L’anno e mezzo che san Josemaría trascorse a Burgos rappresenta una tappa molto significativa della sua biografia. Dopo la fondazione dell’Opus Dei e la fuga dalla zona controllata dai governativi anticlericali nella guerra civile spagnola, Escrivá ha lavorato per diffondere lo spirito dell’Opera nonostante le difficoltà. José Luis González Gullón, autore di questo studio, è professore Incaricato di Storia della Chiesa presso la Pontificia Università della Santa Croce e membro dell’Istituto Storico Josemaría Escrivá. È inoltre autore di Historia del Opus Dei (Rialp, Madrid 2022, pp. 726, € 26) e di altre pubblicazioni di storia religiosa contemporanea.

Nella biografia di Josemaría Escrivá, l’anno trascorso nella città di Burgos segna l’inizio di una nuova tappa. Dopo aver fondato l’Opus Dei nel 1928, aveva dedicato otto anni a diffondere il suo messaggio tra persone conosciute a Madrid e aveva dato vita a una residenza universitaria, la Dya (Derecho y Arquitectura [Diritto e Architettura]). Lo scoppio della Guerra civile spagnola nel luglio 1936 lo colse in un momento di prima espansione, con 21 uomini e 5 donne che lo seguivano nell’Opera e buone prospettive di sviluppo.

La guerra fermò tutte le attività dell’Opus Dei. Josemaría Escrivá dovette nascondersi perché le forze antifasciste del Fronte popolare che governavano Madrid assassinarono un terzo dei sacerdoti residenti nella capitale spagnola. Dopo innumerevoli peripezie, il fondatore riuscì a fuggire dalla zona repubblicana con alcuni membri dell’Opera; l’11 dicembre 1937 entrò nella zona ribelle franchista, chiamata allora nazionalista.

Si trovò in una Spagna molto diversa da quella che conosceva, uno Stato autoritario in guerra, sostenuto dalle dittature della Germania nazista e dell’Italia fascista. Il regime si autodefiniva nazional-sindacalista e riconosceva la Falange come unico partito. Si basava sui valori della Spagna tradizionale e sugli insegnamenti della Chiesa cattolica. Tutto il potere era concentrato nelle mani di Francisco Franco, Capo di Stato e generale dell’esercito, che aveva instaurato un governo composto da politici legati al movimento nazionale. La maggioranza dei vescovi appoggiava la causa ribelle perché, fin dal primo giorno di guerra, era stata scatenata, con il consenso del governo, una repressione omicida contro il clero e le élite cattoliche; e anche perché i militari ribelli avevano sostenuto la Chiesa quando erano iniziate le violenze clericali, un fatto che indusse molti cattolici a considerare il conflitto come una crociata.

Josemaría Escrivá con i giovani della Academia, Residencia DYA, Madrid, marzo 1935

Dal vescovo di Pamplona

Per legalizzare la propria situazione davanti alle autorità franchiste, Josemaría Escrivá chiese appoggio al vescovo di Pamplona, mons. Marcelino Olaechea. Escrivá gli fece visita nella città di Zarauz, dove venne presentato all’ambasciatore italiano, poi rimase per cinque giorni in un ostello a San Sebastián. Si sentiva mentalmente e fisicamente esausto, afflitto dall’assenza dei suoi figli spirituali e nell’impossibilità di nutrirsi normalmente. Il 15 annotò che aveva pianto molto, prima della messa e durante la messa, perché esausto. Tuttavia, fece visita a famiglie amiche e mantenne una corrispondenza con i suoi figli dell’Opera e con i conoscenti. In quei giorni celebrò la messa nella casa dell’Istituto Teresiano.

Il 17 dicembre una nota famiglia accompagnò Escrivá al palazzo episcopale di Pamplona. Quando disse al vescovo Olaechea che voleva fare gli esercizi spirituali da solo, il prelato gli offrì casa sua. Una volta stabilitosi, inviò una lettera al Vicario Generale di Madrid-Alcalá, Francisco Morán, in cui chiedeva la sua condiscendenza per continuare con la «particolare vocazione nella direzione delle anime che conosce Vostra Eccellenza»1. Escrivá trascorse i successivi sei giorni di ritiro in silenzio, tranne che durante i pasti, occasione in cui il presule lo presentava ai commensali che aveva invitato a pranzo: tra gli altri, Isidro Gomá, cardinale di Toledo, e Hildebrando Antoniutti, delegato apostolico della Santa Sede.

