Guido di Pietro, nato a Vicchio nel Mugello, dove 58 anni prima nasceva Giotto, era figlio di Pietro di Gino e così via fino a risalire agli avi più remoti. Perché quando non c’erano i cognomi e si faceva parte di una famiglia umile, così si chiamavano le persone nei borghi meravigliosi ancora nel Cinquecento dei fasti rinascimentali. E oggi in molti paesi di campagna il modo di chiamarsi, di identificarsi, è rimasto questo: “figlio di Pietro”, figlia della sarta Anita, figlio del muratore Domenico. Nella cultura anglosassone il suffisso “son” indica appunto figlio, così che Johnson è il figlio di John, Jackson figlio di Jack, Wilson di Will. Nella Russia moderna continua a essere usato il patronimico che si aggiunge al nome e al cognome: Ivan Ivanovič Šiškin (pittore russo dell’800). E Guido di Pietro prese il nome in religione di Giovanni da Fiesole. Fu subito soprannominato il Beato Angelico per l’intensa religiosità che pervade le sue opere. E Giovanni Paolo II lo proclamò infine beato il 3 ottobre 1982.

Nell’intimità di San Marco

A Firenze il Museo di San Marco, che ne custodisce il ciclo pittorico murale, è un Museo che ha rispettato la natura delle opere d’arte. Le custodisce infatti nel luogo in cui sono state pensate, volute, commissionate, realizzate e infine pregate, come si addice alle opere di arte sacra, in questo caso religiosa. Perché le opere di arte sacra una volta tolte dai luoghi dove furono volute e realizzate, sono decontestualizzate e perciò si impoveriscono di senso e di significato, rimanendo spesso solo a un livello estetico.

Al convento di San Marco ogni cella è una meditazione sulla vita di Gesù, sulle verità di fede, sulla vita di santità a cui erano chiamati i religiosi che le abitavano. Sono ancora lì, il tempo non le ha scalfite nella loro preziosa e potente immagine, narrano la passione di Gesù, la vita di Maria e degli apostoli.

Beato Angelico, Cristo deriso, la Vergine e san Domenico, 1438-1439 circa, affresco, Firenze, Museo di San Marco

La scena dell’incoronazione di spine, Il Cristo deriso nel litostroto è di particolare impatto: attorno alla figura di Gesù bendato ci sono mani che schiaffeggiano, un volto beffardo che sputa, una mano che rompe una canna colpendo la testa. Eppure l’atteggiamento del Cristo è regale, seduto su una pietra che non è un trono ma che lo diventa per l’atteggiamento del Signore. Ricorre spesso questa rappresentazione di Cristo Re, come nel famoso ritratto che si può contemplare nella mostra a Palazzo Strozzi del Cristo coronato di spine con gli occhi rossi, un ritratto in cui specchiarsi e piangere nella preghiera, tanta è l’intensità del dipinto. Timothy Verdon afferma che il Beato Angelico è il maggior interprete della vita di preghiera cristiana, conoscendo dal di dentro, con la sua vita interiore, spirituale, i misteri delle fede che era chiamato a dipingere. E Giorgio Vasari nella sua Vita dell’artista scrive che «non avrebbe messo mano ai pennelli se prima non avesse fatto orazione» e «non fece mai crocifisso che non si bagnasse le gote di lagrime». E mette in bocca a fra Giovanni che «chi faceva quest’arte, aveva bisogno di quiete e di vivere senza pensieri; e che chi fa cose di Cristo con Cristo deve stare sempre».

Beato Angelico, Cristo come Re dei Re, 1447-1450, Tempera e oro su tavola, cm 55 × 39, Livorno, cattedrale di San Francesco

Una raccolta straordinaria

La mostra, visitabile fino al 26 gennaio, è bella ed è anche unica: raccoglie per la prima volta, dopo settant’anni, 140 opere del Beato Angelico, provenienti dal Louvre, dalla Gemäldegalerie di Berlino, dal Metropolitan Museum of Art di New York, dalla National Gallery di Washington, dai Musei Vaticani, dalla Alte Pinakothek di Monaco, dal Rijksmuseum di Amsterdam, oltre che dalle biblioteche e collezioni italiane e internazionali, chiese e istituzioni territoriali.

