo di crisi dal quale, in una fase di grande trasformazione politica ed economica mondiale, è ora chiamata a risollevarsi. Per farlo è necessario che si riappropri dei valori cristiani, riprendendo il monito, allora inascoltato, di Giovanni Paolo II, che avrebbe voluto l’inserimento nella Carta costituzionale europea del concetto di radici cristiane dell’Europa. Se l’Europa non sarà capace di fare questo importante salto di qualità e di coesione per il bene comune, corre il pericolo, come affermava papa Benedetto XVI, di uscire dalle grandi traiettorie della storia.