Escrivá faceva gli esercizi per

il desiderio intensissimo di essere migliore strumento nelle mani del mio Signore per far divenire realtà la sua Opera ed estenderla in tutto il mondo, come Egli vuole. Il fine diretto e concreto è duplice: 1) intimo, di purificazione: rinnovare la mia vita interiore; 2) esterno: vedere le possibilità attuali per l’apostolato dell’Opera, i mezzi e gli ostacoli2.

Nella sua preghiera, Escrivá pensava di non corrispondere bene alle grazie ricevute e, allo stesso tempo, si sentiva amato da Dio con predilezione. Dall’altra parte, sperimentava che «il frutto della mia vita interiore è gaudium cum pace: il cammino della mia vita interiore è l’infanzia spirituale, vedendo sempre in tutto e in tutti la mano di mio Padre-Dio»3. Turbato dal dolore per le sofferenze patite nella zona repubblicana, ricordava spesso la madre, i fratelli, i genitori e i fratelli dei suoi figli spirituali. E, poiché la sua debolezza fisica ed emotiva era grande, piangeva spesso: «Così vicino a Cristo, per tanti anni, e… così peccatore! L’intimità di Gesù con me, suo Sacerdote, mi strappa dei singhiozzi»4. Pianse anche quando si confessò con Vicente Schiralli, un salesiano che viveva presso mons. Olaechea.

A Burgos

Il 7 gennaio 1938 Escrivá, che aveva ricevuto gli abiti sacerdotali in dono dal prelato di Pamplona, si recò a Burgos. Questa capitale castigliana contava poco più di 100.000 abitanti, la metà arrivati durante la guerra. Escrivá aveva deciso di aspettare la fine del conflitto a Burgos perché era la capitale provvisoria della zona ribelle e il principale snodo delle comunicazioni. Si sistemò in una pensione di via Santa Clara dove già alloggiava José María Albareda, figlio suo nell’Opera.

Escrivá si preoccupava della perseveranza dei suoi figli spirituali, isolati e pieni di difficoltà a causa della guerra civile. A volte si lamentava nella preghiera: «Dio mio, Dio mio! Tutti ugualmente amati, per Te, con Te e in Te: tutti dispersi. Mi hai colpito dove più poteva farmi male: nei figli»5. Almeno riuscì a convincere i generali dell’esercito ad assegnare due dei suoi figli a Burgos: Francisco Botella e Pedro Casciaro.

Suggerì a tutti gli altri di venire a trovarlo a Burgos o, se ciò non fosse possibile, di dirgli dove si trovavano perché sarebbe venuto il prima possibile. Quando Ricardo Fernández Vallespín gli disse che non aveva il permesso militare, fu Escrivá a raggiungerlo. Lasciò Burgos il 19 gennaio e viaggiò in autobus fino a Palencia, dove trascorse un giorno con il vescovo Manuel González, poi proseguì in treno fino a Valladolid, dove visitò le teresiane. Il giorno successivo proseguì per Salamanca e il 21 ebbe un lungo colloquio con Josefa Segovia, Direttrice generale dell’Istituzione Teresiana, consolandola per l’assassinio del loro fondatore, Pedro Poveda. Raggiunse infine Fernández Vallespín e trascorse un giorno con lui. Escrivá lo incoraggiò a mantenere le pratiche di vita cristiana e i contatti con gli altri dell’Opera. Dopo la separazione si lamentò nei suoi appunti perché la solitudine era pesante e pregò Dio per i suoi figli spirituali.

Poco tempo dopo scrisse una lettera circolare a tutti i membri dell’Opera, in cui affermava che, dopo mesi di clandestinità in mezzo alla rivoluzione, aveva compreso che Dio lo aveva salvato dalla morte perché continuasse «a essere Capo e Padre dei suoi eletti, in questa Opera di Dio». Poi, li incoraggiò a «perseverare nel nostro spirito» e a «santificarvi con l’esercizio del discreto, efficace e virile apostolato che svolgiamo»6. Raccomandò loro di attenersi alle norme e consuetudini dell’Opera, di dedicare tempo allo studio nonostante i turbinii della vita militare, di scrivergli spesso e di parlare dello spirito dell’Opus Dei ai loro amici.

