Entrare nella Pinacoteca del Museo degli Innocenti, a Firenze, per assistere a una lezione del coreografo e danzatore Virgilio Sieni, in occasione del terzo modulo del percorso formativo del suo nuovo progetto Mirando/Scuola Abitare il museo, è stata un’esperienza unica. Una proposta, potremmo dire, “rivoluzionaria”: un modo inedito di avvicinarsi alle opere rinascimentali attraverso il linguaggio del corpo e del gesto condiviso, per coglierne la luce e la spiritualità. Un approccio che invita a mettere in gioco sensazioni fisiche e percettive, amplificando la relazione con l’opera e lo spazio che l’accoglie.
Pioniere della danza contemporanea italiana e figura di rilievo nel panorama internazionale, Virgilio Sieni, fiorentino, classe 1958, liceo artistico e studi in architettura, si è formato alla danza classica e moderna. Nel 2007 ha fondato l’Accademia sull’arte del gesto, rivolta a professionisti e cittadini per la trasmissione del sapere attraverso l’esperienza tattile in relazione con i luoghi. Direttore della Biennale Danza di Venezia dal 2013 al 2016, insignito del titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura francese, nel 2024 ha ricevuto il Premio Danza&Danza alla Carriera. Vincitore di tre Premi Ubu, dal 2003 dirige Cango – Cantieri Goldonetta, Centro Nazionale di Produzione della Danza a Firenze. Lo abbiamo raggiunto proprio nella sua città per farci raccontare questa nuova avventura artistica.

Da oltre 20 anni crea e conduce progetti per cittadini/e di ogni età e condizione fisica, spesso in spazi museali. Ora Mirando/Scuola Abitare Museo, la prima scuola interamente dedicata allo studio della relazione tra il corpo e l’opera d’arte. Cosa l’ha spinta verso questo nuovo progetto?

La necessità di essere veramente a contatto con le opere d’arti e i luoghi che le ospitano per recuperare un sentirsi vivi insieme ma anche un discorso sociale legato alle forme di comunità e ai luoghi della città. Molti subiscono disinteresse generale, abbiamo piccoli musei disabitati. I grandi musei sono invece molto abitati ma le ultime statistiche dicono che una persona si ferma cinque secondi davanti a un’opera. Cos’è il museo? È una forma di emancipazione, per renderci consapevoli che l’arte continua a farci domande. Questo mi ha portato a creare dei dispositivi legati al linguaggio del corpo per riuscire a stare davanti a un’opera d’arte.

Chi può partecipare e in che modo?

La scuola nasce insieme alla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze che appoggia, sostiene e condivide il progetto. L’idea è coinvolgere gallerie, educatori e operatori del settore. Parallelamente creo progetti nei musei per tutti i cittadini perché l’idea principe è far sì che si riapproprino della capacità di abitare lo spazio, attraverso forme democratiche d’incontro. La partecipazione è gratuita, ci sono delle selezioni. Tutte le informazioni si trovano nel nostro sito.

Lo definisce un progetto “controcorrente”. Perché?

L’idea del museo attuale, senza generalizzare, tende a monetizzare le risorse. Il Museo degli Uffizi si è allontanato dai cittadini che si sentono un po’ estromessi anche se esistono forme di avvicinamento come le lezioni gratuite del filosofo Giorgio Agamben. Quando si va in un museo disabitato di campagna l’offerta è: venite, pagate il biglietto e guardatevi le opere, il cittadino non è stimolato. È importante recuperare il desiderio di stare davanti a un’opera con gli altri.

Quattro moduli intensivi, concentrati nei fine settimana, suddivisi tra una lezione teorica con esperti e docenti e un’esperienza sul campo con lei, in diversi luoghi affascinanti di Firenze come il Museo degli Innocenti, i Cenacoli di Ognissanti e Andrea del Sarto, Palazzo Medici Riccardi, il Museo Civico a San Sepolcro. Dove nasce la passione per l’arte?

È un’attrazione fatale. Quando sono davanti alle opere mi sento bene, il corpo si scioglie, le articolazioni assumono una postura diversa, lo sguardo cambia, lo spazio tra me e l’opera diventa unico. Alcune opere sono dei grandi amici.

Tra i suoi pittori preferiti c’è Piero della Francesca. Cosa la colpisce?

