Le sculture gonfiabili di Franco Mazzucchelli
«Abbandonavo le sculture gonfiabili letteralmente nei luoghi pubblici donandole a chiunque le volesse prendere»: sono in mostra al MAN di Nuoro (5 dicembre 2025 – 8 marzo 2026) una selezione di opere e fotografie che documentano il carattere sperimentale e sociale del lavoro di Franco Mazzucchelli (1939), l’artista milanese che, dagli anni Sessanta a oggi, ha posto al centro della sua produzione la materia della sostenibilità e della collettività. Franco Mazzucchelli. Blow Up – deflagrante citazione della pellicola di Antonioni –, a cura di Marina Pugliese, restituisce per tappe la sua azione artistica dipanata nello spazio, il suo abitare i luoghi pubblici, connotandoli, qualificandoli e invitando i cittadini stessi a riappropriarsi di aree dimenticate attraverso una nuova dimensione di senso e di partecipazione. «La parola “abbandono” mi piace molto poiché contiene al suo interno un’altra parola, “dono”. Credo che questo sia quello che ho sempre fatto: offrire e donare le mie opere agli altri». Con le sue sculture gonfiabili in PVC, Mazzucchelli ha saputo ridefinire i linguaggi della scultura contemporanea, portando l’arte fuori dei musei e dentro la vita quotidiana, in una continua esplorazione delle relazioni tra estetica, urbanistica e società. Famose le serie A. TO A. (Art to Abandon) e quella degli Abbandoni, iniziata nel 1964 dopo l’apprendistato a Brera con Marino Marini, di cui ciò che resta sono solo fotografie, dato che i gonfiabili venivano lasciati andare, fino a perdersi, distruggersi, o venir ritrovati da qualcuno che li considerava mero materiale inquinante.

Mazzucchelli, Abbandono, 1969, Villa Crippa, Varese © Franco Mazzucchelli e ChertLüdde, Berlino
Warhol e Kounellis, tensioni spirituali in contrasto
Colpisce la Galleria Fumagalli di Milano per l’accostamento ardito degli artisti Andy Warhol (1928-1987) e Jannis Kounellis (1936-2017), diversissimi per istanze ideologiche ed estetiche: padre eccentrico della Pop Art l’uno, esponente tra i più materialisti dell’Arte povera – se si vuole circoscriverlo – il secondo. Kounellis/Warhol. La messa in scena della tragedia umana, da un’idea di Annamaria Maggi, intraprende un forte dialogo sulla spiritualità dei due artisti, entrambi, infatti, mantennero un legame profondo con le tradizioni spirituali delle loro terre d’origine: Kounellis apparteneva alla Chiesa ortodossa, mentre Warhol, di origini rutene, era cattolico orientale di rito bizantino in comunione con la Chiesa di Roma. Se il greco si definì apertamente ateo e marxista, legato quindi a una visione materialista del mondo e della storia, lo slovacco Warhol, cresciuto in una famiglia profondamente religiosa, fu un credente devoto che nascose ai più la sua fede dietro una complessa e bizzarra personalità. Tuttavia, nelle opere di entrambi si avverte un grande senso di solitudine che, per Kounellis, si concretizza nel peso della materia stessa – da qui l’uso di materiali elementari quali cotone, juta, capelli, animali – per cui l’opera diventa un «incontro concreto e naturale», per usare le parole di Germano Celant; mentre in Warhol la solitudine si esplica sulla superficie dell’immagine fintamente patinata.
La mostra, visitabile fino al 29 maggio 2026, prosegue nella cripta della Chiesa di San Fedele (Milano), dove l’opera permanente di Jannis Kounellis Senza titolo, Svelamento (2012) è posta in dialogo con l’opera di Warhol Eggs (1984 ca).
- Warhol, Eggs (1984 ca), Unique Polaroid, 10,8×8,6 cm. © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., By SIAE 2025
- Kounellis, Untitled (2003), veduta della mostra. Ph. Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli
L’ultima metafisica di Giorgio De Chirico
Diceva Picasso che ci vuole molto tempo per riuscire a diventare giovani. Giorgio de Chirico (1888-1978) vi riesce in modo singolare a ottant’anni, quando nel 1968 inaugura la sua stagione “neometafisica”. È in questo periodo che l’artista torna ai soggetti, alle figure e ai motivi che avevano animato la sua pittura dagli anni Dieci ai primi anni Trenta, infondendo loro un nuovo significato, più giocoso, pervaso da una giovinezza dello sguardo ormai libera dal senso tragico che, celato dietro un’apparente serenità, permeava le sue opere di oltre mezzo secolo prima.
Giorgio de Chirico. L’ultima metafisica intende ripercorrere proprio questo decennio straordinario (1968–1978), in cui l’artista torna a dipingere manichini, Piazze d’Italia e altri enigmi del suo universo poetico, reinterpretandoli con rinnovata libertà creativa e immaginazione fertile, tra memoria e reinvenzione. La mostra, a cura di Elena Pontiggia, è visitabile fino al 12 aprile 2026 a Modena, presso il Palazzo dei Musei, promossa in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico – da cui provengono tutte le opere esposte – e prodotta da Silvana Editoriale.

G. de Chirico, Ettore e Andromaca davanti a Troia (1968). Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma © Giorgio de Chirico, by SIAE 2025