Contemplazione e penitenza

Quando la padrona della pensione di via Santa Clara disse che voleva mettere nella loro stanza altre persone, oltre a Casciaro e Botella, Escrivá decise di trasferirsi per stare solo con loro. Il 29 marzo si trasferirono al Sabadell Hotel, un modesto ostello situato in via Merced, vicino al fiume Arlanzón. Lì, al mattino, facevano un momento di preghiera e poi il fondatore celebrava la messa nella casa delle Teresiane e, successivamente, dedicava la mattinata a scrivere lettere alle persone conosciute e a preparare la sua tesi di ricerca. Poi, parlava con alcuni giovani e professionisti in albergo o pranzava con loro in un ristorante. Nel pomeriggio faceva una visita all’Eucaristia in una chiesa vicina e mezz’ora di meditazione con i suoi figli in albergo o in una chiesa. Trascorreva altro tempo scrivendo lettere, la sera recitava il rosario e, con relativa frequenza, finiva la giornata rammendando i suoi vestiti e quelli dei suoi figli.

Nel suo rapporto con Dio, Escrivá viveva dentro di sé il contrasto tra i suoi limiti personali la fiducia e l’amore per Dio:

Mi vedo come un poveretto al quale il padrone ha tolto le a livrea. Si vedono solo i peccati! Capisco la nudità provata dai progenitori. Ho pianto e sofferto molto. Tuttavia sono molto felice. Non farei a cambio con nessuno. Sono anni che non perdo il gaudium cum pace. Grazie, mio Dio!7.

Di fronte alle molteplici questioni che lo assalivano, cercava l’abbandono in Dio: «Mi vedo così miserabile che tante volte infilo la testa nell’oratorio per dire a Gesù: non fidarti di me… Io mi fido di te, Gesù… mi abbandono alle tue braccia»8.

In questo periodo scrisse a Juan Jiménez Vargas per informarlo sul progresso dell’Opera, e gli raccontò alcune novità della sua preghiera contemplativa. Notevole è la lettera del 6 giugno:

Questa mattina, sulla strada per Las Huelgas, mentre stavo facendo la mia orazione, ho scoperto un nuovo orizzonte: la Santissima Piaga della mano destra del mio Signore. E ci sono rimasto per tutto il giorno, tra baci e adorazioni. È veramente amabile la santa Umanità del nostro Dio! Chiedigli tu che mi dia il suo vero Amore: così ne saranno ben purificati tutti gli altri miei affetti9.

Escrivá condusse una vita austera e penitente. Ricorreva alla disciplina e al cilicio, digiunava e sopportava il freddo. Pedro Casciaro e Francisco Botella insistevano perché si prendesse cura di sé e non digiunasse così tanto. In un’occasione, quando la bocca di Escrivá era secca perché non aveva bevuto acqua per ore per mortificazione, Casciaro riempì un bicchiere e, come ricorda,

glielo portai dicendo: «Lo beva!». Lui rifiutò, dicendomi che stavo esagerando. Contenendo appena la rabbia risposi: «O lo beve o lo butto via». Vedendo che non si muoveva, lo lasciai cadere a terra e il bicchiere si frantumò. Imitando pazientemente e perfino con ironia il mio modo di parlare, mi disse: «Rabbioso!».

Casciaro si scusò e raccolse l’acqua e il bicchiere dal pavimento. La sera, prima di andare a letto, Escrivá gli disse con buon umore: «Stai attento e non camminare a piedi nudi; potrebbero esserci pezzi di vetro sul pavimento»10.

Il rapporto con i figli spirituali

Man mano che tra i ragazzi che aveva conosciuto prima della guerra si seppe che si trovava a Burgos, aumentò il numero di giovani che cercavano un accompagnamento spirituale, una confessione o un momento per parlare con lui. A volte avevano solo un’ora prima di ricongiungersi alla loro unità dell’esercito; altri facevano visite regolari perché stavano seguendo corsi per ufficiali a Burgos. Seguì anche un gruppo di donne alle quali trasmise lo spirito dell’Opus Dei, tra cui Amparo Rodríguez Casado e Carmen Munárriz, sorelle di giovani che prima della guerra si erano recati nella residenza Dya. Escrivá organizzò per loro un circolo di studio in cui spiegò la dottrina e la vita cristiana.

