Una delle storie che si tramandano in Ares è ambientata all’indomani del trasferimento della sede milanese dalla storica via Stradivari alla più bucolica via Santa Croce. Racconta della divertita curiosità con cui il direttore Cesare Cavalleri (che, si narra, avrebbe voluto aprire sulla nostra rivista una rubrica dedicata alla danza) vedeva spesso passare, fuori dalla finestra del suo studio, bambine e bambini, ragazze e ragazzi, che, stando al portamento e all’abbigliamento, intuiva fossero diretti verso qualche prestigiosa accademia di danza: si scoprì in seguito che si trattava degli allievi della Scuola di Ballo della Scala, anch’essa reduce da un trasferimento (in via Campo Lodigiano, a due passi da Ares), sognato (e realizzato) dalla Direttrice della Scuola Anna Maria Prina, in carica dal 1974 al 2006.
L’occasione dell’incontro tra la Signora Prina e Ares è stata, inaspettatamente, il nostro quaderno sulla giustizia riparativa (n. 770, aprile 2025). Fin dall’inizio pensato come un inserto “aperto”, in continua evoluzione, oggi ospita il racconto della sua esperienza dell’insegnamento della danza nella casa di reclusione di Milano Bollate, tra il 2013 e il 2014.

Per cominciare, come è stato il suo incontro con la danza (che è poi il titolo della sua autobiografia, edita da Gremese) e con l’insegnamento?

La mia storia è incominciata un po’ per caso, a Milano, davanti a un cartellone della Scuola di Ballo del Teatro alla Scala. Lo vidi passando da via Cusani con mamma Rosa e le dissi: «Voglio andare lì!».

E lì mi sono diplomata, a 17 anni. Sono poi entrata direttamente nel corpo di ballo scaligero, danzando ruoli solistici del repertorio classico, neoclassico e contemporaneo, nelle coreografie di artisti del calibro di George Balanchine, Roland Petit e Rudolf Nureyev. Il ruolo che ho più amato è la Fata dei lillà (nel balletto La Bella Addormentata), creato apposta per me dal grande Rudy.

La vocazione per l’insegnamento è nata invece in Russia. Nel 1963 sono stata infatti una delle cinque ballerine prescelte per il primo programma di scambio culturale con il Teatro Bolshoi di Mosca. Lì ho vissuto un momento storico: sono stata la prima ballerina solista straniera a calcare un palcoscenico russo nel Novecento. Ho poi intrapreso studi di perfezionamento per insegnanti al Mariinskij di San Pietroburgo e al Bolshoi di Mosca.

Otto anni dopo, nel 1974, arriva la chiamata che mi ha cambiato la vita: il Sovrintendente Paolo Grassi mi voleva alla Direzione della Scuola di Ballo della Scala. Da quel momento, sono diventata la Direttrice Prina, per ben 32 anni.

Ho ascoltato la sua testimonianza quando è stata ospite del “BalloinBianco” a conclusione della rassegna “OnDance”, che abbiamo raccontato sulla nostra rivista. Poco tempo dopo in redazione nasceva l’idea di un quaderno sulla giustizia riparativa: una bella coincidenza. Come è nato il progetto di portare la danza in carcere?

Avevo appena lasciato la Scala e volevo vedere il mondo fuori com’era.

Iniziai a collaborare con un’amica, Paola Banone, che allora allestiva degli spettacoli con persone con disabilità e non. Già in quell’occasione ho fatto un po’ di esperienza e ho imparato a non avere più paura come prima. All’epoca in cui sono nata, la mamma e il papà quando passavano dei disabili ti coprivano gli occhi e ti facevano girare da un’altra parte, per cui mi era rimasto questo senso di paura. Invece non c’era da avere paura. Poi si vede che ho qualcosa di mio, forse la voglia di fare bene: mi erano affezionatissimi, sempre lì ad abbracciarmi. E questa esperienza è durata tanto tempo ed è andata molto bene, tanto che abbiamo fatto degli spettacoli anche per la Triennale (n.d.r. TreD – Design-Dance-Disability – con coreografie di Stefania Ballone).

Ho poi un amico avvocato che lavorava come volontario in carcere, che mi propose di tenere dei corsi di danza per i detenuti. Mi sono detta, perché no?

Ha parlato di paura. Ha fatto della sua vocazione per l’insegnamento la sua professione, ma in un mondo molto lontano da quello del carcere. Quando si è presentata l’occasione di insegnare la danza ai detenuti, ha mai avuto paura di trovarsi di fronte a un rifiuto?