Molte delle sue opere si trovano ancora dove sono state create, come le Storie della vera croce a San Francesco d’Arezzo, La Resurrezione a Sansepolcro. Mi attraggono questi viaggi per trovare questi affreschi, varcare la soglia e trovarmi davanti a qualcosa di meraviglioso. Forme invisibili che superano ogni forma di conoscenza. In Il battesimo di Cristo alla National Gallery di Londra, c’è qualcosa che mi compenetra, forse quel corpo diafano, le mani non congiunte, a distanza minima. In Pietro c’è una forte rilevanza coreografica e musicale che mi attrae moltissimo.

Entriamo nel vivo della sua lezione: i partecipanti osservano i quadri e riproducono gesti dell’opera. Cosa accade?

Le pratiche nei luoghi di fronte all’opera sono diverse. Al Museo degli Innocenti, una persona della coppia era bendata, l’altra trasmetteva ciò che vedeva. Si sceglie l’opera e poi si raccolgono alcuni gesti non per creare un tableau vivant. Questa forma d’incarnare l’opera attraverso forme mnemoniche, è fondamentale. Gli studenti di Mirando assistono anche a pratiche di cittadini nei musei: al Museo Benozzo Gozzoli di Castelfiorentino, 30 cittadini, per sei giorni, hanno elaborato un’azione davanti agli affreschi della Visitazione del Tabernacolo. A Palazzo Abatellis, a Palermo, davanti a L’ Annunciata di Antonello da Messina, 50 persone hanno dedicato, una settimana, al movimento delle mani.

Prendiamo il mio caso: con la mia partner, ho scelto, lo stucco Madonna col bambino di Benedetto da Maiano. È stato bellissimo, abbiamo vissuto quell’atmosfera di quiete e di pace con corpo, mente ed emozioni. Abbiamo raggiunto l’obbiettivo?

Ha raggiunto uno degli obbiettivi. Le Madonne con bambino fanno vivere l’elemento filiale. Sostare davanti all’opera permette un’esperienza profonda. Servono dispositivi e strategie, guidate: si ascolta il vuoto, il silenzio e si riscoprono risonanze ancestrali. L’opera svela un infinito: più ci stai davanti e più lo si coglie. Non è mai la stessa cosa, una volta guardata non è esaurita. Tornando l’opera inizia a parlare.

Mi ha colpito la lentezza dei movimenti e senza sforzo che propone. Ha vissuto in Giappone e ha studiato arti marziali: cosa insegnano agli occidentali? 

L’arte marziale ha che fare con tutto un sistema filosofico, shintoismo e taoismo. M’interessa la forma della lentezza e non del corpo trattenuto. Se prendiamo una mano che, dalla posizione di riposo lungo il corpo, si alza e si allunga verso la spalla di un’altra persona, noi facciamo solitamente il gesto senza pensarci ma c’è tutto un percorso che si chiama processo. Il corpo è legato alla nostra archeologia, è stato creato diciotto milioni di anni fa, ogni frammento di movimento rammenta, a nostra insaputa, qualcosa. È un percorso che vale la pena fare. È la lentezza che poi ci porta, con la pratica, all’estrema velocità. La velocità salta fasi del processo, perché vuole immediatamente l’obbiettivo e crea forme di contrazione. È questa la rovina della nostra società, non capire che il processo include il senso della vita. Una volta raggiunto l’obbiettivo il gesto è morto perciò meglio tenerlo in vita.

Si è formato alla danza attraverso diverse tecniche, moderno, classico, release con Traut Streiff Faggioni, Antonietta Daviso, Katie Duck. Nel 1983, dopo anni di studio sul senso dell’improvvisazione tra Amsterdam, Tokyo e New York, fonda la compagnia Parco Butterfly e nel 1992 la Compagnia Virgilio Sieni. Dal 2003 dirige Cango. Come descriverebbe oggi la sua gestualità?

Dialettale. La tecnica è necessaria ma viene superata. Come diceva Pasolini, il linguaggio classico per il quale ho molta attrazione, è borghese. Bisogna recuperare una forma dialettale imprendibile, che non è così comprensibile a tutti, se non nel momento in cui si apre con onestà e umiltà. Un volto di un contadino come metteva Pasolini nel film Il Vangelo secondo Matteo rivela immediatamente ciò che difficilmente si riesce a comunicare.

A proposito di Pasolini, nel cinquantesimo anniversario della sua morte (1975), gli dedica il nuovo assolo Ma che serve la luce? ispirato alla raccolta Le ceneri di Gramsci. Da dove è partito?