Oltre agli incontri, contattava regolarmente numerose persone tramite corrispondenza. Con l’aiuto di chi lo accompagnava in albergo, creò un elenco di 150 nomi e indirizzi. I destinatari prioritari erano i suoi figli dell’Opera, poi i giovani dell’opera di San Raffaele che erano stati residenti alla Dya e i professionisti dell’opera di San Gabriele. Nelle lettere indirizzate ai membri dell’Opera, parlava loro del rapporto con Dio e dell’unione con il Padre e con i fratelli dell’Opus Dei e li incoraggiava a mantenere alto il morale nonostante le difficoltà. Con toni diversi supplicava ciascuno di attenersi alle regole del piano di vita e di offrire a Dio i momenti brutti; di chiedere soldi, vestiti e libri se ne avevano bisogno; di sfruttare il tempo facendo lavori utili, come studiare una lingua; e di scrivergli settimanalmente, con l’impegno da parte sua di rispondere. Soffriva e accompagnava chi soffriva. Quasi ogni settimana scriveva a coloro che si trovavano nella zona repubblicana. Per superare la censura, si rifugiava nei panni di un nonno che scriveva alla famiglia: «Il povero vecchio soffre per le nipotine che ha a Madrid: raccontategli qualcosa di loro, della nonna e delle zie. Si ricorda di voi con tanto affetto!»11.

Tra tutti spiccava Juan Jiménez Vargas, che definiva come il figlio primogenito e che, a suo dire, sarebbe stato «il suo immediato successore nell’azienda di famiglia»12, alla guida dell’Opera. Disse che riposava «nel braccio forte di mio figlio»13 e gli ricordò:

È necessario che, ogni giorno, tu abbia un rapporto più intimo con don Manuel e sua Madre: che ti preoccupi del nonno e dei tuoi fratelli: che tu sia determinato a tutti i sacrifici, per far andare avanti la nostra Casa: e che tu sostenga, con questa dedizione e abnegazione, l’intera famiglia. Da parte mia, ancora di più: ho bisogno dell’aiuto di tutti: incoraggia i tuoi fratelli a non negarmi quell’aiuto14.

Un secondo destinatario particolare delle lettere, insieme a Jiménez Vargas, fu Ricardo Fernández Vallespín, che chiamava il mio protettore perché, come gli disse, contava su di lui.

Per mantenere il rapporto con i giovani universitari, Escrivá recuperò l’usanza che aveva utilizzato nella residenza Dya: inviare una lettera circolare a tutti i giovani di San Raffaele e agli amici. Dal marzo 1938 all’agosto 1939 scrisse mensilmente un bollettino ciclostilato, Noticias. La pubblicazione conteneva alcune parole iniziali del fondatore e poi informazioni su ogni giovane, affinché gli uni conoscessero le vicende degli altri e tutti si sentissero uniti. Noticias parlava dell’uso del tempo e dell’abitudine allo studio, alla preghiera e allo sforzo di condurre una vita coerente come figlio di Dio; della preoccupazione per coloro che erano ricoverati in ospedale o per i detenuti; della supplica a Dio per coloro che erano morti nei combattimenti. Per esempio, a ottobre scrisse:

Sono trascorsi dieci anni dall’inizio di quest’opera di apostolato… Tu partecipi a essa: ne ricevi l’impulso soprannaturale e tu le doni la tua preghiera, la tua vita pulita, il tuo intenso lavoro intellettuale. E tutto con naturalezza e discrezione15.

Il 7 giugno ricevette un messaggio da Ricardo Fernández Vallespín in cui gli comunicava di essere stato ferito, senza lesioni gravi. Si recò subito al Carabanchel Alto, sul fronte madrileno. Tenne per qualche ora compagnia a Ricardo, convalescente in ospedale perché una bomba a mano difettosa era esplosa a poca distanza da lui. Durante quel breve soggiorno – ritornò subito a Burgos – un ufficiale dell’esercito gli regalò un binocolo per vedere la Madrid repubblicana. Guardando ai quartieri occidentali, il pensiero del fondatore andò ai suoi figli spirituali, a sua madre e i suoi fratelli, così vicini fisicamente e così lontani prima che potesse riabbracciarli. In una lettera scritta poco dopo a Isidoro Zorzano esprimeva il suo dolore perché poteva solo «darsi l’illusione di stare laddove il suo cuore avrebbe voluto»16.