Infatti le donne si sono rifiutate.

Davvero? Forse non a livello pro­fessionale, ma comunemente pur­troppo è ancora diffusa l’idea che la danza sia una disciplina più adatta alla sfera femminile. È curioso che proprio in un ambiente apparentemente non comunicante con quello della danza, come quello del carcere, i ruoli si siano invertiti. Ha un’idea del perché?

No, e non ho nemmeno chiesto. Tendo sempre a lasciare libere le persone nelle loro scelte.

Questo rifiuto l’ha spaventata? O era più forte la voglia di mettersi alla prova?

No, spaventarmi no. Io sono fifona, ma in fondo sono coraggiosa.

All’inizio stavo molto attenta, per capire come si comportavano, ma poi ho visto che era tutto normale. I primi tempi c’era un agente di polizia penitenziaria all’interno della classe, dopo non ce n’è più stato bisogno. Anche perché io avevo il mio metodo: quando alcuni detenuti, soprattutto i giovani, mi chiedevano se potessero andare a fumare, rispondevo di no e facevo fare loro degli esercizi un po’ pesanti, di quelli che fanno i Marines per allenarsi.

E l’agente non serviva più…

No, infatti! Mi seguivano, soprattutto le persone dai trent’anni in su, e se magari un giovane diceva qualche cosa che secondo loro non andava bene, lo riprendevano subito. Uno di loro si era addirittura “erto a mio difensore”, era sempre pronto a starmi vicino. È stato molto bello.

L’unica cosa che mi auguravo era di non dover avere a che fare con violentatori. Naturalmente, tra di loro un caso c’era…

Conosceva quindi le loro storie? Era libera di parlarne con i detenuti?

No, naturalmente non ho mai chiesto niente. Il caso a cui facevo riferimento l’ho saputo casualmente da un agente.

Mi chiedo se in certi contesti sia più difficile sapere o accettare di non poter (e dover) sapere…

C’era qualcuno che mi faceva delle confidenze, ma mai su quello che aveva fatto; piuttosto su come si sentiva. Chi si è aperto con me si vedeva che era un po’ angosciato: probabilmente per il suo passato, ma anche per il fatto stesso di stare lì. Era tutto molto curato e non c’era sovraffollamento, ma era pur sempre un carcere.

Come ha impostato le lezioni? Cosa ha portato con sé dall’insegnamento alla Scala e cosa invece ha dovuto rivoluzionare?

All’inizio proponevo solo degli esercizi ispirati alla danza moderna, un po’ più “sciolti”. Ma poi è successa anche una cosa molto carina. Un giorno, vengono da me tutti in gruppo e mi chiedono: «Prof., possiamo fare la sbarra?». Mi ha lasciata veramente sconvolta. E come gli piaceva! Forse dava loro l’idea di essere dei veri ballerini.

Abbiamo fatto anche improvvisazione: io sceglievo una musica, la facevo ascoltare una volta o due e poi loro dovevano improvvisare, esprimendo quello che li muoveva dentro. In certi casi, si vedeva benissimo quello che volevano esprimere.

E questo, secondo lei, è più semplice o più complesso per chi non arriva dal mondo della danza? Da un lato sembra difficile approcciare qualcosa di nuovo e lontano, dall’altro forse non si hanno quelle sovrastrutture imposte dalla tecnica, e quindi ciò che emerge può essere più autentico…

Infatti. Noi che arriviamo dalla danza classica o contemporanea abbiamo tutti i nostri movimenti codificati, mentre i detenuti non avendo sovrastrutture vanno, si muovono, si mettono in ginocchio, si disperano…

La cosa incredibile è che si tratta di un contesto in cui molte persone arrivano da situazioni in cui non solo non hanno mai avuto la possibilità di studiare danza, ma nemmeno di fruirne come spettatori. È una partecipazione veramente sentita, che ho respirato, sia da allieva sia da spettatrice, anche in occasione di un ciclo di spettacoli di Natale presso l’Istituto Europeo di Oncologia, e dopo la pandemia, quando i teatri e le scuole di danza hanno riaperto le porte… La cosa che accomuna queste esperienze è la privazione di libertà. E forse è proprio questo: la danza, e l’arte in generale, può essere una finestra di libertà?

È proprio così. Basti pensare a come si divertono gli anziani nelle RSA quando si organizzano spettacoli per loro. È proprio la privazione di libertà che fa apprezzare di più queste cose. Grazie a queste esperienze torniamo ad aprirci.

