Qual è la scuola che sogno? Non solo come ex docente e preside, o come genitore di quattro figli ormai adulti, ma anche e soprattutto come nonno di sette nipoti che la stanno attraversando la scuola e che nella scuola investono la maggior parte del loro tempo. Ecco per loro sogno una scuola capace di in-segnare, cioè di lasciare un segno dentro, nella mente, nell’anima, nella vita di ciascuno di loro. Una scuola che alimenti il loro desiderio di sapere. Che li nutra di sapere. Del resto “alimentare” e “alunno” condividono la stessa radice: il verbo latino alere, appunto nutrire. E la scuola è l’occasione perché ogni alunno impari a gustare, ad apprezzare il sapere; è il luogo dove i maestri fanno assaggiare la sapienza, ne fanno scoprire la bellezza, il sapore. Un po’ come quando di una pietanza diciamo che sa di buono. Ecco la scuola che sogno fa questo: conduce gli studenti alla scoperta del buono, cioè del bene, e quindi del vero, e al desiderio (in latino studeo) della ricerca della verità.
Insomma sogno una scuola che si fondi sulla relazione e sul dialogo tra chi insegna e chi apprende, sulla reciproca libertà di scegliere la propria strada, il proprio metodo, la propria via per imparare, sogno una scuola governata dal rispetto della persona e dalla gratitudine, e in cui siano chiari i doveri di ciascuno.
Le nuove indicazioni nazionali: una riforma diversa?
Ecco, in questo le nuove indicazioni nazionali, che con il 2026 vanno in scena almeno nelle scuole del primo ciclo, rappresentano un’eccezione nella sequela di riforme con cui i vari ministri vorrebbero ascrivere a sé l’onore di aver rifondato la scuola italiana. Nella lunga premessa che introduce i paletti per le nuove programmazioni l’accento viene posto proprio sulla relazione, sul dialogo, sulla persona, riconoscendo in definitiva che la scuola è fatta dalle persone che ci lavorano, e non già (o almeno non solo) da indicazioni sui contenuti. «Fare scuola oggi richiede di rinnovare con convinzione profonda e partecipazione piena il patto di corresponsabilità fra genitori e insegnanti» (pag. 10). «Il principio educativo che sottende la scuola è la centralità dello studente che è soggetto attivo del proprio apprendimento e che, grazie alla scuola, impara progressivamente a governare il bene inestimabile della libertà» (pag. 11). Queste premesse lasciano immaginare una scuola come quella che sogno.
Riconosciuto al ministro Valditara di essersi, almeno in questo, distinto dai suoi predecessori, occorre però ripetere che iniziare l’anno scolastico ancora una volta con una novità non è una buona idea. Anche perché la novità non è quella che auspicava Lucio Dalla nella celebre canzone: il rito del rientro dalle vacanze, del collegio di apertura, delle programmazioni, eccetera, eccetera, si ripeterà come sempre e come sempre pochi sono quelli che si stanno preparando, con buona pace delle nuove indicazioni. Dove sta l’inghippo. Prima di tutto nel continuo succedersi di trasformazioni, quando ancora il corpo docente non ha digerito del tutto le precedenti, poi nella lunghezza dei documenti ministeriali, infine nel loro essere – le indicazioni, le riforme – dichiarazioni di intenti, teoria, inquadramento generico, che non tiene mai conto dei tempi della scuola, della mancanza di continuità didattica, della scarsa considerazione sociale della professionalità dei docenti. Infine nella sudditanza che le scelte di governo rivelano nei confronti della tecnologia e dell’avanzata dell’intelligenza artificiale, come se la misura di una scuola veramente buona fosse determinata dalla sua capacità di innovazione, di stare al passo coi tempi; e non invece dalla buona relazione tra docenti e discenti, personale scolastico tutto e famiglie, insomma dell’intera comunità educante che costituisce il complesso sistema organizzativo che è la scuola.
Come bene ha scritto Leone XIV ciò che oggi è fondamentale riconoscere è la «centralità della scuola»: «La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona»[1].
È questo che non troviamo nelle indicazioni nazionali: la dichiarazione che c’è una verità da ricercare e che è compito di ciascuno di noi imparare come cercarla e amarla; che la vita ha un significato e un senso, come scriveva Victor Frankl; e che proprio dalla verità e dal senso della vita discende la dignità di ogni persona.
Aspettarsi espressioni tanto forti in un documento ufficiale del Ministero forse è chiedere troppo, lo so, ma è pur vero che la Carta costituzionale (tanto spesso citata a vanvera) è la fonte primaria di un pensiero così forte. La Costituzione riconosce, infatti, ai genitori il diritto-dovere di mantenere, istruire ed educare i figli (art. 30); impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza dei cittadini, rendendo la scuola il principale strumento di emancipazione (art. 3); riconosce, inoltre, la “verità” come principio implicito affermandone la rilevanza nell’ambito dell’informazione (art. 21), del diritto (art. 111), della storia (art. 2), della scienza (art. 9 e art. 33).
In questo senso la cosiddetta libertà di insegnamento (come l’arte e la scienza), anch’essa tutelata dalla Costituzione, diviene lo strumento fondamentale per fornire un metodo e per far crescere l’autonomia degli studenti. Nelle nuove indicazioni tutto ciò si traduce nell’insistenza sulla libertà, come valore irrinunciabile, e questo va bene, ma solo se vi si abbina un richiamo altrettanto chiaro alla responsabilità individuale e sociale.