Ammirevole è la ricomposizione della Pala di San Marco, commissionata da Cosimo de’ Medici per l’altare maggiore, per la quale sono state riunite 17 delle 18 parti note dell’opera, provenienti da importanti musei di tutto il mondo, tra cui il Louvre, la National Gallery di Washington, l’Alte Pinakothek di Monaco, i Musei Vatciani e la National Gallery of Ireland di Dublino. 17 parti che torneranno a riposare nei rispettivi musei, confermando, purtroppo, così il poco rispetto per l’opera stessa, non solo decontestualizzata ma addirittura smembrata.

 

Nelle didascalie presenti nelle sale spesso ricorre il termine del “giardino recintato”, hortus conclusus, dove sono ambientate specialmente le scene dell’Annunciazione: viene dato il significato dell’orto conventuale, ma forse si potrebbero anche tenere in conto i versetti del Cantico dei Cantici (4, 12): «Hortus conclusus, soror mea sponsa, hortus conclusus, fons signatus» (Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata!) attribuiti alla santa Vergine Maria, proprio in relazione alla sua divina maternità.

In esposizione ci sono opere di Tommaso di Ser Giovanni di Mòne di Andreuccio Cassài, cioè il Masaccio, Filippo Lippi, Michelozzo, Lorenzo Ghiberti, Luca della Robbia: pittori e scultori contemporanei che ci aiutano a capire la straordinaria età dell’oro del Rinascimento e gli influssi reciproci che ne hanno guidato le opere.

Lo sforzo per far comprendere i contenuti della mostra ci sono tutti, i pannelli che introducono nelle sale sono completi, comprensibili e aiutano. E così le visite guidate che si soffermano solo su alcune tavole, evitando l’effetto sindrome di Stendhal. Rimane tuttavia l’insana tendenza a fotografare tutto trascurando l’acquisizione immediata che mette in moto memoria e intelligenza. Anni addietro, visitando l’Ermitage, feci un esperimento con gli amici che mi accompagnavano, dividendoli in due gruppi: nel primo non avrebbero fotografato nulla, nel secondo liberi di fotografare quello che volevano. A un anno di distanza, ritrovandoci di proposito, la memoria visiva del primo gruppo era imbattibile nel descrivere le opere, i colori, le tonalità, l’emozione suscitata. Non c’è paragone: il numero di pixel del nostro cervello è infinitamente superiore a qualsiasi strumento.

L’itinerario della mostra inizia dunque a piazza San Marco nel convento omonimo per proseguire a Palazzo Strozzi dove Carl Brandon Strehlke, curatore emerito del Philadelphia Museum of Art, Angelo Tartuferi, già Direttore del Museo di San Marco, e Stefano Casciu, Direttore regionale Musei nazionali della Toscana, hanno realizzato questa straordinaria raccolta, che purtroppo termina troppo presto. Nel biglietto è compresa la bella passeggiata per raggiungere Palazzo Strozzi passando per piazza del Duomo ammirando il bel San Giovanni, il battistero consacrato nel 1059 da papa Niccolò II.

La gioia del colore

Ogni tavola è un carosello di colori: i blu, con i toni che arrivano anche a 7 sfumature diverse, i gialli e i rossi che spingono le prospettive, i verdi e gli arancioni.

È la gioia del colore, che si unisce alla composizione sempre ordinata, quasi un anticipo di Paradiso. Perché il Paradiso, cioè l’eternità della visione beatifica di Dio, non può essere incolore se Dio è pienezza dell’essere: nell’ uso della tavolozza colorata dunque la teologia del pennello ha la meglio per far arrivare il messaggio di un Dio sempre vicino, sempre Padre, sempre Figlio, sempre Spirito.

Un grazie sincero dunque alla Fondazione Palazzo Strozzi e al Museo di San Marco per questa straordinaria e irripetibile mostra dedicata all’artista simbolo dell’arte del Quattrocento e uno dei principali maestri dell’arte italiana di tutti i tempi.

Beato Angelico, Pala di San Marco. Tavola principale: Madonna col Bambino in trono con otto angeli e i santi Lorenzo, Giovanni Evangelista, Marco, Domenico, Francesco, Pietro Martire, Cosma e Damiano e la Crocifissione tra la Vergine e san Giovanni Evangelista dolenti, 1438-1442. Tempera e oro su tavola cm 228 × 235. © photo Ela Bialkowska OKNO studio