Al Teatro alla Scala è andata in scena La traviata di Giuseppe Verdi nello storico allestimento di Liliana Cavani e con la direzione di Michele Gamba. È l’opera più rappresentata al mondo. La domanda sorge dunque spontanea: cosa si può dire di nuovo su Traviata? O meglio: cosa può dirci ancora Traviata?
La storia compositiva di Traviata è arcinota ma vale la pena rinfrescarne la memoria in questa sede. Folgorato dalla Dame aux camélias di Dumas figlio, Verdi decise di portare in scena una vicenda ambientata nella contemporaneità con un titolo piuttosto lugubre, che sarebbe dovuto essere Amore e morte. Come prevedibile, la censura di Venezia scombinò i piani del maestro, il quale si ritrovò costretto a ‘retrodatare’ l’ambientazione del testo di un secolo e cambiare il titolo nell’iconico La traviata. A complicare la situazione di Verdi e del suo librettista, Francesco Maria Piave, era poi il soggetto dell’opera: la storia di una prostituta che cerca prima libertà, poi redenzione. Soprattutto, vuole essere amata riamando, come insegna quel gioiello insuperabile – che solamente un gigante come Verdi poteva concepire – che è la frase «Amami, Alfredo, amami quant’io t’amo», vertice teatrale e poetico del melodramma ottocentesco (ma anche della letteratura italiana).

Francesca Pia Vitale nel primo atto di Traviata (ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala)
Si parla del resto in questi giorni della proposta del ministero dell’Istruzione di inserire l’insegnamento del melodramma italiano nei programmi scolastici. Proposta accolta con tiepidezza se non con sdegno da parte di critici e musicologi. Da una parte, ci si chiede come sia possibile offrire con competenza allo studente (nelle poche e spesso mal organizzate ore scolastiche) una panoramica generale di ciò che fu il genere artistico più rilevante dell’Italia dell’Ottocento (ma ricordiamo che nacque, sempre in Italia, più di duecento anni prima). Dall’altra, non si può che felicitarsi: a Roma qualcuno ha finalmente capito che, se non si capisce il melodramma, non si può comprendere la cultura italiana nella sua interezza. Lo diceva anche Gramsci: il melodramma ha svolto, per l’Italia, quella funzione sociale che altrove aveva svolto il romanzo popolare. Ma nell’Italia nascente – e poi appena nata – nonché poco alfabetizzata del secolo lungo, l’unico genere popolare era rappresentato dall’opera; quindi da Verdi. La coscienza popolare si formava così tra i banchi del loggione più che quelli scolastici, e gridava Viva Verdi!. Chissà allora – speme ultima dea – che questa rara intuizione ministeriale non si traduca in una riscoperta di quell’immensa ricchezza tota nostra che è il melodramma.
Tornando a cose più mondane, al Teatro alla Scala è tornato in scena lo storico allestimento di Traviata firmato da Liliana Cavani. I trentasei anni di questo allestimento si sentono. Un capolavoro didascalico, un monumento al disimpegno drammaturgico: lo spettacolo di Cavani è puro appagamento estetico cui non corrisponde la minima tracciabilità di un’evoluzione caratteriale nei personaggi né un’indagine sull’inestricabile e complesso groviglio di rapporti che lega le loro fragili emotività. L’apice del descrittivismo lo raggiungono però i colpetti di tosse di Violetta nel terz’atto, consumati infrangendo una legge scalfita nel marmo – parola di Verdi: “Violetta non deve tossire, la musica supplisce alla rumoristica”. Detto questo: è tutto molto bello. Scene, costumi et cetera sono certamente ben fatti e il pubblico meno avvezzo reagisce ad ogni apertura di sipario con qualche secondo di ammaliata sorpresa, ma questo approccio museale finisce per svuotare di senso l’opera, sicché questi tableaux vivants gattopardeschi finiscono più per affascinare che per commuovere, rinunciando così ad assestare quel violentissimo pugno allo stomaco che è quest’opera sempiterna.
Le bellissime scene di Dante Ferretti, ad esempio, sono inutilmente colossali – salvo riscattarsi in corner, nel terz’atto, quando la mastodontica e principesca stanza da letto di Violetta accoglie una donna che si fa sempre più piccola, evanescente, sola. Violetta è un lumino, un velo candido disteso su un altare – e la sua stanza un mausoleo, l’amore finalmente restituito altro non è che un omaggio funebre. Effetto desiderato o meno, è l’unica immagine memorabile della serata.

ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
Ciò che non fa la regia, lo fa la musica. Michele Gamba dirige un’Orchestra del Teatro alla Scala in stato di grazia in modo tutt’altro che tradizionale: l’approccio è finemente teatrale, il ritmo ben calibrato, la tensione è palpabile. Alcune scelte hanno un peso drammaturgico decisivo: l’agogica, ad esempio, e il colore del brindisi, che sembra già tradire il destino di una felicità irrealizzabile, la pulsione quasi ossessiva alla morte che pervade l’intero dramma.
La protagonista della recita di cui scriviamo (30 settembre) era Francesca Pia Vitale. Se per le prime recite a spadroneggiare era l’approccio pienamente libertino della diva Nadine Sierra, qua ci si trova davanti a una Violetta dalle mille sfumature. Nomen omen, Vitale è un trionfo viscerale di vitalità, ma di una vitalità soppesata, greve talvolta. Il timbro è splendido, morbido e lucente; il vibrato è naturale e ammaliante; la parola scenica è cesellata nei minimi particolare. Nulla è lasciato al caso: il peso, il colore – la stessa azione scenica scevra da frivolezze varie e colma di una sensualità magnetica quanto priva di civetteria. Piuttosto, si palesa in questa Violetta l’ambigua e sofferta convivenza tra anelito libertario, nobiltà d’animo e amore diniegato. Ne emerge una protagonista tutt’altro che bidimensionale che presenta con eleganza e struggimento tutti i caratteri principali della scrittura verdiana, culminanti in un Amami Alfredo di immensa, sconvolgente tenerezza.
Dal canto suo, Iván Ayón Rivas tratteggia un Alfredo Germont di giovanile vigore, ben calibrato nel volume, tecnicamente saldo. Sciolta qualche iniziale timidezza, il tenore peruviano sfoggia un Alfredo commovente nelle sue oscillazioni (emotive e morali).
Sempre statuario Amartuvshin Enkbath. Il baritono mongolo disegna un Giorgio Germont che fa rizzare i capelli in testa. Un padre quasi incapace di amare, algido e manesco. Se in scena, pur dopo molti anni di professione, Enkbath talvolta fatica ancora a trovare la propria scioltezza, la voce resta una sorta di piccolo miracolo: rotonda, voluminosa, drammatica ma anche elegante. La parola è posta con superna nobiltà sia nel declamato che nel cantato, e lascia spesso completamente spiazzati (vedasi l’iconico Di sprezzo degno sé stesso rende chi pur nell’ira la donna offende che apre il concertato finale dell’atto secondo).
Funziona ottimamente anche il resto del cast, di cui vale la pena citare almeno la Flora di Carlotta Vichi e il Douphol di Fabrizio Beggi. Una certezza – per solidità e bellezza del suono – il Coro della Scala istruito da Alberto Malazzi.
Come sempre il teatro è maestro di vita e ci dà suggerimenti importanti. Chi vuole portare il melodramma nelle scuole non lo racconti come un ninnolo da museo, ma come quel fuoco vivo che, giorno dopo giorno, nei secoli, ci parla ancora di noi.