Una lunga amicizia sotto la stella della poesia. Potremmo definire così il rapporto tra Cesare Cavalleri (1936-2022), il critico letterario dal fioretto dorato e implacabile, e Giovanni Raboni (1936-2004), poeta tra i più grandi del Novecento, innestato nella più alta tradizione della Linea lombarda. Entrambi collaborarono con Avvenire fin dal primo numero, 4 dicembre 1968, su invito di Raffaele Crovi che allora coordinava la Cultura del quotidiano: a Raboni spettò la critica cinematografica (ma il suo campo d’azione sarebbe diventato molto più ampio), a Cavalleri quella televisiva. Probabile che la frequentazione giornalistica abbia intensificato la loro sintonia intellettuale e nell’archivio delle Edizioni Ares a Milano si trovano diverse testimonianze della loro “corrispondenza interiore”. Un particolare, i libri di Raboni sono conservati nella direzione della casa editrice, la stanza di Cavalleri rimasta intatta come il giorno della sua morte, proprio il 28 dicembre 2022. Quei libri sono negli scaffali del personale Pantheon di Cavalleri, accanto, per intenderci, a Ungaretti, a Montale, a Pound e, sorpresa, a Daria Menicanti. Tutti sorvegliati dalle fotografie di Rimbaud e di Ornella Vanoni (con tanto di autografo di quest’ultima). Il primo libro dedicato da Raboni è Le case della Vetra uscito per lo Specchio nel 1966: «A Cesare Cavalleri con l’amicizia e la stima del suo Giovanni Raboni, 30 aprile 1969». Cavalleri rimase folgorato da quella silloge che a suo parere aveva confermato la “vocazione” assoluta del poeta.

A testimoniare l’estrema attenzione di Cavalleri per Raboni seguirono due splendidi articoli dedicati a Economia della paura (Scheiwiller, Milano 1970) usciti per Avvenire (25 luglio 1971) e per Studi cattolici (agosto-settembre 1971, n. 126/127). Nel primo di questi, Cavalleri definiva il nuovo testo come «uno dei più bei libri di poesia usciti in questi anni» e aggiungeva:

Le prime dodici sono poesie d’amore, e non credevo quasi più che ai giorni nostri se ne potessero scrivere di così intense. Qui troviamo un Raboni, solitamente così sorvegliato, che abbandona tutte le difese e si confessa dimidiato, disperatamente proteso in un amore possessivo… che non può ascoltare ragioni perché è un mezzo di sussistenza, un genere di prima necessità, aria, acqua, pane.

Poche righe più avanti una considerazione che compendiava le ragioni di una poesia nata da un «oscuro conflitto tra vita e impegno civile. Raboni sente su di sé la responsabilità del mondo, ed è simultaneamente consapevole dell’inadeguatezza di ogni azione umana». Cavalleri aveva centrato il bersaglio. Qualche settimana dopo, il 18 luglio, ricevette un’intensa missiva dal poeta che qui pubblichiamo per la prima volta:

Caro Cesare, in giro per l’Italia – e la Svizzera! – da un festival all’altro con magre e faticatissime pause di riposo, mi era capitato di non trovare in edicola il nostro glorioso giornale proprio il 25 luglio, cioè il giorno in cui è uscita la tua recensione al mio libro. L’ho letta ora, su gentile segnalazione dell’amico Maraone. Posso dirti che – a parte la mia riconoscenza, affettuosa quanto è evidentemente affettuosa l’intenzione che ti ha mosso – il tuo pezzo è uno dei più penetranti e stimolanti che siano mai stati dedicati al mio lavoro? È così raro che una recensione insegni qualcosa a chi ne è l’oggetto: bene, penso proprio che in questo caso sia successo, – che posso dirti di più? Ecco: che cercherò di “fare meglio” in futuro, anche per meritarmi, ancora, la tua attenzione. Buona fine d’estate! E credimi, con molto affetto, tuo Raboni.

È forse dopo questo scambio epistolare che Cavalleri pensò di chiedere a Raboni una “poesia di Natale” per il numero di dicembre di Studi cattolici. Raboni accettò con due poesie “mattina di natale (1959)” e “postilla (1969)”, che furono introdotte, un po’ enigmaticamente, dallo stesso Cavalleri con un richiamo a Quasimodo:

Allora si incontra un amico poeta e, con premeditazione, gli si chiede una poesia di Natale: «è Natale, bisogna pur fare qualcosa». E il poeta, per rispettare la data di consegna, riprende una poesia quasi nuova: basterà una postilla. Ma quella mattina di Natale (1959) ancora gli brucia, e la postilla gli esce in versi, ed è molto cattiva. Quanta rabbia per come vanno le cose, che violenza. Non più, ormai, l’«E come potevamo noi cantare», ma il rancore innocente d’una pietà senza punti di applicazione. Buon Natale. Ci deve pur essere un modo. E che sciocchezza coonestare dei versi.

Quella poesia di Raboni andò oltre i confini dell’occasione e venne inclusa nella raccolta Cadenza d’inganno (Mondadori, 1975), anche se «mutò pelle» come testimonia l’accuratissimo apparato del Meridiano Raboni curato da Rodolfo Zucco. Si registrano un paio di varianti e ben 12 versi in meno nella versione Mondadori. Su Studi cattolici (agosto-settembre 1975) Cavalleri mostrò qualche riserva per Cadenza d’inganno accennando a una poesia che talvolta sonnecchiava:

La “cadenza d’inganno” è, innanzitutto, ambiguità coscienziale, irresolutezza morale che continuamente pone sotto lo sguardo del poeta il rovescio delle scelte e delle rimandate decisioni. S’intuisce, sotto il discorso di Raboni, la crisi di molti intellettuali borghesi rimasti sconvolti dal 1968, e che non hanno assimilato questa lezione.