La scuola dunque è chiamata a contribuire in modo essenziale a forgiare quella magnifica umanità che abiterà il futuro. Lo strumento principale che essa ha è il dialogo, quello che lo stesso Victor Frankl – più sopra citato – poneva a fondamento della sua analisi, la logoterapia, per mezzo della quale lo psicoterapeuta favorisce la ricerca di una risposta personale dell’individuo alla domanda sul senso della vita.
Le tre sfide della scuola secondo Leone XIV
Tre sono le sfide a cui la scuola è chiamata, secondo Leone XIV, e la politica dovrebbe supportare il mondo della scuola affinché queste sfide possano essere vinte.
La sfida sociopolitica, cioè la necessità per gli Stati di investire le risorse necessarie «per garantire a tutti un’educazione di qualità», sostenendo il sistema scolastico pubblico e supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale.
La sfida pedagogica, cioè la capacità di offrire ai docenti una formazione adeguata affinché «sappiano dialogare in modo positivo con le nuove tecnologie, aiutando gli studenti a farne un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso».
La sfida intellettuale, cioè la capacità di «promuovere una vera igiene dell’attenzione». Infatti, scrive Leone XIV (p. 146) «se non stiamo attenti, può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento. […] Molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione in cui le persone “sanno molte cose” ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso».
E se è vero che la capacità educativa di ogni istituzione scolastica, come sosteneva Giovanni Paolo II, dipende in grandissima misura dalla qualità delle persone che ne fanno parte e, in particolare, dalla competenza e dedizione dei suoi insegnanti, allora è vero anche che insegnare richiede il sacrificio di qualche diritto sindacale, in nome di più nobili finalità, di un dialogo che non si misura con i tempi del contratto. Per questo bisogna dare una diversa definizione della scuola: essa non è già un servizio dovuto, a cui la famiglia si rivolge come utente, quasi fosse un altro “ufficio” comunale o “provinciale”, una sorta di babysitter istituzionale; ma è partner educativo delle famiglie, chiamato a svolgere un compito professionale essenziale, che supera la semplice trasmissione di contenuti e accompagna bambini e ragazzi nella ricerca e comprensione della verità e di ciò che vale.
Non è questione di parole, ma prima di tutto di esempio: gli adulti coinvolti nell’azione della scuola (docenti, non docenti, genitori) devono saper riconoscere che l’impegno personale, la puntualità nelle consegne, la fatica dello studio, il rispetto delle differenze è ciò che di più prezioso si può comunicare ai giovani, ciò a cui i giovani devono saper dare sempre più spazio.
Allo stesso tempo, occorre una riflessione pedagogica che conduca al riconoscimento degli errori educativi commessi in questi ultimi 50 anni, diciamo dall’abolizione degli esami di riparazione in poi, e che si possono riassumere nella cancellazione di qualsiasi dovere in capo agli studenti. Ecco, se è vero che i docenti hanno dei doveri nell’esercizio della loro professione, anche gli alunni ne hanno: il cosiddetto patto di corresponsabilità non può rimanere soltanto un pezzo di carta, ma deve essere la carta costituzionale di riferimento della convivenza all’interno della comunità scolastica.
Il primo di questi doveri è il rispetto delle consegne, la puntualità. Il secondo è la gratitudine nei confronti di chi ci corregge, l’impegno a “provare e riprovare”.
Per fare un esempio, possiamo pensare a Pinocchio, che spesso è ritenuto un libro per bambini. Ma non è così, o almeno non è solo così: Pinocchio a 6-7anni è una fiaba lunga, che si rivolge ai propri piccoli lettori; riletto a 15 anni è la storia di un ribelle che deve fare i conti con le proprie incertezze; riletto infine da genitore è una riflessione su di sé in quanto padre e madre, e sulla propria capacità di capire e di comunicare con un figlio adolescente. Solo rileggendolo tre volte possiamo cominciare a comprenderlo.
Del resto è esperienza comune che appunto “provando e riprovando” (nel duplice senso, dantesco e galileiano) si impara, in qualsiasi campo e condizione.
Ha ragione perciò Raffaele Mantegazza, docente di pedagogia interculturale in Bicocca a Milano, quando dice [2]:
Noi abbiamo l’idea che educare sia lavorare sulla persona, e certo in senso ampio è vero, ma è necessario anche lavorare sui tempi, sugli spazi, sui corpi, sugli oggetti, predisporli in modo da far sì che l’esperienza accada, renderla possibile, crearne le condizioni. Un buon maestro lavora su queste cose, sulle strutture che condizionano il nostro essere umani e ci permettono di crescere: è colui che sa quale sia l’ora migliore per apprendere, la migliore disposizione dello spazio, che affronta quasi lateralmente un lavoro che ha al centro la persona, ma che appunto per questo deve essere costruito con precisa sapienza e intenzionalità.
È veramente così: la buona scuola è la scuola che fa del dialogo il metodo per la ricerca della verità, il proprio canone didattico. E la strada perché tutto questo possa avvenire è restituire alla scuola la centralità di cui parla Leone XIV, sia in termini economici e di formazione, sia in termini di riconoscimento sociale. Nella speranza che Margherita Hack abbia torto quando sostiene che «la scarsa considerazione che la nostra classe politica e in particolare quella più recente riserva all’istruzione, all’università e alla ricerca è la conseguenza del basso livello culturale della gran maggioranza degli eletti in Parlamento» [3].
[1] Papa Leone XIV, Magnifica humanitas. Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
[2] Intervista diffusa sul sito Vorrei.org a margine della pubblicazione del volume di R. Mantegazza, Di mondo in mondo: la pedagogia nella Divina Commedia.
[3] M. HACK, Libera scienza in libero Stato, Rizzoli, 2011