Dal documentario in cui Pasolini commenta la veduta di Sabaudia. La critica commossa e corporea, da una duna ventosa e cerea, ci guida alla lettura de Le ceneri di Gramsci. La parola poetica dà il ritmo e prepara lo spazio della danza tra la mia voce sussurrata e il gesto che diventa suono.

Le prime performance sperimentali di danza nei musei in Italia risalgono agli anni Ottanta, ma è dal 2015 che la danza entra ufficialmente nei programmi museali come linguaggio artistico. Cosa pensa di questo percorso?

Sono contrario alla performance nei musei come evento sporadico. La danza deve essere opera d’arte. Ci sono due modi: creare per i cittadini percorsi di una durata minima di 5 o 6 giorni e la performance che apre a forme di collettività. Voglio trattare il museo per recuperare il desiderio e lo sguardo delle comunità non per intrattenere.

Viviamo in un mondo digitalizzato, la gestualità rischia di venire sostituita dai robot e il “pensare” dall’Intelligenza Artificiale. Come vede il futuro?

Già la definizione “Intelligenza Artificiale” è imbarazzante. L’intelligenza riguarda l’esperienza degli individui senza questo, è ovvio, la specie muore. Escludendo queste pratiche di tattilità e prossimità, si creano nevrosi. La cura dell’individuo ha a che fare con la vita e la cultura.

Lavorate anche nelle scuole?

Da più di 20 anni coinvolgiamo anche le scuole. Sono molto critico nei confronti di un sistema della danza inteso come contesto privato con metodi educativi che hanno molte lacune dal punto di vista pedagogico. Sarebbe meglio creare un sistema come i conservatori per un discorso più professionale. La spiritualità coincide con un senso dell’estetica.

L’inclusività è centrale nel suo lavoro. Ha svolto laboratori con ciechi e ipovedenti. Di recente in Triennale Milano, ha riportato in scena il suo celebre passo a due Danza Cieca con Giuseppe Comuniello, un lavoro delicato e intenso, che debuttò a Matera nel 2019. Cosa insegna un danzatore non vedente?

Con Giuseppe collaboro da oltre 15 anni. Con un non vedente, siamo di fronte a un qualcosa in più, la mancanza della vista, di un braccio, o persone con l’Alzheimer, ci insegnano esattamente quello che non siamo. Il punto di partenza non è legato a una forma di pietismo. Il non vedente ci insegna che in assenza di vista, tutto il corpo si deve attivare con tanto lavoro. Appare un mondo accogliente, fatto di tattilità.

Tra i suoi spettacoli indimenticabili cito Nudità con il puparo Mimmo Cuticchio. Quando ha scoperto il mondo delle marionette?

La forma dialettale mi ha sempre attratto. Adoro vedere la marionetta appena spinta da un soffio di vento, si apre a geografie emozionali che riconosco ma non ho mai frequentato. È come un non vedente, m’insegna cose nuove e mi apre un mondo.

L’aspetto comunitario: ha creato spettacoli itineranti in piazze, borghi, boschi, con bambini, adulti e anziani. Perché è fondamentale muoversi nel mondo con la consapevolezza dell’umanità incarnata?

Il mondo si è salvato perché ha creato forme di comunità: se siamo arrivati al 2025 è perché la specie non si è isolata.

Qual è il suo rapporto con il sacro?

È organico, mi consente di sospendere tutto quello che faccio nella vita, qualcosa che mi supera e che non cerco di raggiungere ma, umilmente, di conviverci. C’è sempre qualcosa d’ imprendibile, inarrivabile e tutto questo ha che fare con forme di silenzio, di vuoto, di ascolto. Non è un “imprendibile” nichilista ma che crea spazio, desiderio, è una forma etica ed estetica dentro il corpo, di cerimoniale. Il sacro ha a che fare con l’estremo, con le forme originarie delle religioni che studio e frequento, pur non essendo praticante.

Per il 2026, debutti e progetti?

A maggio la Cerimonia a Gibellina /Belice, prima capitale dell’arte contemporanea italiana per il 2026. Il progetto riguarderà un modo di abitare quei luoghi, di coinvolgere le comunità, sarà un lavoro di recupero delle macerie rimaste dopo il terremoto del Belice. Dal 28 marzo al 2 aprile, Progetto Braille, per i 100 anni della stamperia di Firenze, una quattro giorni con nuove forme di cecità. A ottobre debutterà il nuovo spettacolo Preghiera al Teatro Astra a Torino in collaborazione con Tpe.