Il 16 luglio partì per celebrare il giubileo di Santiago de Compostela. Si incontrò a León con Ricardo Fernández Vallespín, dimesso dopo l’incidente subìto, e proseguirono in treno fino a Santiago. Escrivá celebrò la messa nella cripta della cattedrale e poi fece ritorno a Burgos.

Un giorno di fine luglio accadde un fatto molto singolare. José María Albareda e Pedro Casciaro stavano passeggiando per una strada di Burgos. All’improvviso, una signora fissò Pedro con un’espressione disgustata. Ore dopo, Escrivá venne a sapere che il marito di quella donna, Jorge Bermúdez, aveva presentato una denuncia alle autorità militari contro Casciaro. Lo accusava di essere una spia dell’esercito franchista perché suo padre era il leader del Fronte Popolare ad Alicante. Escrivá andò a parlare con Jorge Bermúdez, accompagnato da Albareda; e, nel frattempo, Miguel Fisac, dell’Opera, che passava da Burgos, andò con Pedro Casciaro a trovare la signora Bermúdez. I due incontri furono amari. Nel caso di Jorge Bermúdez, Josemaría Escrivá gli disse che la denuncia contro Pedro Casciaro era ingiusta e fece appello alla sua parola di prete. Bermúdez, dispiaciuto di avere due figli che esponevano la loro vita sui fronti di guerra, apparve freddo e immobile e ripeté più volte che i Casciaro, padre e figlio, sarebbero dovuti essere fucilati. Senza opzioni per ulteriori dialoghi, si salutarono.

Due ore dopo, Jorge Bermúdez ebbe un ictus nel suo ufficio e morì. Intanto, all’Hotel Sabadell, il fondatore ebbe un’intensa premonizione: «Mi venne più volte il pensiero che quella famiglia avrebbe avuto una disgrazia. Pensai al figlio, quello che stava al fronte». E commentò ad alta voce che alla signora Bermúdez «si dovranno fare le condoglianze». Poco dopo, Escrivá uscì in strada accompagnato da Fisac e vide l’avviso di morte di Bermúdez nella vetrina di un negozio. Fisac, spaventato, disse: «Nel momento in cui quest’uomo moriva, Lei lo stava dicendo»17. Quando Pedro Casciaro seppe dell’accaduto, andò a letto spaventato. Il fondatore lo rassicurò, gli disse che avrebbe pregato per l’anima del defunto e gli suggerì di chiedere qualche giorno di permesso per riposare presso uno zio a Bilbao.

In agosto e settembre Escrivá trascorse più giorni fuori che dentro Burgos. Invitato dal vescovo, preparò un numero considerevole di meditazioni e di conversazioni nel palazzo episcopale di Ávila. Poi predicò esercizi spirituali per la comunità delle consacrate che frequentavano il palazzo episcopale di Vitoria e per 55 sacerdoti della diocesi di Vitoria. Dal 25 settembre al 1° ottobre fece i suoi esercizi spirituali nel monastero di Silos. Nel silenzio dei giorni di ritiro, tornò al noto paradosso della sua vita interiore. Innanzitutto, si sentiva «terribilmente tentato. Mi vedo, non solo incapace di portare avanti l’Opera, ma incapace di salvarmi – povera anima mia! – senza un miracolo della grazia». Poi trovò consolazione perché «mia Madre è mia Madre, e Gesù è – oso? – è il mio Gesù! E ci sono diverse anime sante, in questo momento, che stanno pregando per questo peccatore». E, come proposito, decise di pregare con fede e di concentrarsi nei compiti quotidiani:

Devo stare nelle infantili piccolezze della mia vecchia vita interiore, anche se sembra che stia facendo una commedia; e perseverare per mesi, e anche per anni, in queste minuzie eroiche (la sensibilità, tante volte addormentata riguardo al bene, non conta), con la mia volontà forse fredda, ma decisa a compierle per Amore18.