Anche oltre il periodo della detenzione, perché la rieducazione dovrebbe continuare, per permettere la reintegrazione in società. In questa prospettiva, che cosa resta ai detenuti del loro viaggio nella danza?

Innanzitutto, la disciplina e il senso del dovere. E il migliorarsi.

Chiaramente i detenuti non potevano puntare a diventare dei professionisti, ma la danza dà sempre qualcosa. È un caso completamente diverso, ma anche tra gli allievi che non sono arrivati al Diploma (compresa mia figlia, che ho bocciato al terzo anno di corso) non ce n’è uno che non dica che gli sia servito tantissimo. Mette a posto la testa, e anche quando si cambia ambito professionale si è più inquadrati degli altri.

Qui ci troviamo nel mondo dell’editoria, fatto di parole. La danza invece è un linguaggio non verbale, e proprio per questo universale. Eppure, nell’insegnamento le parole sono fondamentali. E lei stessa ha tradotto e redatto manuali ed è autrice di articoli e anche di un’autobiografia. Come si racconta una disciplina che non passa dalla parola, soprattutto a chi non la conosce?

Quando sono diventata Direttrice, il Direttore della Piccola Scala mi aveva chiesto di preparare degli spettacoli per le scuole, che io introducevo raccontando la storia della danza a parole, con l’inserto di vari brani e spezzoni. Una volta i bambini si erano portati i panini e la Coca-Cola, ma non hanno bevuto né mangiato niente. Erano rapiti.

In carcere, invece, non ho parlato molto della danza, perché secondo me ai detenuti interessava più muoversi, lavorare. Quindi ho parlato un po’ in generale di quando e dove è nata la danza, e dei vari tipi di danze, anche folkloristiche, di carattere, eccetera. Ma non mi sono dilungata tanto, perché secondo me non interessava molto in quel contesto. Però è importante saperlo.

Sicuramente la danza è un grande modo di comunicare, perché più o meno piace a tutti “ballicchiare”. E per loro era liberatorio.

A tutti piace ballare… Portare la danza nelle carceri, e in generale portarla fuori dal teatro e dalle sale prova, è un modo per rivendicare la sua universalità, che purtroppo spesso rischia di essere oscurata, mi sembra, da una separazione troppo netta tra cultura d’élite e di massa o da una gerarchia di generi troppo rigida, che lei ha contribuito a superare, introducendo la danza contemporanea e il Pilates alla Scuola di Ballo della Scala, già negli anni ‘70. Quanto è importante che l’eccellenza arrivi a tutti e che sia accessibile?

È importante, e io con la scuola l’ho sempre fatto. Quando spieghi un balletto a qualcuno, dopo il balletto piace. Io stessa, quando mi capita di andare a vedere un’opera e non mi sono preparata, capisco un po’ meno, e allora mi dedico solo all’estetica, ma si tratta di un’esperienza diversa.

Quale pensa sia stato il più importante insegnamento che ha lasciato ai detenuti?

A loro credo di aver lasciato il senso di disciplina, e in effetti a fine corso erano già molto cambiati rispetto alla prima lezione.

E poi la curiosità, che per me è una cosa molto importante. Il mondo si è sempre mosso proprio grazie alla curiosità: se non fosse per questo, saremmo ancora chissà dove, forse non ci saremmo neanche più.

E anche il senso del bello: lo vedevo nelle loro improvvisazioni, nel modo in cui cercavano di fare le cose.

E invece un insegnamento che sente di avere ricevuto da loro?

Mi hanno lasciato uno stupore. Quando si pensa a una persona in prigione dà sempre un certo turbamento. Invece loro sono stati una sorpresa. Una volta abbiamo organizzato un gruppo con alcuni che suonavano e noialtri che ballavamo. Un altro giorno, invece, abbiamo fatto una pizzata. Si è quindi creato un ambiente familiare, anche all’interno di una prigione.

Forse anche perché so stare con tutti e trattare tutti allo stesso modo, come ero solita fare alla Scala. Per me non esiste trattare diversamente il Sovrintendente da un addetto alle pulizie, perché una persona è una persona.

Un’ultima battuta, per tirare le somme da questa esperienza?

Alla fine, posso dire che mi sono trovata bene. A me piaceva, forse anche perché a me piace sempre cambiare. E quello certo era stato un bel cambiamento.