Ma erano molti gli elementi che comunque avevano impressionato il critico: Cavalleri definì «strepitose» le Parti di Requiem e riferì di una «singolare unità di dettato che permane intatta lungo un decennio». In sostanza, considerò la raccolta di transizione, anche se «poeticamente perfetta e conclusa». Raboni rispose il successivo 20 ottobre apprezzando comunque la sincerità dell’amico:

Caro Cesare, devo ringraziarti per l’attenzione con la quale ti sei occupato, su Studi cattolici, del mio ultimo libro. Mi sono accorto, leggendo il tuo pezzo, che in fondo tu eri proprio uno degli interlocutori invisibili di molte cose scritte (o semplicemente pensate) da me in questi anni: e non solo per avermi “commissionato” una poesia di Natale… Questa è, intanto, la cosa che mi premeva di dirti. Per il resto, c’è tempo. Perché non mi telefoni qualche volta? Intanto, grazie ancora, e un saluto affettuoso dal tuo Giovanni.

Ma Raboni non mandò a Cavalleri solo lettere o poesie. Sul numero 117/118 di Studi cattolici, per esempio, intervenne in un dibattito sulla funzione dell’intellettuale nella società contemporanea (contributi di Antonio Saccà, Gaspare Barbiellini Amidei, Angelo Fiore, Fortunato Pasqualino e Giambattista Vicari).

Sarebbero passati diversi anni prima che Cavalleri tornasse a scrivere su Raboni: lo avrebbe fatto su Studi cattolici (dicembre 1990) con un grande pezzo riepilogativo che raccontava A tanto caro sangue (Mondadori, 1988) e i Versi amorosi (Einaudi, 1990). In questo caso, Cavalleri si sorprese della scelta poetica della forma chiusa: «Il risultato è straordinario, e i versi della parte centrale sono fra i migliori che Raboni abbia mai scritto». Un sentimento che sarebbe deflagrato quando venne alla luce la raccolta Ogni terzo pensiero (Mondadori, 1993):

Non so da dove cominciare per dire tutto il bene che il nuovo, inaspettato, libro di Giovanni Raboni merita, tutto l’entusiasmo che da anni un testo di poesia non mi aveva risvegliato. La gratitudine, la meraviglia, l’ammirazione. Insomma, Ogni terzo pensiero è un libro assolutamente straordinario, di obbligatoria lettura per chi dubita sulla possibilità di fare poesia oggi e di dilatante conferma per chi non ne ha mai perduto la speranza.

E, ancora: «Nessuno, dopo Ungaretti, aveva tanto lavorato sul verso italiano, e Raboni – a differenza del Grande – non fa notare la fatica, ha l’eleganza dell’acrobata che esegue sempre nuove invenzioni senza far pesare l’allenamento».

La risposta di Raboni non tardò, l’8 febbraio 1994,

Caro Cesare, che magnifico pezzo hai scritto per Ogni terzo pensiero! Sapevo che il libro t’era piaciuto, ma non osavo sperare in una partecipazione così generosa e, come dire?, “sbilanciata” (nel senso, ovviamente, positivo del termine)… Te ne sono davvero grato, buon lavoro e un saluto affettuoso dal tuo Giovanni Raboni.

Ed è sempre del 1994 una nuova attestazione di amicizia fra il critico e il poeta. In una delle sue temibili stroncature Cavalleri aveva bersagliato, su Studi cattolici, la terza riscrittura di Fratelli d’Italia di Arbasino accusandola, tra l’altro, di manierismo («uno spruzzo di panna sul dessert, passi; tre etti di panna, ancorché montata sono già troppi; diciotto chili di panna, spaventano»). Ne nacque una bagarre tra gli intellettuali e ci fu una levata di scudi in difesa di Arbasino. Raboni sulle pagine del Corriere della sera (6 marzo 1994) difese la libertà di spirito critico di Cavalleri:

Sebbene… la sua stroncatura palesasse intenzioni e motivazioni esclusivamente letterarie, è probabile che in Cavalleri non si sia visto il critico del quale si mette in dubbio la competenza o non si condividono le opinioni, ma il censore cattolico del quale bisogna respingere l’invadenza: equivoco che, se fosse vero, la direbbe lunga sui complessi di superiorità e insieme di inferiorità di cui la cosiddetta cultura laica continua ad essere alquanto comicamente infarcita.

Cavalleri si “accese” anche per i Barlumi di storia pubblicati da Raboni (Mondadori 2002), per il critico segnavano:

l’abbandono delle forme chiuse, peraltro perfettamente dominate, delle ultime raccolte, e il ritorno al ritmo più disteso dell’endecasillabo (e dintorni) così tipico e riconoscibile della pronuncia (vocabolo che gli piace) del primo e secondo Raboni… L’endecasillabo ben temperato (con i doverosi quinari e settenari, vivacizzati da qualche licenza) è il metronomo esatto per scandire il tono elegiaco della poesia del miglior Raboni.

Ancora una volta, il poeta si sentì compreso a fondo e il 1° aprile 2003 scrisse: «Caro Cesare, grazie di cuore per le parole generose e penetranti che hai detto alla radio sui miei Barlumi e per avermene fatto avere il “documento”. Spero di vederti presto…».

Purtroppo, non fu così. Questa e l’ultima lettera conservata nell’archivio Ares. Raboni sarebbe morto l’anno successivo.