Il frutto degli anni a Burgos e la fine della guerra

Nel mese di ottobre seppe che tre figli suoi rimasti a Madrid cercavano una via per fuggire dalla zona repubblicana e pregò per questa intenzione. Sentiva che il momento era imminente. Il 12, Álvaro del Portillo, Vicente Rodríguez Casado ed Eduardo Alastrué disertarono dall’esercito repubblicano e fuggirono. Del Portillo trascorse poi tre mesi a Burgos per frequentare un corso provvisorio di sottotenente presso l’accademia di ingegneria di Fuentes Blancas, alla periferia della città. Don Josemaría trovò in Álvaro la persona di cui aveva bisogno per parlare dello sviluppo dell’Opera.

Josemaría Escrivá con mons. Álvaro del Portillo, ottobre 1939

Josemaría Escrivá con mons. Álvaro del Portillo, ottobre 1939

A Burgos, Escrivá lavorò su tre pubblicazioni. La prima era la tesi di ricerca, dedicata alla peculiare giurisdizione civile ed ecclesiastica esercitata dalla badessa del monastero di Las Huelgas, a Burgos, nel corso di 7 secoli. La seconda era un libro intitolato Devozioni Liturgiche che trattava dei tempi liturgici, della liturgia delle ore e di alcune pratiche di pietà eucaristica. La terza consisteva nell’ampliamento delle Considerazioni Spirituali, che prima della guerra civile avevano raggiunto 435 punti. Dopo aver aggiunto altri punti tratti dalla sua preghiera personale e dallo scambio di lettere, arrivò alla cifra di 999 considerazioni, meta che si era prefissato in onore della divina Trinità. Con queste considerazioni offrì ai giovani un modo di incontro, sequela e rapporto con Gesù nella vita ordinaria.

Nel dicembre 1938 l’esercito franchista lanciò un’offensiva in Catalogna. La fine della guerra era vicina. In quel tempo, Escrivá inviò diverse lettere ad Álvaro del Portillo. Pensava che, oltre a Juan Jiménez Vargas, Álvaro lo avrebbe accompagnato nella direzione dell’Opus Dei. Nelle lettere chiamava Álvaro saxum, roccia, perché confidava nel suo vigore: «Gesù ti custodisca, Saxum. E sì, lo sei. Vedo che il Signore ti dà la forza, e rende operativa la mia parola: saxum! Ringraziatelo e siategli fedele…». Gli confidò, inoltre: «Prega per il Padre tuo, affinché sia sempre quello, proprio Padre, e non perda mai il controllo. Se poteste vedere, che desiderio più grande ho di essere santo e di farvi santi!»19.

Escrivá suggerì ad Albareda di procurarsi dei libri per la biblioteca della futura residenza e il professore scrisse una richiesta sotto forma di lettera circolare e la fece firmare da 16 ordinari delle università della Spagna. Inviato in diversi Paesi d’Europa, il contributo più importante venne dalla mano di Agostino Gemelli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che donò 25 volumi di diritto, filosofia e cultura generale.

Il fondatore desiderava l’arrivo della pace per riunire i suoi figli, vivere nuovamente in famiglia e proseguire nella missione ricevuta. Chiese ai suoi figli di essere

disposti a lavorare intensamente in tutti i compiti che verranno con la pace: studio, miglioramento professionale, lingue che ampliano le vostre possibilità e mantengono aggiornate le vostre informazioni scientifiche20.

Quando meditava sul futuro dell’Opera, disse che trovava solo motivi di ottimismo e che sentiva che stava per arrivare un tempo di vibrazione intensa. Questo è stato il messaggio che ha inviato a tutti i suoi figli spirituali in una lettera circolare datata 9 gennaio, giorno in cui compiva 37 anni. Dato il panorama che si apriva davanti a loro, i mezzi che dovevano utilizzare erano la «vita interiore: Lui e noi» e l’unità con il Padre e con gli altri fratelli nell’Opera: 

Ostacoli? Non mi preoccupano gli ostacoli esterni: li supereremo facilmente. Non vedo altro che un ostacolo imponente: la tua mancanza di filiazione e la tua mancanza di fraternità, se mai si sono verificate nella nostra famiglia21.

