Un collezionista disse: “Ho sognato la Callas. In quell’occasione lei mi affidò la sua eredità”. Accadde a Sirmione, dove il celebre soprano aveva casa con il marito, l’imprenditore di laterizi Giambattista Meneghini, e oggi c’è un palazzo di fine Settecento, in pieno centro storico, che porta il suo nome e raccoglie molte sue reliquie. Al collezionista che aveva fatto quel sogno era toccata la fortuna di conoscere la Maria da bambino, perché le famiglie si frequentavano (almeno così si dice in modo non molto specifico). Appena fu in grado di cogliere quella fortuna l’avveduto signore la mise a frutto: ha ficcato il naso nelle case di lusso, nelle cantine e nei solai dell’intero territorio gardesano, pizzicato neglette signore che si diceva avessero fatto la comparsa accanto alla divina, sollecitato alla chiacchiera i frequentatori di quei palcoscenici di ventura dove – fra stracci e bottiglie semivuote – si nascondono a volte perle preziose. Nel territorio gardesano il verde sa farsi rispettare. Esili le cime degli alberi che il vento sommuove: e ai lati nascono aiuole, fiori, foglie, vasetti alle finestre dei pianterreni, gerani, nontiscordardime e pallide piante grasse. La gente, oggi che sono passati vari decenni, va più volentieri alle grotte di Catullo in faccia all’azzurro dell’onda quasi-marina, che non nelle sale di un museo per una vecchia sdraio a righe, sulla quale la diva riposava l’allora suo possente deretano, nel giardinetto di casa.
Non rendo a sufficienza queste ore pomeridiane di un aprile ormai maggengo, agiatezza di traversare il lago in vaporetto, il piacere di veder sfilare sulla costa tetti e strade. Il lago ha orizzonti larghi, la folla lontana passeggia compatta, il muratore fuma su un tetto a buchi, la veste di una fanciulla sventola sul balcone di un edificio a tre piani, un cane forse randagio scodinzola intorno a un bidone sull’angolo di una casa slavata. Da un caffè si odono echi di canzoni alla moda, mentre sul lungolago i vecchi scelgono la panchina migliore – soleggiata ma non troppo. Gli incontri delle persone sono senza effusione e sembrano accrescere quella stanchezza indistinta che vaga nell’aria. Il terreno è di sabbia fine, rossastra. Ai bordi delle aiuole muschio grigio e marmorizzato, reduce dai freddi invernali – rari, ma taglienti come schegge quando scendono dalla Cima Valdritta o penetrano dalle fessure del Baldo. Passa un uomo con berrettino da ciclista su maglione nero. Un manifesto segnala per la sera un film all’aperto. All’improvviso – sarà per i miei occhi affetti da una malattia che si chiama visionarietà – un guanto nero traversa l’aria: sospeso, quasi fermo nel vuoto, svanisce, ritorna, si indovina destinato a coprire una mano femminile molto magra e slanciata, svolazza, si agita, compie gesti all’apparenza indecifrabili ma che ricordano il grazie dei teatranti alla ribalta. Svanisce. Ritorna. È un foglio a forma di guanto, un foglio con le dita… Tra il pallido e il rosa dell’aria – lampeggia la seta, una pagina musicale… ma no, è la cresta di un’onda, è il riflesso della seta… Il guanto è di quelli che arrivano al gomito, con la forza degli occhi nervosi possono arrivare all’ascella. C’è un pizzo sottile al bordo, un tenero ricamo…
Appresi più tardi che il collezionista, un uomo semplice, vestito di grigio, aveva acquistato quel guanto nel botteghino di un trovarobe – un negozietto di legno giallo, come una gabbia per canarini. Stava appeso a un gancio, di fisionomia all’apparenza usuale. Il collezionista era un uomo semplice. Un uomo semplice, vestito di grigio… Con il suo trofeo si avviò verso casa, dopo aver attraversato una piazzetta vuota ma che all’improvviso gli sembrò colma di gente d’ogni colore – gialli, mongoli, svedesi biondissime e nipponici con la testa calva come palle di biliardo… Cos’era successo? Aveva acquistato un guanto – mano destra, sottile – e basta. Non aveva fatto altre spese, neppure comprato gli abituali due panini di semola dalla Lucia, storica panettiera del luogo. Lo tolse dalla busta in cui lo aveva avvolto il venditore, con delicatezza lo carezzò prima di prenderlo per i capi e stenderlo da mano a mano. Gli avevano detto (nei paesi le voci corrono come refoli di polvere al vento) che nella penisola venivano trafficati oggetti minimi, oggetti d’affezione che la Signora aveva comprato e indossato quando lì abitava. Succedevano anche cose strane. Un baritono, di quelli che furoreggiano in provincia, preso a manate e sospinto su una pietra, veniva ogni tanto costretto ad aprir voce sull’aria di Scarpia che tenta di sedurre Tosca; in una fiera, nel dispendio generoso di colori, suoni, voci, era apparsa una figura in veste bianca, i capelli attorcigliati sulla nuca e una mano sul cuore; di notte i giardini, disciolti nell’ombra, erano trafitti da una stella “insolita”, la guardava un vecchio con il sigaro pendulo fra le labbra e una muta di animali dalle spalle tenere… sul gradino di un parco un gruppo di bambini infreddoliti si tenevano caldo con le mani tra le cosce… Largo, largo, arrivavano i turisti. Di dove vengono? Camminano a frotte, chini, un giovinetto con la camicia bianca slacciata, una francese canticchia: “C’est si bon”.
Tornavo per i giardini pubblici dove i pensionati ciondolano inermi, con il bastone tracciando segni per terra: qualcuno sorveglia i ragazzini che sgusciano come folletti. Tutto è di un verde cupo. Con le mani in tasca, infreddolito, un uomo risale con gli occhi il muro di calce d’una chiesa. Entra. Dietro una statua della Madonna, a colloquio sornione, due figure – e più in là una donna in un’ombra di polvere. Chi era? Cosa faceva lì?
Fu in quel momento che la gente cominciò a uscire da teatro, e mi trovai in un corridoio invaso da centinaia di schiene.