Nel marzo del 1939 la guerra era finita dal punto di vista militare. Mancava solo la resa incondizionata dell’esercito repubblicano, come aveva chiesto il generale Franco. Fedele al suo pensiero, Escrivá, che aveva seguito da vicino l’andamento del conflitto, non si era espresso sulle basi politiche del regime franchista. Desiderava la fine del conflitto per riprendere la sua missione di irradiazione dell’Opus Dei. A un giovane che gridava vendetta per il dolore che gli era stato inflitto, esprimeva il suo rifiuto della repressione da parte dei vincitori:

Un ufficiale, che ha sofferto straordinariamente nella sua famiglia e nei suoi beni, a causa delle persecuzioni dei rossi, profetizza la sua imminente vendetta. Gli dico che ho sofferto come lui, nella mia famiglia e nelle mie finanze, ma che voglio che i rossi vivano e si convertano. Le parole cristiane si scontrano, nel suo animo nobile, con quei sentimenti di violenza, e lo vedo reagire22.

Escrivá ottenne un salvacondotto che lo autorizzava ad arrivare a Madrid lo stesso giorno della fine del conflitto. Finalmente, nel pomeriggio del 27 marzo, il fondatore salì su un camion di rifornimenti dell’esercito. Dopo un anno e due mesi lasciava Burgos. Era arrivato il momento della diffusione dell’Opus Dei.

1 Lettera di Josemaría Escrivá a Francisco Morán, Pamplona, 17-XII-1937, in Archivio Generale della Prelatura dell’Opus Dei (AGP), serie A.3.4, 254-4, 371217-1.

2 Appunti intimi, n. 1421 (18-XII-1937), cit. in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. II, Leonardo International, Milano 2003, p. 247.

3 Appunti intimi, n. 1433 (21-XII-1937), in AGP.

4 Appunti intimi, n. 1423b (19-XII-1937), cit. in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. II, Leonardo International, Milano 2003, p. 247.

5 Appunti intimi, n. 1484b (13-I-1938), cit. in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. II, Leonardo International, Milano 2003, p. 260.

6 Lettera di Josemaría Escrivá ai suoi figli, Burgos, 9-I-1938, in AGP, serie A.3.4, 254-5, 380109-1.

7 Appunti intimi, n. 1567 (10-III-1938), cit. in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. II, Leonardo International, Milano 2003, p. 270.

8 Appunti intimi, n. 1585 (20-VIII-1938), in AGP. Quel giorno si trovava nel palazzo vescovile di Vitoria e per questo menziona l’oratorio.

9 Lettera di Josemaría Escrivá a Juan Jiménez Vargas, Burgos, 6-VI-1938, in AGP, serie A.3.4, 255-3, 380606-1.

10 Ricordo di Pedro Casciaro, Città del Messico, 3-X-1975, in AGP, serie A.5, 203-2-1.

11 Lettera di Josemaría Escrivá a Isidoro Zorzano, San Juan de Luz, 18-I-1938, in AGP, serie A.3.4, 256-2, 380118-1.

12 Lettera di Josemaría Escrivá a Juan Jiménez Vargas, Saragozza, in AGP, serie A.3.4, 254-6, 380224-1.

13 Lettera di Josemaría Escrivá a Juan Jiménez Vargas, Burgos, 23-III-1938, in AGP, serie A.3.4, 255-1, 380323-1.

14 Ibidem.

15 Noticias, X-1938, AGP, A. 2, 10-1-8.

16 Lettera di Josemaría Escrivá a Isidoro Zorzano, Burgos, 6-XII-1938, in AGP, serie A.3.4, 255-3, 380612-1.

17 Appunti intimi, nn. 1582 e 1582b (2-VIII-1938), cit. in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. II, Leonardo International, Milano 2003, p. 311.

18 Appunti intimi, nn. 1588-1589 (28-IX-1938), cit. in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. II, Leonardo International, Milano 2003, p. 327.

19 Lettera di Josemaría Escrivá ad Álvaro del Portillo, 23-III-1939, in AGP, serie A.3.4, 256-2, 390323-5.

20 Noticias, I-1938, AGP, A. 2, 10-2-1.

21 Lettera circolare, Burgos, 9-I-1939, in AGP, serie A.3.4, 256-2, 390109-1.

22 Lettera ai suoi figli spirituali, Burgos, 24-IV-1938, in AGP, serie A.3.4, 255-2, 380424-1.